Daniela VIGLIANO – “L’aratura – di Giovanni Segantini” (racconto su quadro)

 

Racconto su quadro



L’ARATURA

L’aratura di Giovanni Segantini

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Come tutte le mattine, in estate, mia madre entrava di buonora nella mia stanza e andava ad aprire le ante della finestra. Una luce improvvisa mi svegliava, io mi coprivo gli occhi con il braccio e mi giravo dalla parte opposta, ancora insonnolito e morbido di letto.

“Forsa, tirti su da lì, plandrun! L’è ura d’alvè su!”. Era questo il gentile invito di mia mamma, ed ero io pelandrone che, come sempre, non aveva voglia di alzarsi con le galline, alle prime luci dell’alba.

Eppure tutto, in campagna, si muove seguendo il sole.  Il ritmo della giornata è scandito dal suo sorgere al suo tramontare e persino i terreni da coltivare si chiamano “giornate”. Me lo aveva spiegato mio nonno, quando gli avevo chiesto il perché di quel nome, dicendomi che è l’ unità di misura agraria che deriva dalla quantità di terreno arabile, con una coppia di buoi, in un giorno.

Mi alzavo svogliatamente, una lavatina al viso come i gatti, e scendevo in cucina dove la nonna mi aveva già preparato un tazzone di latte mescolato con l’olandese, un surrogato del caffè fatto con la cicoria, che costava meno del caffè, ma che era anche meno buono. Era marrone, come il caffè…

Ci inzuppavo il pane raffermo del giorno prima, e questa lauta colazione (ben ben zuccherata!) mi forniva le calorie che mi sarebbero servite ad aiutare mio padre nel lavoro fino a mezzogiorno, ora in cui tornavamo dai campi a casa, per pranzare.

Lui mi stava aspettando nell’aia: aveva già fatto i lavori nella stalla, caricato l’aratro, attaccato il cavallo al carro. Mancavo solo io. Balzavo su e mi sedevo accanto a lui che, con le redini in mano, dava uno strattone e il cavallo partiva. Incominciava la nostra giornata.

Il cavallo, rispetto ai buoi, dava la possibilità di raggiungere più velocemente i campi, che, in genere, erano abbastanza lontani da dove abitavamo, ben oltre l’abitato. Per strada incontravamo molti altri contadini che già incominciavano, come noi, il loro lavoro. Ci salutavamo, ci conoscevamo tutti nel piccolo borgo.

Il paese si stava svegliando in una luce rosata. Il cielo rischiarava ad est e il buio della notte man mano si scoloriva. Sentivo freddo, a quell’ora, nonostante fosse estate. Così mi chiudevo la maglietta abbottonandola, ma volte avevo anche i brividi e mi rannicchiavo su me stesso. Mio padre, invece, col solo camiciotto, le braccia e il volto abbronzati, sembrava non sentisse la frescura. Era grande e forte e bello: capelli neri, baffo curato, le donne lo guardavano quando passavamo, me ne accorgevo.

Dopo circa mezz’ora, ecco il campo. Scesi dal carro, preparavamo il cavallo per l’aratura. Scaricato l’aratro dal carro, aiutavo mio padre ad aggiogare il cavallo, poi attaccavamo il voltaorecchio ai finimenti e si cominciava. Io mi mettevo davanti all’animale, guidandolo in modo che andasse dritto per arare il terreno; mio padre, impugnando con forza i manici dell’aratro, solcava la terra.

Finché si andava dritto per tutta la lunghezza del campo, non avevo problemi, ma quando arrivavo alla fine, dove si doveva girare per ritornare sui propri passi e arare l’altro solco, dovevo stare attento che il cavallo non mi pestasse con quelle zampe così lunghe. Ogni volta sembrava che faticasse a girare, e ogni volta mi pareva che, da un momento all’altro, mi arrivasse una zampata. Non era proprio il mio lavoro. Mentre, ancora insonnolito, badavo all’animale – lo guidavo, lo facevo girare – mi chiedevo come mai mio padre sembrasse invece contento: non si lamentava mai. Era un lavoro faticoso, pesante: tutto il giorno su e giù spingendo l’aratro nella terra, in modo che il vomere entrasse abbastanza profondamente e la terra è dura, ci vuole forza, buoni muscoli. Non capivo i discorsi che faceva mio padre, che quella terra nera, grassa e fertile, non chiedeva altro che essere lavorata e che lui sentiva il suo richiamo. Lui quella terra l’amava!

Ogni giorno dicevo a mio padre che non mi piaceva fare il contadino. I miei amici, i miei compagni di liceo, finite le scuole e salutati i professori del collegio, se ne andavano al mare, si stendevano al sole, sulla spiaggia giocavano a pallone, si divertivano, si abbronzavano. Io invece sempre lì, nei campi, a tirare quel maledetto cavallo, oppure a raccogliere grano, il mese prima, sudando e faticando come una bestia.

“Mettiti a torso nudo, così ti abbronzi anche tu e quando ritornerai a scuola nessuno saprà se sei stato al mare o nei campi. Il sole abbronza dovunque. Forza, guida quel cavallo senza tante storie!”

Verso le undici e mezzo smettevamo e ritornavamo a casa. La nonna o la mamma avevano preparato il pranzo. Mangiavamo i prodotti del nostro orto e del nostro pollaio, galline, polli, anche oche e conigli. D’inverno si uccideva un maiale, e avevamo salami per tutto l’anno. Dal frutteto pere, mele e fichi. Insomma, non si comprava quasi nulla, eccetto qualche arrosto o fetta di vitello, ma quelle solo per la domenica o le occasioni speciali.

Dopo il caffè (sempre olandese), mio padre si coricava vestito sul letto e dormiva di un sonno profondo per circa mezz’ora. Gli bastava per sostenere poi il lavoro del pomeriggio, fino al tramonto.

Io non andavo a dormire, leggevo o il “Vittorioso” o il “Guerin sportivo”, aspettando di tornare nel campo. Avrei certamente preferito andare a fare due tiri al pallone con i miei amici, ma per quelli avrei dovuto aspettare la fine dell’aratura. Allora sì che mi sarei divertito, la mia era ancora l’età  dei giochi, soprattutto col pallone. Ero bravo, dribblavo tutti quelli che trovavo davanti a me e l’allenatore mi aveva anche dato un nomignolo: “Steu dribleur”. Chissà perché Steu, visto che Stefano non era il mio nome. Io mi chiamavo Carlo. Comunque questo soprannome mi esaltava, e ogni volta che giocavo cercavo di tenere la palla evitando i compagni più che potevo, zigzagando tra di loro e  immaginando applausi inesistenti.

Invece, verso le tre del pomeriggio, risalivo sul carro con mio padre e ritornavamo al campo, per finire il lavoro incominciato la mattina.

Mentre il sole calava sull’orizzonte e le montagne si stagliavano scure contro un cielo infuocato, il cavallo riprendeva la strada di casa. Si sentiva l’odore buono della terra da poco rivoltata: era pronta per un nuovo raccolto. Le rondini si inseguivano nel cielo, con rapidi voli.

Autore: admin

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