Mario SAMMARONE-Scaffale. Psicopolitica per progetti (e soggetti) liberi

 

Scaffale


 

PSICOPOLITICA PER PROGETTI (E SOGGETTI) LIBERI

Byung-Chul Han Byung-Chul Han

 

Un volume di Byung-Chul Han (nella foto), edito da Nottetempo

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Nella società del consumo 4.0, il potere ha subito una trasformazione genetica. Di certo non è più lo stesso che si è cristallizzato nell’immaginario comune, quel “potere di vita e di morte” di re e imperatori per cui bastava una sola parola per decidere della sorte di un uomo. Nelle società occidentali il potere assoluto è stato sepolto da tempo: non esistono più “soggetti sottomessi” a un potere unico centrale, che magari legittima se stesso per diritto divino, esistono piuttosto milioni di “progetti liberi”, come scrive Byung-Chul Han nel suo libro “Psicopolitica” (Nottetempo, 2016), che si illudono di trovare la propria realizzazione.

Era stata la modernità a misura di commerci e produttività industriale a sostituire l’arcaico “potere di morte” con il più mite (e calcolante) potere “sanzionatorio”, che disciplinava i vari aspetti della vita sociale in modo da stabilire le condizioni più favorevoli al mercato. Michel Foucault descrisse come la rivoluzione industriale e il liberalismo portarono alla “nascita della biopolitica”, l’insieme delle discipline tecnico-amministrative che, attraverso il controllo minuzioso dei corpi, ne assicuravano l’assoggettamento costante e ne imponevano un rapporto docilità-utilità”. Nell’era di massa, la produzione aveva un continuo bisogno di corpi da immettere nei grandi ingranaggi della fabbrica: le discipline politiche avevano pertanto l’urgenza di disciplinare il corpo, misurare le sue performances e dare impulso a tutta una serie di scienze pratiche come la demografia e la statistica volte a calcolare i potenziali produttivi.

Oggi tutto questo non basta più. Sotto il danaico impulso dei mezzi di comunicazione, “elettronicamente assistiti”, il potere ha fatto un salto e mira a qualcosa di impensabile – almeno fino un tempo – il dominio totale sull’uomo, il calcolo oggettivo del suo comportamento. Non è più importante misurare i parametri fisici e le performances del corpo, come postulava la “biopolitica”, adesso è necessario entrare nell’anima stessa delle persone per possederle. Attraverso internet e “big data”, ovvero la capacità di conservare tonnellate di informazioni in un chip, il potere può conoscere minuziosamente il comportamento dei singoli grazie a modelli “psicometrici” capaci di descrivere i comportamenti e soprattutto le tipologie di consumo, creando così non solo dispositivi di controllo ma soprattutto una società dei consumi all’ennesima potenza.

È certamente uno sforzo prometeico quello alla base della “psicopolitica”, la nuova scienza politica descritta nel libro di Han, un potere che non ci impone divieti ma che ci sprona continuamente a comunicare quello che siamo. Il suo strumento non è più la repressione poliziesca – non ne avrebbe bisogno – ma il like dei social media, vero simbolo del nostro tempo e inconsapevole maniera di ognuno del dire sì al soft-power di questo sistema onnipervasivo. “La particolare efficacia di questo potere”, osserva Han, “deriva non dall’agire per mezzo di divieti ed esclusioni, ma attraverso piacere e soddisfazione”. È per questo che non è nemico della libertà, anzi arriva perfino ad utilizzarla in modo da sembrare un potere mite e dal volto umano.

Si tratta certamente del potere meno autoritario della Storia, ma anche del più subdolo e onnipervasivo: vuole creare l’immaginario stesso delle persone in modo da depotenziare ogni critica, imponendo a tutti uno stile di vita basato su una ricerca del piacere effimero che non ha niente da spartire con l’antico edonismo di scuola greca, essendo una fruizione che infiacchisce la persona e sedimenta un velo di illusioni. Paradossalmente, questo sistema ha fatto tornare in auge l’ozio, la sfera dell’esistenza che presso gli antichi Romani distingueva l’umanità emancipata da chi era soggetto dai gravami della necessità.

L’ozio dei Romani era però un tempo fuori dal tempo, “un andare lenti” contrapposto al frenetico agire quotidiano, un modo di viaggiare dentro se stessi, certamente molto diverso dall’ozio come “tempo libero” di oggi in cui si forgia la psiche audiovisiva dell’homo sentiens. È vero che durante il tempo libero l’uomo coltiva i suoi hobby e le sue passioni (e dunque consuma), ma nell’era dei social media emette una scia luminosa (o meglio elettronica) che parla di sé e dei suoi gusti, prontamente intercettata dai dispositivi “psicometrici” di controllo. Attraverso il tempo libero, argomenta Han, l’uomo di oggi potenzia le abilità e accresce il suo capitale umano, un fattore sempre più importante nelle forme economiche oggi imperanti, che mette al centro le pubbliche relazioni e la capacità di immaginare sempre nuove reti.

Sembra uno scenario da “Grande fratello” orwelliano digitale, resta il fatto che la massiccia influenza di internet e social media sul nostro stile di vita rischia di condizionare sempre più le nostre abitudini e inchiodare i nostri comportamenti a modelli precostituiti ed eterodiretti. Del resto anche Jeremy Rifkin, uno dei profeti dell’innovazione 4.0, auspica un dibattito sui futuri dispositivi di controllo di internet e mezzi di comunicazione Andiamo incontro a una società sempre più controllata, dove il nostro comportamento è diventato prevedibile, ma allora sarà la nostra libertà ad essere minacciata? Ci saranno individui meno controllati e per questo capaci di imporre la propria volontà agli altri, come accadeva ne “La fattoria degli animali”? Chi controllerà i controlli? Inquietanti interrogativi.

Come se ciò non bastasse, osserva Han, nel mondo “psicopolitico” siamo di fronte anche alla fine del racconto di sé e alla perdita del senso. L’Illuminismo, che nel Settecento aveva liberato il mondo dalle superstizioni, oggi è stato superato dal “Dataismo” – che ha poco a che fare con Tzara o Duchamp – un potenziale totalitarismo digitale che tutto controlla e tutto misura, perfino la mente. In questo delirio 4.0, “anche il corpo viene dotato di sensori e persino i momenti di riposo hanno importanza per misurare prestazioni ed efficienza”. Grazie a internet e big data, il racconto di sé ha poco significato: a cosa serve il potere della parola, o anche la preparazione di intensi (e talvolta stucchevoli, diciamolo) diari dal sapore romantico, se una semplice rilevazione digitale può catalogare tutta la nostra vita in un clic? ll mondo “dataista” è un mondo “post-mitologico”, come osserva Han, siamo di fronte la perdita di ogni poesia.

Eppure sembra difficile criticare questo sistema, in fondo il più benevolo e permissivo che ci sia mai stato, forse perché ci assomiglia tanto – ama il consenso e farebbe di tutto pur di conservarlo. Dovremo rassegnarci? No di certo. In che modo? Continuando a esercitare le nostre doti di ascolto e comprensione, incontrando l’altro non solo attraverso le chat ma per strada, de visu, praticando quotidianamente la meditazione e rinnegando il calcolo a tutti i costi. Tornando così in mezzo al mondo per praticarvi i nostri ideali di umanità, ascolto e amore che ci differenziano dalle macchine e che, anche nel mondo psicopolitico, ci fanno ricordare che siamo sempre noi gli artefici del nostro destino.


 

Autore: admin

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