Marco CAMERINI – L’altro mondo di “Zero K” (l’ultimo romanzo di Don DeLillo)

 

Scaffale


 

L’ALTRO MONDO DI ZERO K



 

Cyber-resurrezione e promesse escatologiche nell’ultimo romanzo dello scrittore newyorkese Don DeLillo.

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Che l’idea alla base dell’ultimo, straordinario romanzo di Don DeLillo, Zero K (Einaudi, 2016) non sia nuova né originalissima, lo confermano una ricca filmografia (Dark star di Carpenter su tutti, 1974), rimandi all’opera dello stesso autore – in Rumore bianco aveva immaginato un personaggio, Jack Gladney, ossessionato dall’idea della morte e dipendente dal Dylar per non pensarvi – persino una battuta rivolta dal protagonista Jeffrey Lockart al padre (p. 10): manipolare il processo di invecchiamento e invertire l’evoluzione biochimica delle patologie degenerative che conducono alla fine di un essere umano attraverso una sospensione criogenica per induzione chimica con temperature sotto lo zero.

Risvegliarsi in un universo percorso da una luminosa concezione/percezione del mondo, più profonda, lucida ed intensa – “nulla di ipotetico, niente di velleitario” – nel quale uomini e donne, animati da una fede transrazionale nella cyber-resurrezione garantita da un dio che mantiene le promesse escatologiche, saranno trasfigurati in esseri umani astorici, liberi dagli encefalogrammi del passato, in possesso di livelli di percezione vicini alla bellezza della logica matematica pura e in grado di comunicare attraverso un esperanto di neoradici lessicali, inflessioni, finanche gesti affatto nuovi (quanto di Orwell!), sottratti non semplicemente – sarebbe, alla fine, riduttivo e scontato – a disfunzioni fisiche incurabili, ma ad emergenze planetarie letali: economie annichilite, guerre croniche, impeti furibondi del clima, terrorismo, attacchi informatici, esposizione cosmica del pianeta a tempeste solari, brillamenti di supernovae, espulsioni solari di massa coronale, impatti imprevedibili di comete ed asteroidi.

Un’immortalità individuale e collettiva – tempo/destino annichiliti – per venir immessi, dopo un evento indolore che induce “languida felicità”, nel ciclo cosmico dei miliardi di vita del macrocosmo (“quanto in secondi”?). Morire come messaggeri-testimoni di una missione per non morire più e dare scacco all’apocalisse intrinseca del nostro presente, ossessivamente riprodotta/riproposta ai degenti e agli ospiti da proiezioni mute di dissesti geologici distruttivi, suicidi collettivi di monaci tibetani, masse devastate da virus batteriologici e pandemie autoreplicantisi, eruzioni di vulcani oceanici, folle in parossistica fuga, non si sa né “da” né “verso” dove. Filmati veri o bit digitali rielaborati al computer? Forse non fa differenza. Gli inevitabili limiti della sospensione criogenica vengono esorcizzati attraverso enzimi, proteine, nucleotidi, nano unità impiantate nei recettori cerebrali dei moltissimi volontari (o plagiati? Fa differenza) contenenti i film di Bergman e Kurosawa, le note di Bach e Billie Holliday, i racconti di Hemingway… manca una silloge dei canti danteschi, Don… a perenne memoria.

Tutto questo è Convergence, ambizioso e oscuro programma concepito e condiviso da insospettabili biologi, futurologi, genetisti, climatologi e neuroscienziati, finanziato da una lobby trasversale planetaria di privati miliardari e fondi paralleli coperti da servizi segreti/poteri occulti, ma insieme ispirato da gruppi post-evangelici, scissionisti radicali del Consiglio ecumenico della Chiesa, superstiti Templari fautori di una nuova Gerusalemme. Ideologia scientista, setta religiosa immanente e fanatica, anche (come vedremo) progetto di land art alla cui sede, nel deserto del Kazakistan (metafisico, kafkiano non-spazio) giungono Ross Lockart – 65 anni, magnate forgiato dai soldi “accumulati analizzando il profit impact di disastri naturali” e promuovendo rapporti finanziari esponenziali con enti, cartelli, clan, giurisdizioni off-shore, collezionista di libri rari e mecenate di artisti emergenti concettuali e post-minimalisti: “Molti soldi, comunque e sempre” – l’adorata seconda moglie Artis, condannata dal cancro, e il figlio Jeffrey, anticristo talentuoso e ribelle del padre, che ha lasciato senza un motivo (“nessuno dei due me l’ha mai detto”) la madre da lui visceralmente amata (“eravamo tutto quello di cui avevamo bisogno […] non si agghindava mai, né la faccia né le mani né i capelli.


