Cinzia BALDAZZI – Le colpe dei padri. E delle madri (“Lehman Trilogy” di S. Massini, ultima regia di L. Ronconi)

 

Il mestiere del critico

 

 

 

LE COLPE DEI PADRI. E DELLE MADRI


“LEHMAN TRILOGY”, ULTIMA REGIA DI LUCA RONCONI

La saga dei fratelli Lehman, dalla compravendita di cotone a metà ‘800 alla bancarotta del 2008, nel testo di Stefano Massini di scen al Teatro Argentina, Roma, dopo il debutto a Milano (proprio nei giorni della scomparsa del regista)

****

Uscendo di casa, diretta al Teatro Argentina, riflettevo – tentando di concentrarmi al massimo – sugli scritti dedicati da Erich Fromm, illustre psicoanalista di Francoforte, al fenomeno del capitalismo: in fondo, ero in procinto di assistere al primo capitolo di Lehman Trilogy di Stefano Massini, opera drammaturgica ispirata alla famosa famiglia ebrea emigrata dalla Germania, poi divenuta americana, sino a costituirne l’emblema della nascita e dell’affermarsi del capitalismo stesso in quella nazione. L’autore, ero certa, sarebbe stato consapevole di quanto ogni componente di tale struttura sociale possieda una formula, un “telaio” di origine libidica, in sintesi un singolare combinarsi di inquietudini umane, fondamentali, e di attributi socio-economici.

L’appartenenza dei protagonisti alla comunità d’Israele non cambia la potenza di simile rapporto: semmai, essendo la collettività ebraica abbastanza compatta, lo avrebbe, di per sé, reso assai chiaro. Non mi aspettavo, dunque, che questa peculiarità etnica e religiosa e, di conseguenza le azioni e parole – in particolare le ultime, perché si tratta di teatro di parola nell’autentico senso del termine – dovessero essere stereotipate nel profondo per consentirne la comprensione, benché sempre poeticamente e in una cornice teatrale.

In platea, durante un pomeriggio festivo, davanti al sipario aperto, vuoto e grande, ero comunque ansiosa, tra un pubblico numeroso, di vedere chissà come realizzato e, almeno in parte, ancor più attuale, il progetto ideato intorno al 1930 da Fromm e da Max Horkheimer: ossia, suggerisce lo statunitense Martin Jay, di rappresentare «modelli di autorità dei lavoratori», evitando «la tensione prevalente ad universalizzare l’esperienza della società sussistente, osservabile nell’estensione del complesso di Edipo a tutto lo sviluppo umano, mentre in realtà esso vale solo per le società patriarcali».

Attesa appagata al completo, senz’altro grazie all’abilità di autori e compagnia. La vicenda di uomini e donne, di padri, figli e fratelli, consumatori o avversari impauriti o fortificati, autori concreti o nel pensiero, è costruita sul meccanismo della gratificazione edipica: dove, tra cotone commerciato, poi inserito nel listino della borsa, carbone, ferrovie, denaro e speculazioni finanziarie, in una sorta di saga, i Lehman, sotto l’influsso della spinta ossessiva, conquistano le prerogative di appagamento ricercato nell’unico spazio adeguato a garantirlo, cioè l’intimità utopica con la madre. O meglio, in una figura materna – il nuovo mondo, l’America – capace di dare per intero desiderio e desiderato, colpa e recupero, a chiunque abbia, però, mostrato talento, perspicacia e istinto globale ad abnegarsi, contro la natura scontata, alle regole di una libido del genere. In linea con un’analoga sfera interpretativa, d’intesa con la firma autorale di Luca Ronconi, ritengo sia nata la suddivisione in episodi successivi della Trilogia (Tre fratelliPadri e figliL’immortale), poi messa in atto in distinte performance (Tre fratelliPadri e figli).

