Daniela VIGLIANO – “Il manichino” (racconto breve)

 

 

Io scrivo

 

IL MANICHINO



La via dei negozi, cuore pulsante della città, straripa di scritte sulle vetrine. Saldi, ribassi fino al 50%, sconti tre per due, abbigliamento low cost: i cartelli si ripetono, uguali, in ogni punto vendita, grande o piccolo che sia, mentre in altri, dove gli addobbi natalizi sono più ricchi e le luci molto più ammiccanti, le merci esposte sembrano richiamare come sirene i passanti in cerca dei regali di Natale.

La strada è illuminata in tutta la sua lunghezza, stelle comete si alternano ad angeli, e carole natalizie accompagnano il passeggio delle persone che, incontrandosi, si scambiano gli auguri da un lato all’altro della via.

Signore impellicciate, giovani ragazzi con giubbotti di pelle imbottiti, ragazzine imbacuccate con sciarpe di lana chilometriche, avvolte due giri attorno al collo, ma con almeno tre centimetri di pancia scoperta, si fermano, quasi immancabilmente, di fronte a me e mi guardano da capo a piedi. Osservano il cappotto, aperto a mostrare anche quello che indosso sotto, ammirano il maglione di cachemire azzurro, i pantaloni di un grigio scurissimo, lo sciarpone lavorato a grandi coste, morbido e caldissimo e infine, dopo avermi ben bene squadrato in ogni singolo dettaglio, se ne vanno, per rifare la stessa cosa al manichino della prossima vetrina. Mai che salgano fino al viso, a guardarmi negli occhi, a scoprire se, per caso, io li possa vedere.

Solo una volta una bambina dal visetto sbarazzino, gli occhi vispi e curiosi, per mano alla mamma, mi ha guardato fissa negli occhi e ha spalancato stupita i suoi. Poi si è rivolta alla madre. Le ha detto qualcosa che non sono riuscito a sentire e lei le ha sorriso, scuotendo la testa. Allora la bimba mi ha fissato nuovamente, e nuovamente, strattonando la mano della mamma, le ha fatto cenno di osservarmi meglio. Ho notato che due occhi mi hanno guardato non vedendomi, le labbra della donna si sono mosse a dire qualcosa alla figlia, e infine la signora ha trascinato la piccola lontano dal negozio, mentre lei ancora si voltava indietro a incontrare il mio sguardo.

Non tutti se ne accorgono. Quei pochi, in genere, sono i bambini, oppure persone che hanno un’espressione un po’ persa nel vuoto, che vedo muovere le labbra come a parlare con qualcuno, pur essendo soli.

Io sono veramente stanco di stare qui, una mano sul fianco, l’altro braccio lievemente scostato dal corpo, il palmo un poco aperto, con le dita quasi a ventaglio e l’indice che punta morbidamente verso il basso, il viso sempre sorridente, il corpo immobile.

È da quando sono nato che sto al mio posto, in questa vetrina. Qualche volta mi spostano: un’estate sono stato seduto su un cubo foderato di moquette e non vedevo l’ora che arrivasse il cambio invernale, perché quel rivestimento mi metteva un caldo addosso insopportabile.

Da qui vedo passare i giorni e le notti, il tempo mi scorre davanti sempre uguale. A una certa ora della sera le commesse chiudono la cassa, rimettono a posto gli articoli presi in mano dai clienti e lasciati poi in disordine, spengono le luci, tirano giù le saracinesche a griglia – e così io posso ancora vedere quel che succede fuori – mettono l’antifurto, chiudono a chiave e se ne vanno a casa.

Io resto qua, a guardare fuori quel piccolo pezzo di mondo che sta davanti alla mia vetrina.

D’estate, quando le ragazze se ne vanno, non è ancora buio. Mi piace moltissimo la luce di quell’ora: è simile a quella del mattino, quando ancora non è orario di apertura, ma è un po’ più calda, ha toni più rosati e meno violacei. A poco a poco, senza che ci si possa accorgere, il cielo che riesco a vedere – davanti al negozio si apre una via e in fondo a questa posso ne scorgere un pezzetto – da blu cobalto si fa scurissimo, fino a diventare nero. Nella parte che vedo io, a una certa ora, spuntano due puntini luminosi, uno molto più brillante dell’altro, che però dopo un po’ di ore non riesco più a vedere perché sono andati a nascondersi dietro il tetto di una casa. Mi piacerebbe riuscire a vedere tutto quanto il cielo: chissà se ce ne sono altri di quei puntini.

