Daniela VIGLIANO – “La dolce ala della giovinezza – di Jack Vettriano” (racconto su quadro)

 

Racconto su quadro


 

LA DOLCE ALA DELLA GIOVINEZZA



Seduta sul molo, una figura scura. Una piccola luce rossa si muove a tratti: lui sta fumando l’ennesima sigaretta della giornata, e mi aspetta. Mi fermo appoggiandomi alla staccionata, prima di scendere verso la spiaggia. Appoggio le mani sul legno ruvido, lasciando cadere il peso del corpo, e alzo il viso a guardare il cielo. Le stelle sono bassissime, sembra quasi di poterle toccare. La serata di questo luglio, così caldo, il profumo dei gelsomini, così intenso, mi riportano improvvisamente alla mia infanzia, quando d’estate venivo qui al mare, dalla nonna.

Il suo giardino era per me, bambina, come un luogo incantato: luce, profumi, colori, fiori giganteschi, una galleria di tralci di rose dove  passavo immergendomi in una fragranza inebriante; farfalle dalle ali variopinte si posavano un attimo su un fiore e poi volavano via lasciandomi a guardarle sparire nel blu del cielo. Non avrei mai voluto andarmene da quel giardino, sarei rimasta il giorno intero a godere di quelle bellezze, ma la nonna mi chiamava per la merenda e io, a malincuore, rientravo in casa, dove trionfava invece il buio perché le imposte chiuse non permettevano al sole di entrare, mantenendo fresche le stanze.

 

Ci eravamo dati appuntamento nel pomeriggio, dopo esser risaliti dalla spiaggia. Lui, coricato a prendere il sole sulla schiena, la testa appoggiata sulle braccia incrociate, mi aveva osservata tutto il tempo mentre io, sdraiata al sole su di un fianco, leggevo pigramente un libro. Il caldo e la luce intensa non mi permettevano di concentrarmi nella lettura e mi trovavo a rileggere parole appena lette per riuscire a capire la sostanza della frase.  E il suo sguardo. Lo sentivo su di me e avevo cercato di evitarlo fino a quando, passandomi la mano tra i capelli, glielo avevo restituito, annoiata. Era un bell’uomo, bruno, occhi scuri, penetranti. Non mi era interessato altro di lui. Mi erano bastati i suoi occhi.

Mi ero alzata per andare in acqua, tanto per far qualcosa e lui, subito, mi aveva seguito e si era avvicinato, sorridendo. Avevamo incominciato a parlare, come ci conoscessimo da sempre. Mi raccontava cose normali, da quanti giorni era al mare, di come si stava annoiando, e di come, invece, da quando mi aveva visto sulla spiaggia, finalmente gli era passata la noia e aveva soltanto desiderato stare con me, conoscermi, parlarmi. Mi aveva chiesto di passare la sera insieme. Così ci eravamo dati appuntamento al molo.

Ritornando alla sdraio, avevo sentito squillare il cellulare. Era mio marito, rimasto in città a lavorare e, come ogni giorno, alla pausa pranzo, mi salutava. Gli avevo risposto svogliata, a monosillabi: non avevo nulla da dirgli, ma lui continuava a chiedermi notizie. “Sì, fa un gran caldo, mi sto abbronzando… sto leggendo l’ultimo libro uscito, sai, quello nuovo, del premio Strega”. Piero avrebbe voluto parlare ancora un po’, ma proprio non ne avevo voglia, avevo altro per la testa. “Ciao  Piero, ci sentiamo per la buonanotte, ho la batteria quasi scarica! Un bacio!” e avevo spento il cellulare.

Quando Marco mi tese la mano per aiutarmi nella breve salita che dalla spiaggia porta alla strada, quel contatto mi aveva turbata. Era tanto tempo che non mi capitava.

Ci saremmo trovati al molo per le ventidue.

 

Ora sono qui, appoggiata alla staccionata. Guardo quell’uomo laggiù e mi chiedo perché sono qui. Cosa mi è passato per la mente? Ok, un bell’uomo mi ha guardata, mi ha chiesto di incontrarci stasera, ed ora, laggiù, mi sta aspettando. Prima di uscire mi sono preparata accuratamente: trucco perfetto, completo bianco che mi fascia come un guanto e fa risaltare l’abbronzatura, scollatura quel tanto che basta. Ma io, mi chiedo, sono come loro? come quelle che tradiscono il marito per l’ebrezza di un’avventura? Quelle che leggono le varie sfumature di nero, di grigio e di rosso e poi, tutte gasate, provano a riprodurre quel che leggono? Sono forse così?

 

Questo profumo di gelsomino… questo profumo mi ha riportato non soltanto la mia infanzia, ma anche l’innocenza di quegli anni, la bellezza dell’anima di quella bambina che ero. Cosa mi è successo nel frattempo?

Cosa mi ha spinta ad accettare quest’invito? La curiosità, il desiderio di un’avventura, l’emozione di piacere ancora? Cosa? Sono stata una stupida.

Le gambe mi tremano e una stretta mi tormenta lo stomaco, quella che sento ogni volta che mi pare di star per fare uno sbaglio, un qualcosa che mi fa sentire in colpa.

Guardo verso il molo: una piccola scia rossa sta disegnando un arco verso l’alto e poi ricade verso il basso, nell’acqua.

Mi stacco dalla staccionata e incomincio a correre su per la salita. Una folata di vento porta con sé, intenso, il profumo dei gelsomini.

Autore: admin

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