Una bianca parete di fondo, con candide quinte laterali a far da schermo per la scrittura visiva ad indicare i titoli alle scene, affaccia su un pavimento patchwork con quadrettoni dalla tonalità grigia, in grado di far emergere dal basso sedie minimaliste, tavoli scheletrici, nonché sottrarre allo sguardo una coppia di personaggi. In alto, sospeso su un asse, un orologio fermo, a rammentare l’evento preciso dello sbarco del ventitreenne Henry Lehman, tedesco di Baviera, al porto di New York. Con una valigia, barba folta, astemio alla partenza da Le Havre, trasformato in gran bevitore all’approdo al di là dell’oceano dopo un mese e mezzo, alle 7.25 dell’11 settembre 1844 «prese un bel respiro, afferrò la valigia e con passo spedito – nonostante non sapesse ancora dove andare – entrò nel carillon chiamato America».


Quando ho ascoltato la data, le immagini allestite si sono bloccate e, per un attimo disorientata, ho pensato a cosa abbia voluto significare la catastrofe verificata nel medesimo giorno del settembre 2001, nella Wall Street della quale i Lehman Brothers possono essere considerati tra i fondatori: in “via della Libertà”, dove sorge oggi, scusate se mi ripeto, la Torre della Libertà, cioè la Freedom Tower. E cosa inoltre nasconda il destino nell’insondabile casualità responsabile di aver stabilito la data di uscita dell’album Love and Theft di Bob Dylan, coincidente con quella tragica mattina. Nella traccia High Water, sfiorando una profezia, infatti è suggerito: «Tutto l’oro e l’argento sono stati rubati, non resta in piedi niente, le baracche crollano giù, la gente perde le sue proprietà , sta lasciando la città, le cose si stanno smantellando lì fuori, le bare piovono sulla strada come palloni di piombo».

Nel clima ricreato di rapporto libidico, utopico e ossessivo con la Madre America, varcando la porta illuminata Henry testimonia l’ingresso in atto nel «carillon» dei futuri Stati Uniti: è la metafora inaugurale di una ricca gamma di nessi semantici persistenti riferiti alla “genitrice”, evidenziata nella fisionomia del continente scoperto dagli europei nel XV secolo.

Sono tre anni, ormai, dall’esordio dinanzi ai nostri occhi di questa sorprendente avventura: Henry (Massimo De Francovich) conduce in solitudine un emporio di tessuti e abbigliamento a Montgomery, in Alabama. Seduto al centro, descrive la vetrina, gli scaffali, i cappelli, i pantaloni, i completi, le gonne, i rotoli di stoffa dei quali si occupa: a dispetto della lista dettagliata, la scena è nuda. In una prefigurarsi di lì a due decenni, dall’evocare una merce non mostrata in “diretta” si arriverà alla contrattazione in sua assenza.

Nel 1847 viene raggiunto dal fratello minore Emanuel, nel 1850 è la volta del terzogenito Mayer. È la nascita della celebre insegna “Lehman Brothers”, una delle maggiori innovazioni grafiche dell’epoca in campo pubblicitario: tutta in maiuscoletto eccetto la “L” e la “B” in maiuscolo, forse in omaggio all’utilizzo diffuso della parola “Signore” in molte versioni della Bibbia, corrispondente alla grafia di Javeh nell’originale. I Lehman rinunciano, eccetto Mayer, ai nomi ebraici: Heyum diviene Henry, Mendel sarà Emanuel.

Il ritmo giornaliero è severo, la sveglia della mattina suona alle cinque in punto e si lavora di domenica per invogliare la clientela poco agiata: niente svaghi, una vita pauperista in previsione, in un breve intervallo di tempo, del break-even. Insomma, se si potesse chiedere ai fratelli Lehman cosa abbiano fatto nel periodo iniziale della storia, parafrasando un ulteriore insigne emigrato risponderebbero: «Siamo andati a letto presto». Mi si stringe il cuore per tanto sacrificio, l’ammirazione cresce e si conferma nel progredire della vicenda alla quale tento di collaborare umanamente, tenendo però salda la prospettiva di un ragionamento non del tutto manipolato dalle emozioni.