Nemmeno l’anima. Ci capivamo e ci fidavamo l’uno dell’altra”) il cui proustiano nome, Madeline, è l’emblema di un tempo perduto e mai rimosso. “Sempre fuori contesto in qualunque contesto”, poeta, appassionato di filosofia, professore di matematica dei numeri transfiniti, analista di implementazione dei progetti, claudicante a quattordici anni per finta (benedetto Zeno… tout se tient in letteratura), ossessionato dalla richiesta di senso delle parole e della loro origine semantica (“non potevo masticare e ingoiare senza pensare alle parole masticare ed ingoiare […] definisci persona, definisci animale”… pronunciare il significante delle cose per farle esistere e consistere: dal medioevale nomina sunt substantia rerum a Wittgenstein, insomma). Tutti e tre (malamente) insieme per traghettare Artis e Ross, ancora in salute, verso l’epoché del corpo e l’attesa palingenesi.

Ma quello che affascina di Zero K è la ricostruzione degli ambienti, vero punto di forza di un romanzo ipnotico e imperdibile. Dall’esterno – opera/paesaggio che sorge dalla terra e in essa affonda le radici, metafisica sequenza  di giardini all’inglese dalle piante smaltate e innaturali in vetroresina, prodotto di una artificiale botanica post- apocalittica – agli interni di futuribili strutture modulari difficilmente quantificabili (2, 4, 7, 9…o forse Convergence è un’unità centrale con espansioni a raggiera) agorafobicamente sigillate, cieche, mute, tetre, pronte ad implodere o esplodere. Cubicoli sotterranei di volta in volta tombe/culle/celle, corridoi deserti che si moltiplicano autogenerandosi, muri spogli dipinti nelle sfumature del verde e porte (numerose: ossessiva metafora del confine tra la vita e la morte) nei colori tenui dello spettro cromatico blu… azzurro mare, azzurro cielo, blu farfalla, indaco. Di fatto puri elementi di astratto design che si aprono (o chiudono?) sul Nulla.

Impossibile conferire significati e coerenza alle componenti architettoniche, ricavarne una qualche allusiva, simbolica logicità. Tutto è cifra di un’arte allucinata e onirica che attinge la sua più intensa espressività nelle presenze – animate o inerti, è identico – che si aggirano per la Comunità: donne in chador, uomini con mantelli monacali, manichini asessuati, acefali o dai lineamenti erosi, sagome vive nelle rientranze delle pareti – sentinelle minacciose e relitti pietosi di una pseudo umanità dolente che ricorda le tragiche coreografie dell’artista polacca Magdalena Abakanowicz ma anche “Il bastonatore”, cap. V de Il processo), silhouette nude in silicone e fibra di vetro, umanoidi con inserti di tessuti conservati tramite crioprotettori applicati alla pelle, grovigli di forme snodabili ammucchiate, giganteschi teschi di bronzo/rame intarsiati in argento e orbite orlate di gemme.

E se i corpi non fossero altro che il materiale grezzo di una visionaria body art, sconvolgente proposta estetica per il mercato del futuro? Crediamo che lo scrittore conosca Clara e la penombra di J.C. Somoza, incentrato sul diffondersi, nei salotti della vecchia Europa, dell’iper-drammatismo che impone l’uso del corpo come tela/scultura. Intanto ciò che è vivo appare immobile, quello che è esanime sembra sul punto di animarsi… impossibile localizzare la propria posizione a Convergence, tutte porte sbagliate se si bussa. Forse per questo Jeffrey, prima di tornare negli spazi urbani dove la vicenda si concluderà (ammesso sia mai iniziata), aderisce ancor di più al linguaggio, avverte la funzione creativa ed il carattere istitutivo della nominazione: “solo dove vi è linguaggio vi è mondo […] dire significa far accedere l’ente alla significazione”. Heidegger oltre Wittgenstein, l’affabulazione per accertarsi di esistere.

Ci fermiamo, non prima di aver sottolineato due ultimi aspetti: l’assoluta originalità dello stile di DeLillo, asciutto, sincopato, paratattico (tipiche le successioni verbali all’infinito e le sequenze puramente nominali – “letto, sedia, parete” – che registrano i flussi coscienziali dei personaggi), intervallato da ripetute analessi e fulminei corto circuiti passato/presente (la figura della madre riemerge spesso nei ricordi di Jeffrey) insieme ad un capitolo10 che, a nostro avviso, costituisce uno degli epiloghi più suggestivi e felici della narrativa degli ultimi 15 anni. Se ne può discutere, comunque Zero K è un libro da regalarvi e regalare. Certamente, da oggi, lo scrittore americano non è più solo Underworld.

 

Don DeLillo

Zero K

traduzione di F. Aceto

Torino, Einaudi, 2016, pp.248, € 19,00



Autore: admin

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