Di notte, qui davanti, passa poca gente: fino a una certa ora c’è qualche coppia, mano nella mano, che ogni tanto si ferma per darsi un bacio abbracciandosi o anche solo così, di sfuggita, camminando: un sorriso veloce che prende corpo e diventa tenerezza.

Raramente vedo gruppi di persone: in questa zona non ci sono né bar né ristoranti quindi, di sera, c’è poco passaggio.

La notte è lunghissima. Il nulla. Le ore scorrono una dietro l’altra senza lasciare alcuna traccia, il buio delle due è uguale a quello delle tre e si va avanti in questo modo fin verso le cinque, quando il cielo ricomincia a farsi poco a poco più chiaro, diventando prima violetto, poi rosaceo e infine azzurro. Allora so che è mattino. Qualche uccello incomincia a passare in quel pezzetto di cielo, forse andando in cerca di qualcosa da mangiare.

Tra un po’ arriveranno le commesse. Rifaranno le operazioni della sera prima, ma al contrario, e ricomincerà un nuovo giorno.

Io però, stanotte, ho meditato. Voglio andarmene. Voglio uscire da qui e scoprire come è fatto il resto del mondo che non riesco a vedere, voglio conoscere tutto quello che c’è oltre il rettangolo che ho davanti. Non so come farò, ma ormai ho deciso.

Ho studiato un piccolo piano: quando in negozio ci sarà un po’ di affollamento – e in questo periodo normalmente succede per gli acquisti natalizi – io sgattaiolerò via dalla vetrina e, senza dare nell’occhio, uscirò in strada, finalmente libero. Spero che oggi sia una giornata favorevole: ormai non ne posso veramente più, voglio conquistare la mia libertà.

Per tutta la mattina non sono riuscito nel mio intento: non è arrivata gente a sufficienza per uscire senza farmi scoprire, ma nel pomeriggio, verso le cinque, quando il passeggio si è fatto più gremito e molti sono entrati in negozio anche solo per chiedere i prezzi senza comprare, ho avuto la possibilità di uscire.

Le commesse erano tutte occupate, dispiegavano maglie o tiravano giù giacche dalle stampelle per farle provare ai clienti e nessuno mi degnava di uno sguardo. Piano piano, passo dopo passo, mi sono allontanato dal mio posto in vetrina e sono uscito in strada. L’unico momento di terrore l’ho avuto quando un bambino si è accorto che mi stavo muovendo tra i miei colleghi per riuscire ad abbandonare il mio posto, ma subito mi sono immobilizzato. Era una posizione un po’ strana perché avevo una gamba già giù dalla predella e l’altra ancora sopra: è stato un po’ difficile mantenermi fermo. Ci siamo guardati negli occhi, gli ho fatto l’occhiolino in segno di complicità e lui mi ha sorriso da un orecchio all’altro. Ho capito che potevo fidarmi, perciò mi sono mosso da quella scomoda posizione e ho raggiunto la strada.

Ah, che sensazione! Non credevo che l’aria, qua fuori, fosse così frizzante. Io sono abituato alla stessa temperatura tutto l’anno, d’inverno il caldo del riscaldamento, d’estate il calore naturale. Per fortuna ho il mio cappotto, il maglioncino bello pesante, la sciarpa: insomma, sono attrezzato per l’inverno. Non essendoci abituato, potrei anche prendermi un malanno.

Sono talmente libero che non so cosa fare. Per prima cosa mi allontano dal negozio, così non rischio di doverci rientrare. Mi spiace per le ragazze! Erano sempre così delicate quando mi vestivano, non mi disturbava nemmeno quando mi staccavano il braccio per fare entrare la manica. Chissà come la prenderanno quando si accorgeranno che non ci sono più?  Beh, ormai è fatta, mi potranno sempre sostituire con un altro.

Dunque vediamo: provo a girare qui a destra, da qualche parte arriverò. C’è una piazza con delle mamme sedute sulle panchine e dei bambini che giocano su una specie di scaletta che arriva fino a un certo punto e poi si trasforma in una stretta lastra dove i piccoli si lasciano scivolare.

Un bambino è appena salito e sta per sedersi sullo scivolo quando la madre, avventandosi su di lui urlando come un’ossessa, gli appioppa due ceffoni dicendo che gli aveva proibito di salire sullo scivolo con il paltò nuovo perché lo avrebbe sporcato. Il piccolo scoppia a piangere e ridiscende dalla parte della scaletta. Gli altri ragazzini lì vicini lo guardano mentre lui si dispera: sembrano rallegrarsi di non avere una mamma così.