Henry ha una prima idea illuminante, accettando in pagamento cotone grezzo dai clienti e rivendendolo agli industriali. Le piantagioni sono fiorenti, le fabbriche agguerrite, il valore sul mercato è alto, comunque il negozio non incide in quantità significativa nello scambio globale.

In un clima di attesa generale – sono sincera, pur condivisa nella professione di fede cristiana – arriva Hannukah, la Festa delle Luci, per ricordare, onorandolo, un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme. Dall’alba, dal 24 dicembre in poi, si accende un cero nel candelabro a nove braccia, ma le luci che brillano quella sera sono altre: all’orizzonte il fuoco divampa nelle piantagioni, la notte è illuminata dall’incendio, il cotone ridotto in cenere ricade sulle abitazioni di Montgomery.  Al giovane Mayer è affidato il racconto sincopato, allarmato, a volte ironico della tragedia abbattuta su possidenti e schiavi: «Le piantagioni in fiamme! Non rimarrà più nulla…». I Lehman fiutano l’affare in pochi secondi: forniranno semi, attrezzi e macchinari ai piantatori per ricostituire i campi, pretendendo una quota del raccolto da girare alle fabbriche. Da un lato, scivola sul palco un’inedita insegna in verticale: “Compravendita di cotone grezzo”. Volontà di celebrare la sopravvivenza del popolo ebraico, sigillo del dominio della luce sull’oscurità, Hannukah dirotta gli affari della famiglia bavarese verso i proventi dell’”oro dell’Alabama”. Una visita di Emanuel allo stabilimento tessile di Teddy Wilkinson è riferita in un esteso monologo denso di meraviglia: i macchinari, la catena produttiva in serie, la gestione, la manodopera («Gente pagata, salariati! Non schiavi!»).


La febbre gialla del 1855, micidiale epidemia nata a New Orleans, miete vittime ovunque e conduce alla tomba uno dei Lehman. Il lutto è rappresentato terribile, una mancanza della quale si parla senza permettere al narrato di divenire veicolo del suo sconforto. È una scelta compiuta per elaborarne la disgrazia rendendola strumentalmente superabile? Oppure è il risultato di un messaggio inerente a un episodio di scomparsa e dolore, elementi troppo ignoti in sé per commentarli? Misurando il palcoscenico con lenti spostamenti, Henry elenca con serietà meticolosa le usanze ebraiche in periodo di lutto: attività commerciali sospese per una settimana, divieto di cucinare, richiesta del cibo ai vicini, un vestito da ridurre a brandelli. Soltanto quando comincia a camminare all’indietro, passo dopo passo, sino a inoltrarsi di spalle nella porta scorrevole che lo aveva accolto allo sbarco, e sparendo alla vista con l’anta richiusa, comprendiamo come Henry stesse descrivendo in terza persona la propria morte.

Si determina la strategia dello “stare in mezzo”, nucleo intuitivo del successo dei Lehman, nonché principio fondativo della finanza a venire: lasciare alcuni a produrre le materie grezze, altri a lavorare il prodotto completo, riuscendo a diventare i migliori nel mediare tra agricoltura e industria, piantagioni e fabbriche. Quando il terzogenito Mayer si reca dalla fidanzata Babette, conoscendo il quasi-suocero si sente dire: «Che razza di mestiere è stare nel mezzo?!».

La crescita della figura di Mayer (Massimo Popolizio) in Lehman Trilogy è in stretto rapporto con la resa scenica dell’attore, immedesimato e persuasivo, e le indicazioni di regia ronconiane. Se Henry è la “testa”, riflessivo e pensante, ed Emanuel (Fabrizio Gifuni) il “braccio”, intraprendente e visionario, ultimo si trova situato Mayer, soprannominato “patata” (bulbe in tedesco) o kish kish (“baci baci”) per certe sue leziosaggini nella postura ricercata, nella progressione di movimenti insinuanti, negli assunti satirici del linguaggio. Specie di doppio attualizzato del Giano-bifronte, sorride, ironizza benevolo e induce a rallegrarsi, ma ecco, d’improvviso, mutando la sorte si rattrista: e noi con lui, dalla platea vorremmo, se fosse mai possibile, rassicurarlo con la nostra solidarietà.

