Ruben SABBADINI – “Il declino della chat” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

IL DECLINO DELLA CHAT



«Nonno, mi racconti di quando eri giovane?».

«Certo, figlio mio, ma i nostri non erano tempi eroici come quelli degli uomini in camicia rossa che stai studiando a scuola, quelli che “qui si fa l’Italia o si muore!”; i nostri erano i tempi oscuri della rete, tempi in cui tutti noi abbiamo smesso di guardarci negli occhi e abbiamo cominciato a parlarci attraverso scatolette, non più grandi di un pacchetto di sigarette, che si connettevano, via radio, con grandi centrali pervasive, il cui scopo era smistare messaggi, da uno all’altro, di una massa sterminata di milioni di utenti».

«E che divertimento c’era?».

«Vedi, caro, venivamo da un mondo d’isolamento, ognuno chiuso nella sua famiglia, qualche amico, il telefono unico contatto e una spinta insopprimibile ad incontrarci. Ricordo ragazzi e ragazze che scappavano di casa …»,

«scappavano di casa? e perché?»,

«… per incontrare gli amici, amici che, magari, non piacevano alla famiglia, o che sembrava, agli attenti genitori, qualcosa a cui si potesse rinunciare, che distoglievano dagli impegni veri, dallo studio, dalla costruzione del futuro».

«Ma la molla insopprimibile alla socializzazione non si poteva fermare e la gente si incontrava, costasse quel che costasse, scalava le montagne, metaforicamente, per spendere (un inglesismo) il tempo insieme, a costo di litigare con tutti, genitori in primis, ma anche insegnanti; ricordo che i nonni, all’epoca, erano spesso complici di questi giovani e, comunque, meno preoccupati, più lucidi nel capirli. Non di rado la casa della nonna era rifugio sicuro, dopo una litigata con la mamma, o un luogo appartato per ritirarsi con una ragazza».

«Uno splendido isolamento, allora. Mi immagino tutti questi atoma isolati da cui si fugge per ritrovarsi in gruppo, qui o là, ovunque è possibile; e poi?».

«Poi è arrivata la rete e parlarsi non è mai stato così facile, “parlarsi” attraverso le nuove tecnologie che via via apparivano, prima telefoni personali portatili, detti cellulari, poi apparecchi sempre più potenti e complessi come gli smartphone con cui potevi scambiarti messaggi “verso tutti” (come diceva una pubblicità dell’epoca), tutto il giorno; un mio amico, all’epoca, entra in piscina per una partita di pallanuoto esce e si trova inondato da 600, dico 600, messaggi su i tre gruppi di amici a cui era connesso, che a leggerli tutti era peggio che una pagina di esercizi di matematica».

«Stai descrivendo un incubo. Ma che si scrivevano?».

«Questo è il punto, cosa si scrivessero. I sociologi, gli storici hanno poi cercato di farsi un’idea di questa profusione di messaggi, hanno cercato di trovarvi un comune denominatore, di intravederne un senso».

«E ci sono riusciti?».

«In parte, hanno colto la stessa spinta insopprimibile che portava i giovani della generazione precedente alla fuga, verso gli altri, i coetanei; ma una spinta frustrata, una corsa sul posto, sempre sotto lo sguardo rassicurato degli adulti. Miller, uno studioso inglese, la chiamò “fuga da tapis roulant”, quell’aggeggio con cui fai chilometri, in quel garage che chiami palestra, a trecento metri sotto casa».

«Essere connesso diventa un obbligo e un lavoro a tempo pieno, poco spazio per il gioco e, cominciano ad accorgersi gli adulti, un po’ meno rassicurati, per lo studio». «Lo stress era forte e ulteriormente accresciuto dall’isolamento che ciascuno, nonostante le potenti connessioni, provava. Qualcuno, particolarmente fragile, poteva anche rimanere seriamente colpito da una battuta infelice che, come proiettile impazzito, rimbalzava da uno smartphone all’altro, accrescendosi ad ogni passo, fino a prendere la dimensione di una valanga che, poi, da qualche parte doveva finire; più raramente spegnersi lentamente nel dimenticatoio».

«Ma perché non buttavano quei cosi e si incontravano?».

«Lo facevano anche, ma poco e male, le città non prevedevano spazi idonei per la socializzazione e senza pagare, e spesso salato, i locali pubblici non ospitavano gruppi di amici. Le proprie case erano off limits per una crescente pervasiva spinta piccolo borghese, di difesa della roba, che coinvolgeva, ormai, tutte le classi sociali». «Qualcuno scrisse, parafrasando il titolo di un film famoso a quel tempo, “questo non è un paese per giovani” e così lo sentivamo. Eravamo considerati meno di niente, nulla era a nostra misura mentre il futuro appariva incerto e il timore di non conservare il benessere in cui eravamo cresciuti lo palpavamo con realistica evidenza».

«Tu sai, nonno, chi aspetto qui da te, vero?».

«Sì, lo so, e me ne rallegro. Ora esco, vado a fare quattro passi e vi lascio soli, è giusto così».

Autore: admin

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