Tutto questo non mi piace: non è divertente vedere trattare male dei bambini solo perché hanno il cappotto nuovo.

Imbocco un’altra strada: è larga, alberata, illuminata da luci colorate che formano delle onde tra le piante; in fondo c’è una grande piazza con un edificio imponente. Entro. Voglio capire cos’è. Una voce, seguita da un suono di campana, dice che sul binario n. 3 arriverà il treno proveniente da Napoli. Mi guardo intorno: c’è un viavai di gente indescrivibile, di tutti i tipi. Alcuni hanno la pelle molto scura e sono tutti vestiti abbastanza male. Hanno dei sacchetti di plastica in mano, in cui ogni tanto rovistano alla ricerca di chissà cosa.

Mi sposto un po’ verso la parte più esterna, e vedo che ci sono alcune persone coricate per terra, su dei cartoni sporchi; due di loro si stanno coprendo con altri pezzi di cartone, ma non credo che riescano a ripararsi dal freddo. Sono mal vestiti, hanno tutta l’aria di essere dei poveracci. A un certo punto arrivano due con una divisa, si avvicinano a quelli coricati e in malo modo li cacciano dal loro posto. Non capisco bene cosa stia succedendo: soprattutto non capisco perché quei poveretti se ne devono andare: non stanno facendo nulla di strano, stanno solo cercando un riparo, credo.

Esco. Non mi va di vedere certe cose. Mi pare ingiusto che uno non possa stendersi in un posto coperto se non sa dove andare. Che modo di agire, questa gente che sta fuori dalle vetrine!

Riprendo la via alberata e giro poi dalla parte opposta a quella da dove sono arrivato: cammino per un po’ e mi trovo sulla via principale dei negozi, quella dove c’è anche il mio. Stavolta sono io che posso vedere le vetrine dall’altro punto di vista. Che piacere, adesso sento anche la gente parlare. Mi avvicino a un negozio di oreficeria. Sono esposte cose bellissime: collane, orecchini, anelli, orologi. Due signore si fermano al mio fianco e incominciano a commentare la qualità e la bellezza degli oggetti esposti. Hanno ragione: sono molto belli, ma il prezzo è così caro che solo una persona straricca può permettersi di entrare in questo negozio e comprare qualcosa.

Allora mi viene facile una considerazione: come può esserci una tale disparità di situazioni, per cui alcune persone dormono su dei cartoni, coperte di cartoni e altre possono riuscire a comprare degli oggetti così cari?

Il mondo, fuori dalle vetrine, non deve essere facile. È evidente che qualcosa non quadra. Io pensavo che quel rettangolo che vedevo fosse una parte di mondo tutto uguale, con le signore che si fermano a osservare la merce dei negozi, i ragazzi che si vestono con i giubbotti di pelle, le giovani con il pancino di fuori, ma nulla più. Ognuno passa di lì, guarda, se ne va.

Invece non è così. Qualcuno passa, guarda, se ne va; altri non possono fare nulla di tutto ciò. Alcuni di loro rovistano nelle loro povere borse, altri dormono per terra, altri comprano costosissimi gioielli.

Non so se riuscirei a districarmi in questo tipo di mondo. Troppo difficile, troppo contraddittorio.

La libertà che sognavo non è questa che ho visto: credevo di essere libero in un mondo di liberi, ma mi è bastato quel poco che ho visto per capire che fuori dalle vetrine la libertà non è la stessa per tutti.

È bella l’aria frizzante, è bello poter camminare dopo anni che stai fermo nello stesso posto, ma penso che questa libertà non fa per me.

Continuo per il corso principale, la via dei negozi, mescolandomi alla gente che passeggia chiacchierando. Non vedo l’ora di raggiungere la mia vetrina, non vedo l’ora di riprendere il mio posto.

Sono arrivato al mio negozio. Faccio un gran respiro, per ricordare per qualche minuto il profumo dell’aria frizzante del mondo di fuori. Spingo piano la porta, mentre le commesse sono girate e non mi vedono. Mi avvicino alla vetrina e mi infilo tra un mio collega e l’altro. Poggio una mano sul fianco, apro a ventaglio l’altra mano, il braccio lievemente scostato dal corpo e riprendo a fissare il rettangolo di mondo che ho davanti.

Mi basta questo. Quello fuori dalla vetrina lo lascio a chi si ferma ad ammirare i miei vestiti.

Autore: admin

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