Mayer, nello strutturato clan dei Lehman, essendo dotato di eloquio femminile, non omosessuale, pare asessuato, detenendo in realtà il preciso ruolo, e prezioso, dell’uomo di mezzo: ora padre-fratello per Henry ed Emanuel, con il compito sociale di convincente mediatore in campo affaristico, privato e politico, ora figlio-marito rispetto alla madre-America, sposa materna fonte di nutrimento, pretendendo in cambio da lui tutto il suo esserci. Fromm era stimolato dall’idea comune che l’amore e il sentimento altruistico derivassero, in definitiva, dall’affetto materno tipico della lunga gestazione e cura postnatale. In simile linea interpretativa, il personaggio di Mayer Lehman suggerisce quanto l’amore non dipenda dalla sessualità. L’essere mascolino e femmineo non coincide con il riflesso di differenze sessuali “essenziali”, a un passo dalla pre-genitalità: deriva invece dalle distinte funzioni vitali, da “amministrare” anche nel sociale.

A New York, nel 1857, la Fiera del Cotone richiama compratori da stati limitrofi e lontani. Uno stupito e solitario Emanuel racconta dei capannelli vicino ai Rotschild, ai Goldman, ai Sachs, con i cilindri e i panciotti degli acquirenti, le lavagne e i prezzi scritti col gesso, pronti a essere cancellati e riscritti al rialzo o al ribasso. Aperto un ufficio in Liberty Street, corteggia con insistenza la giovane Pauline Sondheim, avviando una serrata narrazione dei tenaci, regolarissimi tentativi di varcare il portone dell’appartamento della ragazza, con l’aiuto di un omaggio floreale in mano. Trovandosi chiusa la porta in faccia, riprova dopo sette giorni, quindi ancora la settimana seguente (provvedendo a riporre ogni volta i fiori nel vaso per non essere costretto a riacquistarli).


Scoppiata la guerra di Secessione, Emanuel e Mayer pagano trecento dollari ciascuno evitando il servizio di leva: accusano le ripercussioni del conflitto, poiché il Sud esce dall’Unione, il cotone non va più al Nord. Il negozio in Alabama deve chiudere e, purtroppo, i locali newyorkesi prendono fuoco durante i disordini post-bellici. I fratelli Lehman, sempre insieme sulla scena, descrivono a turno la drammaticità del periodo, essendo entrambi i suoceri (un po’ sarcastici…) in attesa della prossima rovina. Ho qualche difficoltà a rintracciare le fonti specifiche delle battute, perché si alternano in prima e terza voce, esponendo opinioni soggettive: si susseguono discorso diretto e indiretto, con frasi incrociate tra gli interlocutori, ma la fatica utile per venire a capo dei vari messaggi, delle informazioni, non è scoraggiante, ottenendo il risultato di spingere, in un’originale utopia, a contribuire in prima persona a quell’intreccio di idee.

Sostenuti da una consistente liquidità, i Lehman seniores ne escono potenziati e forti: Emanuel carica il cotone sui bastimenti indirizzati al mercato europeo, continente non diviso da conflitti; Mayer, dopo aver aiutato vedove e riscattato prigionieri, ottiene dal governatore dell’Alabama il monopolio dei fondi per la ricostruzione. Abbandonate le ambizioni dei secessionisti, inaugurata la Bank for Alabama, a New York l’altro fratello si inserisce nell’élite dei Blumenthal e dei Singer. I Lehman, avendo partecipato a fondare la Borsa del Cotone, entrano in quella del Caffè e infine nello Stock Exchange. Su un asse rigido proteso tra le quinte, a due metri dal suolo, Salomon Paprinskij, giovane equilibrista, cammina con cautela: ha teso un filo tra i lampioni a Wall Street e ogni mattina, per i brokers, esegue lo show.

