Francesco TOZZA- Due intriganti Čechov (nei teatri napoletani)

 

Il mestiere del critico

 

 

DUE INTRIGANTI  ČECHOV

Nei teatri napoletani

 

“Svenimenti, un vaudeville”    (dagli atti unici, le lettere e i racconti di Čechov)

con Elena Bucci, Gaetano Colella, Marco Sgrosso;  regia di Elena Bucci    Al Teatro Nuovo, Napoli

“Ivanov” di Čechov  Interpretato e diretto da Filippo Dini.   Produzione: Teatro Due, Parma- Teatro Stabile di Genova  Al Teatro Bellini, Napoli

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Ritorniamo  sempre volentieri a Čechov – e certamente non solo noi – per la sua immensa capacità di illuminare “la commedia umana”, porgendoci ineguagliati affreschi delle nostre vite nevrotiche, stigmatizzando false credenze, modi di dire, comportamenti che nascondono abissi di incomprensione e amarezza, riuscendo a dirci qualcosa anche sul nostro confuso presente. Tutto questo grazie ad uno spirito leggermente ironico, più che caustico, comunque sempre pieno di pietas, senza sterili moralismi, perché non ci dice mai come dobbiamo essere o vivere, ma ci invita a guardare – più con tenerezza che con rigore – nel profondo della nostra complessa intimità.

Foto di LaManna

Era da non perdere, quindi, l’occasione – offerta da due teatri napoletani – di assistere a due Čechov, a breve lasso di tempo l’uno dall’altro. Il primo, dal mejerchol’diano titolo (Svenimenti, in scena al Teatro Nuovo), frutto di un’elaborazione drammaturgica di Elena Bucci e Marco Sgrosso, per la regia della stessa Bucci (e l’interpretazione di loro due, assieme a Gaetano Colella), presentava – nella cornice di un elegante, raffinato cabaret (fra Dada e primo espressionismo tedesco) – quei momenti di crisi, addirittura di perdita del controllo, che caratterizzano i personaggi del grande drammaturgo sin dai suoi atti unici, qui peraltro resi con straordinaria verve, in delicato equilibrio fra farsa e commedia, con brevi squarci di un inquietante vissuto, intelligentemente pescati nell’epistolario dello scrittore.

Ne è venuto fuori un Čechov leggero, a volte esilarante, per questo magari desueto, ma non completamente arbitrario (se si leggono bene – o in una certa chiave – i testi dell’Autore; a non dire dell’interpretazione che egli stesso ne dava e spesso consigliava per la messinscena, addirittura all’insegna del vecchio vaudeville più che del dramma serio; ma probabilmente scherzava o  – come spesso capita agli autori – non era il migliore conoscitore dei propri lavori!).

Ad un Čechov ancora tendenzialmente leggero, pur nel consueto realismo, più o meno illustre, della tradizione interpretativa, sembrava tendere anche la messa inscena dell’altro spettacolo cui – si diceva – abbiamo assistito nei giorni scorsi a Napoli (al Bellini per la precisione). Ma questa volta era in ballo ben altro testo, il primo dei capolavori del drammaturgo, il giovanile (scritto a 27 anni) ma già inquietante Ivanov: sottile sguardo sulla complessa psicologia di un “uomo superfluo” (come si autodefinisce lo stesso protagonista) alle prese con il vuoto del mondo che lo circonda; un collerico, per più versi, in conflitto con gli altri e con se stesso; forse il primo “uomo senza qualità” fra i molti che poi riempiranno, con Musil e dopo Musil, tanta letteratura del Novecento (il testo è, invece, del 1887!).


La regia di Filippo Dini (anche interprete del protagonista) sembrava voler  semplicemente accompagnare una scrittura drammaturgica ancora piuttosto esplicita, a volte quasi prolissa (con i famosi a parte del vecchio teatro), insomma senza i silenzi o le lunghe pause che saranno invece la travolgente prerogativa dei testi successivi, e tuttavia – forse – più incautamente espressiva nella sua esuberanza. L’esasperazione di alcuni toni, la semplificazione di taluni personaggi o il facile quanto inutile ammodernamento dei  loro comportamenti scenici, volti – più o meno consapevolmente – al farsesco, rischiavano di far perdere quella traccia sotterranea, qui già consistente, che le tormentate anime di Čechov lasciano sempre trapelare.

Fortunatamente, nella seconda parte dello spettacolo (secondo e terzo atto), la lettura del testo ha preso quota: le parole, in precedenza coperte da una patina quasi dialettale, messe in bocca a personaggi ai cui interpreti sembrava sfuggire il lato sottilmente drammatico della loro effettiva consistenza, hanno finito con il costituire un concerto di voci dove il riso o la leggerezza nell’affrontare le contraddizioni dell’esistenza hanno fatto da pendant alla psicopatia (come la definisce lui stesso) del protagonista, sempre più convinto che “il male oscuro” che lo attanaglia non è più solo il suo.

Al dottore (l’arrogante L’vov) che, con la sua troppo ostentata onestà, gli rimprovera, perfino pubblicamente e senza una più acuta comprensione dei fatti, il cinico abbandono della moglie negli ultimi mesi di vita e il suo facile consolarsi fra le braccia della giovanissima Saša, magari per un nuovo matrimonio di convenienza, risponderà: “in ognuno di noi ci sono troppi ingranaggi, viti e valvole, per poterci giudicare l’un l’altro alla prima impressione, oppure da due o tre segni esteriori”. Alla stessa Saša, il cui amore nei suoi confronti trova incommensurabilmente superiore al suo verso di lei, che peraltro non comprende la sua irresolutezza, la sua incapacità di amare con la sua stessa abnegazione, dirà (ahimè profeticamente!):“a questo mondo tra poco nasceranno solo nevrastenici e lagnosi”!

Non meraviglia allora, anche nella presa d’atto dell’estrema contraddittorietà dell’umano sentire, l’ultimo, drammatico saluto fra Ivanov e la moglie, che il regista fa morire – quasi melodrammaticamente – fra le sue braccia. E ancor più convincente appare il ritmo, sempre più concitato, impresso alla recitazione di tutti, nell’estremo lacerto dello spettacolo (il quarto atto), per quella che dovrebbe essere la festa di nozze fra Ivanov e Saša: nozze fino all’ultimo momento rinviate, ovviamente, che si traducono in un vortice di emblematico distacco, con perdita di lucidità di tutti i personaggi, in una girandola di disperazione, un pandemonio onirico, quasi da finale rossiniano, mentre risuona il colpo di pistola con cui Ivanov pone fine all’esistenza di un uomo (come lui stesso si definisce) “già esausto a trentacinque anni, disilluso, schiacciato dalla inutilità dei suoi slanci, …. senza fede, senza amore, senza scopo”.

E questa volta la pistola puntata sul cranio non è più lo scherzoso gesto di un buontempone (il pragmatico Bòrkin, all’inizio della pièce), che si può schivare come il fastidio procurato da una mosca. E’ ormai – dopo le brevi fughe da casa ogni giorno – la fuga definitiva, dallo spazio e dal tempo, fra spettatori attoniti, dentro ma forse anche fuori dal palcoscenico.

Autore: admin

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