Per i Lehman, l’ingresso ufficiale nella Borsa di New York comporta una meravigliata scoperta “in negativo”: abituati a maneggiare e smerciare prodotti dotati di corporeità, fisicità (dai pantaloni al caffè, dai cappelli al cotone), provano l’esperienza di scambiare qualcosa che non ha necessità di essere confezionato, trasferito, consegnato: «Non c’è niente eppure c’è tutto, non c’è il ferro ma c’è la parola ferro!». Si vende ciò che non appare.

A sessant’anni, Emanuel è tormentato da un sogno ricorrente: da ragazzino, con il fratello, compone una vertiginosa pila di monetine, così da scalarla e raggiungerne la cima, finché il cielo si squarcia: sopraggiunge, nel panico e nello sgomento, un treno sferragliante, investendolo. Il poverino precipita giù con le monete raccolte. Nello stato di veglia, sarà Philip (Paolo Pierobon), il primo Lehman nato in terra americana, a spiegare e vanificare l’incubo del padre, intraprendendo al suo posto (con un rischio notevole) il finanziamento della ferrovia di Baltimora. È il lancio di un’idea innovativa: la banca d’affari.

Lasciata l’Alabama, Mayer segue il fratello a New York e ha un figlio maschio: il piccolo Herbert (Roberto Zibetti), già in occasione del bar mitzvah vanta una cerchia di amici “di nome”, dai Rotschild ai Wolf, dai Lieberman agli Strauss, dai Borowitz ai Cohen. Non saranno, per lui, opportunità esplicita di guadagnare: costituiranno le conoscenze indispensabili a una carriera politica orientata al governatorato dello Stato di New York.

Emanuel e Mayer, ultra-settantenni, sono colpiti da una progressiva perdita di funzioni nella società di famiglia dovuta alle nuove e, per loro inspiegabili, conformazioni assunte su iniziativa di Philip. A Mayer viene inibita la tenuta dei registri di cassa, ora incarico di sei impiegati, e il controllo dei numeri, affidato ai revisori dei conti; è stato nominato un consiglio di amministrazione, dunque Emanuel non può continuare a decidere in solitudine. Nell’ufficio di Liberty Street, nell’estrema South Manhattan, all’angolo con la West e vicino al fiume Hudson (nel nucleo del futuro insediamento del World Trade Center), i fratelli, in minoranza, assistono al passaggio di potere nelle mani del figlio-nipote Philip, lanciato in progetti giganteschi e diversificati: dal Canale di Panama al commercio di sigarette ai pozzi di petrolio. È vero, è giusto: «Il segreto è arrivare alle cose semplici prima che diventino semplici».


Erich Fromm si rivolgeva alla teoria matriarcale per negare l’universalità del complesso di Edipo. La forza con cui tale unione si manifesta in società patriarcali è in parte il risultato del ruolo del figlio-erede delle ricchezze del padre, nella misura in cui si occuperà di lui nella vecchiaia. Nei genitori, educare la prole sarebbe guidato dall’obiettivo dell’utilità economica, non invece della felicità, evoluta con distacco evasivo dall’adempimento degli obblighi di base.

È la vicenda dei rapporti tra Emanuel e il figlio Philip: costui, non avendo mai discriminato il sentimento genitoriale, percepisce il timore di causare un fallimento. La modifica traumatica e vincente degli affari Lehman avviene sotto la sua egida, dopo aver allontanato papà e zio. Estimatore cinico e lucido, non esita a pagare il prezzo relativo alla vita scelta: l’amore assume carattere contingente, la sicurezza è smarrita, il senso del dovere si rafforza poiché fulcro indiscusso dell’esistenza. Convinto individualista, di indole fredda e perspicace, è pronto a perseguire il proprio plan: in un coinvolgente monologo, con il taccuino-memorandum in mano, espone a noi del pubblico i risultati di una lunga “ricerca di mercato” effettuata per selezionare la sposa ideale tra decine di aspiranti. Attraverso tre categorie di giudizio («portamento», «spirito», «cultura»), ciascuna guadagnando un punteggio elaborato in scala matematica, si “qualifica” infine la yankee Carrie Lauer (130 di score su un massimo di 200).

Philip spicca in qualità di campione all’interno dell’influenza dei fattori sociali mediati dalla famiglia. Nella teoria frommiana, costumi sessuali troppo repressivi potevano impedire lo sviluppo di una sana sessualità genitale: lo studioso metteva in chiaro il rapporto tra lo «spirito capitalistico» e l’«analità», collegando la razionalità borghese, la tesaurizzazione di oggetti, la possessività e il puritanesimo con la repressione e l’amore per l’ordine tipico dello stadio anale, connesso a puntualità pignola, testardaggine, ognuno di essi di livello superiore a quello medio.

Con il pensiero impegnato in opinioni analoghe, scorgo insegne antiquate e attuali della ditta situate al centro, mentre sulla riga di proscenio una coppia di eleganti donne vestite di nero, su sedie minimali, gusta un tè. Nient’altro da rilevare: siamo nel salotto di casa Lehman sulla 54ma Strada, dietro la cattedrale di St. Patrick e a un passo da Central Park.  Entrambe non ebree, Carrie, moglie di Philip Lehman, e la signora Goldman, riferiscono dicerie non sempre lusinghiere sul gruppo israelitico di New York che può vantare un cognome su quattro.

Da uno spazio remoto, per le anime dei morti, intuisco sia il momento di presentarsi in forma di sembianze viventi: Mayer, Emanuel, Henry avanzano zoppicanti, sorretti da un bastone, perplessi e turbati da quanto “vedono”. Sembrano immagini di richiamo non alla vecchiaia fisica, bensì a una mentalità aziendale d’antan: non hanno dismesso la tuta da lavoro indossata sopra il completo, segnale simbolico di un look registico all’altezza di rammentare la natura operativa, all’occorrenza manuale, dell’anziano imprenditore.

Il giovane Philip si lancia in dissertazioni sulla volatilità: se un ombrello costa tre dollari, il prezzo salirà in caso di pioggia, al contrario calerà se si diffonde la voce che attira i fulmini. Scariche di adrenalina accompagnano i commenti sui valori destinati a modificarsi nel giro di minuti: dal 1906 confermato alla guida della Lehman, subisce il fascino dalle mutazioni del mondo economico («il brivido del rischio»). Del resto, «le aziende vendono il loro nome», e Lehman Brothers viaggia ormai nella dimensione della finanza “teorica”, dei fondi comuni di investimento.

La terza generazione irrompe sulla scena con Robert (Fausto Cabra), figlio di Philip, amante dell’arte e dei cavalli. Fresco di laurea a Yale, ha imparato come non sia buona cosa stare nel board della società di famiglia solo perché se ne porta il cognome, aprendo così una crepa nel concetto capitalistico tramandato.


Mentre l’ultima leva dei Lehman punta a ricavi con numeri “dinanzi” alle virgole e non “dietro”, ecco sorgere l’alba del 24 ottobre 1929. L’equilibrista Salomon Paprinskij scivola dal filo, la Borsa crolla con un sold out pauroso, i bang! delle pistole scuotono la sala. Intanto, i fantasmi dei Lehman raccontano dei molteplici suicidi e, nella parte posteriore del palco, Robert viene corteggiato dall’intraprendente Ruth Lamar. Durante il colloquio, il giovane si morde il labbro e comincia a sanguinare: Ruth, premurosa, lo tampona con un fazzoletto.

L’amore materno, secondo Erich Fromm, per lo più incondizionato, possiede i mezzi per reagire alle pressioni sociali, benché sia soggetto a indebolirsi, mostrandosi esso stesso bisognoso di essere protetto. Accade anche ai surrogati materni come la campagna e il Volk, o la terra d’America per i Lehman: la fiducia e il calore materno originari sono stati sostituiti dal senso di colpevolezza nei confronti del padre e dalla morale autoritaria. Il sanguinamento di Robert, in risposta alle esplicite avances di una donna americana emancipata, è indice di un meccanismo adottato per auto-punirsi allo scopo di rammentare, e in certa misura espiare, l’aver dimenticato il vincolo naturale con l’entità materna. I Lehman sono qui protagonisti di un periodo storico in cui non lottano per la sopravvivenza, né per ottenere agiatezza sociale, piuttosto per allargare l’impero. Ora, ricordava Fromm, le radici psichiche organiche alla raccolta del capitale, pur essendo di stampo patriarcale con il regime capitalistico hanno creato – forse, un paradosso – un assetto concreto favorevole al riemergere di un’autentica cultura matriarcale. Ciò avviene, appunto, nell’abbondanza di beni e servizi, in grado di consentire un principio di realtà meno orientato all’acquisizione.

Le battute progrediscono energiche e incisive, spesso in netto contrasto, il dialogo è serrato, vivace, peraltro eterogeneo: di qua gli affari, di là il corteggiamento. La routine si ripete dopo le nozze, finché Ruth, rendendo evidente il sistema di “dare per avere”, di cui è espressione la gerarchia ontologica della madre e della moglie, esclama, tanto per essere chiari: «Perché, invece di una donna, non hai sposato una banca? ».

Con la Grande Recessione e l’andamento della politica del New Deal, i capostipiti si materializzano di nuovo, stringendosi al nipote e inducendolo a costruire “l’arca” adeguata a far galleggiare la banca nell’imperversare del diluvio. Robert coltiva frequenti visioni oniriche, nelle cui altezze vertiginose però, proprio in cima all’insegna di famiglia, svetta King Kong, e da una finestra si affaccia una bionda fanciulla. Divorzia da Carrie e sposa Ruth Owen.

«Una psicologia sociale valida deve riconoscere che, quando cambia la base socio-economica di una società, cambia anche la funzionalità sociale della sua struttura libidica», scriveva Martin Jay sintetizzando l’insegnamento frommiano e ricordando i tre tipi caratteriali della nostra libido: orale, anale e genitale, considerando di passaggio i restanti, cioè fallico e di latenza. A essere precisi, il complesso di Edipo, esaminato da Sigmund Freud nell’infanzia, e proiettato in età adulta, si manifesterebbe nella fase fallica, dove l’interesse si concentra, appunto, sul genitore di sesso opposto. Il bambino si “innamora” della madre, giudicando il padre – con il quale è in forte contesa – ostacolo antagonista nell’unione desiderata. I Lehman juniores sperimentano pesanti sensi di colpa per un analogo stato d’animo e tentano di non suscitare la collera di Emanuel e Mayer: pur essendo la figura paterna un elemento di enorme tensione e potenziale scontro a causa della dolorosa rivalità del rapporto vissuto, imitano la madre per catturare l’amore maritale, e contemporaneamente filiale, del patriarca. Regna sovrano, onnipresente, l’immenso timore della frustrazione sessuale, della mancanza di denaro, allargati alla sfera dei sentimenti.


Alla fase genitale Fromm attribuiva indipendenza e socievolezza: in principio d’accordo con Wilhelm Reich sugli effetti progressivi di una sessualità non repressa, finisce con il modificare la sostanza dell’ipotesi. I nazisti, era convinto lo avessero dimostrato: l’emanciparsi nel sesso non implica necessariamente una libertà politica, un’etica equa nelle norme e nei diritti pubblici e privati. Nella prima parte di Lehman Trilogy, quando l’eco della dittatura hitleriana giunge oltreoceano a metà anni ’30, i Lehman sentono di dover rendere ufficiale il legame con la madre-terra: in Germania si recheranno, non a stipulare affari con Hitler, bensì a far circolare un ideale radicato di libertà.

Eletto governatore, Herbert Lehman parla ai parenti su un piano rialzato: è il primato della politica sull’economia, è lo stato regolatore delle finanze, controllore dell’industria. La recessione successiva lascia vittime sul campo: precipitano nella bancarotta un greco e un ungherese, si rialzano e parlano, quindi cadono ancora. Il paese esce dalla crisi appena in tempo per  entrare in guerra: «Ha smesso di piovere, ma ha iniziato a grandinare». Dopo lo scacco di Pearl Harbor nel 1941, i Lehman investono nel conflitto.

Alla morte di Philip, generazione di mezzo, le usanze ebraiche sono l’ombra di un ricordo remoto: le sedi rimangono aperte e vengono osservati tre minuti di silenzio. In breve, Lee Anz Lynn diventa la terza moglie di Robert. La medesima attrice (Francesca Ciocchetti) interpreta, quasi assommate in un unico modello di apparenza, nella voce e nel corpo, le varie signore Lehman.

Nei ‘60, Bobby Lehman è un imprenditore planetario, con lo yacht a Long Island e il Boeing 707 per volare in Arabia a occuparsi del petrolio: «Sugli affari Lehman Brothers non tramonta mai il sole». Neanche il nipote sfugge al sogno di famiglia: la pila è fatta di valigie, come fu per il nonno Henry sbarcato nel secolo addietro. Adesso sono le sue, pronte per l’ultimo viaggio nel ’69, quando muore lasciando la società priva di ogni aggancio con i Lehman.

Avendo campo libero, la coppia di zombie si desta. Corpulenti, occhi cerchiati, con fare inquietante, a fatica si trascinano ai capi del tavolo e appaiono nella loro identità: l’ebreo ungherese Lewis Glucksman, trader in carriera, e il greco Pete Peterson, si contendono con ferocia la leadership della LB ai primi anni ’80.

I morti sono di nuovo insieme: tre fratelli, due figli, un nipote. Nell’ampia sala a vetri, intorno al tavolo di cristallo, aspettano la notizia: squilla il telefono ed Henry si alza per rispondere. Annuisce con il capo, ringrazia, saluta, poi poggia il ricevitore e si rivolge agli altri: la banca è fallita.

Sì, il racconto della vicenda è terminato, nel pubblico batto le mani, alcuni sono in piedi e, con Massimo Popolizio, l’applauso è molto forte. Non so se all’ammirazione suscitata dallo spettacolo, oltre al piacere di frequente provato in allestimenti drammatici ben costruiti, si unisca una tensione al trasporto dei sentimenti, alla stima per il concreto “doppio umano” ispiratore della performance.

La storia del clan Lehman è un esempio di chi avuto l’esperienza di programmi e desideri esauditi, ingigantiti, e non ridimensionati dal reale. Il cammino non si è mai interrotto – nonostante controversie e sconfitte – prima di essersi esaurito. Beati loro, verrebbe da dire cristianamente ma, in cuor mio, penso al prezzo pagato, troppo alto. Per questo il mondo è abitato da milioni di me e da pochi Lehman.

 

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del pezzo.



Lehman Trilogy

di Stefano Massini

regia Luca Ronconi

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

con Massimo De Francovich (Henry Lehman), Fabrizio Gifuni (Emanuel Lehman), Massimo Popolizio (Mayer Lehman), Martin Ilunga Chishimba (Testatonda Deggoo), Paolo Pierobon (Philip Lehman), Fabrizio Falco (Solomon Paprinskij), Raffaele Esposito (Davidson, Pete Peterson), Denis Fasolo (Archibald, Lewis Glucksman), Roberto Zibetti (Herbert Lehman), Fausto Cabra (Robert Lehman), Francesca Ciocchetti (Carrie Lauer, Ruth Lamar, Ruth Owen, Lee Anz Lynn), Laila Maria Fernandez (signora Goldman)

scene Marco Rossi – costumi Gianluca Sbicca – luci A.J.Weissbard – suono Hubert Westkemper – trucco e acconciature Aldo Signoretti

Autore: admin

Condividi