U. ROSSI, F. FOSSATI- Cinema. Recensioni brevi (“E’ solo la fine del mondo”, “Non c’è più religione”, “Amore e inganni”)

 

Cinema   Recensioni brevi

 

 

 

TRE FILM RECENTI

 

E’ solo la fine del mondo

 

È solo la fine del mondo

Un film di Xavier Dola

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In E’ solo la fine del mondo (Juste la fin du monde) del francese Xavier Dolan, ingiustamente coronato con il Gra Premio della Giuria al Festival di Cannes 2016, il regista commette un errore di fondo, quello di pensare che il passaggio di un testo teatrale allo schermo cinematografico – in questo caso il copione omonimo scritto dall’attore, regista e drammaturgo Jean-Luc Lagarce (1957 – 1995) nel 1990 mentre era ammalato di AIDS – non richieda altro ingrediente stilistico se non l’uso insistito, ossessivo del primo piano.

E’ una scelta che isola gli attori dal contesto e, malgrado i dialoghi fluviali, li rende ben poco rappresentativisi. Uno scrittore ammalato terminale ritorna in famiglia, ma madre, sorella, cognata e fratello non hanno tempo per prestare attenzione alle sue ultime parole. L’incontro si chiude come si era aperto: nell’indifferenza e chiusura in se stessi dei familiari.  Il tutto narrato con grande insistenza sui visi degli attori e l’immersione in un’atmosfera claustrofobica che, a lungo andate, appare più un vezzo stilistico che non una vera necessità espressiva.

L’idea è quella che le immagini si adeguino al fluire delle parole, ma così non è e i dialoghi hanno un ruolo preminente sul rappresentato. Come dire che siamo in presenza di un film che configura un esempio da non seguire nel rapporto fra palcoscenico e grande schermo.

 

 

Non c’è più religione

 

Un film di Luca Miniero

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Luca Miniero, cinquantenne regista napoletano, ha iniziato ad essere conosciuto dal grande pubblico per Benvenuti al Sud (2010) – remake del bellissimo film francese Giù al Nord (Bienvenue chez les ch’tis, 2009) di Dany Boon – per poi dedicarsi a titoli meno graditi al botteghino quali il sequel di quel film, Benvenuti al Nord (2012), Il Sogno di Armando (2012), Un boss in salotto (2014), e La scuola più bella del mondo (2014).

Ritenta ora l’avventura con Non c’è più religione cercando di trattare temi delicati quale l’integrazione tra emigrati ed italiani, ma firma uno dei suoi titoli più pretenziosi e meno riusciti. Grazie ad una sceneggiatura a dire poco qualunquista e priva di spunti divertenti, trascina stancamente per novanta minuti una storia che nemmeno la presenza di volenterosi attori riesce mai ad interessare. I luoghi – prevalentemente le Isole Tremiti – sono raccontati molto bene dalla rarefatta fotografia di Daniele Ciprì che di isole se ne intende; ma la sua bravura serve a poco quando si scontra con la mediocrità di tutto il resto, compreso una colonna sonora particolarmente anonima. Claudio Bisio, almeno per ora, grande attore dimostra anche qui che simpatia non è necessariamente sinonimo di bravura. Discorso differente per Alessandro Gassman ed Angela Finocchiaro, interpreti in grado di essere interessanti, ma non in questa occasione.

Il primo tenta la carta del piacione, la seconda cerca di rendere credibile il personaggio di una suora particolare, un’imprenditrice che non mette in regola i collaboratori (ha un ristorante) ed è causa dell’originale disputa amorosa dei due protagonisti. Alla ricerca di accontentare tutti non si riesce a soddisfare nessuno, creando personaggi che rappresentano molti luoghi comuni accettati come specchio della società. C’è il trombato di destra che lascia il Nord e tenta di partire da quest’isola per una nuova avventura politica, la figlia affettuosa ma che vive la propria esistenza nella libera Londra, l’ex amico del uomo che si è convertito al Islam per amore, la suora riconoscibile per tale solo dall’abito che indossa, il prete spaesato che viene travolto dagli eventi, il Vescovo (uno sprecato  Roberto Herlitzka) che dovrebbe essere la macchietta delle nuove aperture della Chiesa, il bambinello che pesa quasi 90 chili.

Ci sono, poi, alcune ridicole caratterizzazioni di isolani quali il solo tratteggiato panettiere ed altri ancora meno identificabili, gli arabi da barzelletta che servono solo quale sfondo per il ravvedimento di razzisti convinti. Porto Buio è una piccola isola del Mediterraneo nota solo per il presepe vivente che il nuovo Sindaco vuole riportare agli antichi fasti, ma l’unico bambinello locale è cresciuto ed è fuori stazza. Il sindaco ne chiede uno in prestito ai tunisini che vivono sull’isola. Al suo fianco due amici di vecchia data: Bilal, al secolo Marietto, italiano convertito all’Islam, e Suor Marta, che non ne vuole sapere di profanare la culla di Gesù. I tre si ritroveranno uno contro l’altro, usando la religione per saldare i conti con il proprio passato, conti legati al comune amore dei due per la ragazza divenuta suora. Un lama al posto del bue, un Gesù mussulmano e un ramadan cristiano, una chiesa divisa in due e una madonna buddista per convincere i turisti a visitare l’isola. Finale prevedibilissimo legato alla figlia del Sindaco

 

Amore e inganni

Amore e inganni

Un film di Whit Stillman

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Tratto da una romanzo giovanile di Jane Austen (Lady Susan, pubblicato postumo nel 1871 dal nipote scritto nel 1794/1795 ma realmente terminato nel 1805) sviluppato in forma epistolare, arriva ora sugli schermi adattato dal regista e sceneggiatore statunitense Whit Stillman, sessantaquattrenne molto attivo nel cinema ma non come autore, che nel 1991 con lo script per Metropolitan (1990) era in corsa per gli Oscar.

Qui costruisce la narrazione in maniera intelligente, cercando di creare nello spettatore la conoscenza dei tantissimi personaggi presenti in questi novanta minuti. Il film inizia con le immagini dei vari attori, il nome all’interno della storia e le loro caratteristiche minime (maggiordomo, cognato di Lady, figlia, eccetera) utili per capire i dialoghi a loro riservati e quanto fatto.

In effetti la maggiore difficoltà è nel voler salvare tutti i personaggi – innegabilmente, la struttura narrativa così diviene più ricca – ma in questo modo spesso si rischia di non capire uno stato d’animo, il senso di una battuta. Il regista cerca di sintetizzare tutto ma, a tratti la struttura, basata soprattutto sul parlato, può divenire un po’ pesante.

Bravissimo nella ricostruzione del periodo storico, molto attento nelle ambientazioni, accettabile nella direzione di ottimi attori che, comunque, avrebbero fatto bene con qualsiasi altro regista. Il personaggio di Lady Susan è molto differente da quasi tutti gli altri creati dalla scrittrice inglese. Non è un’ingenua, ma una vedova calcolatrice che valuta il rischio che un marito troppo giovane non muoia in tempi accettabili, che vede volentieri un matrimonio con un sempliciotto ricco, perché lo ritiene più facilmente gestibile.

Una giovane vedova arriva in vacanza a Churchill, nella proprietà del ricco fratello del marito, per scoprire gli ultimi pettegolezzi che circolano nella buona società e per assicurare un coniuge per sé e uno per la figlia. E’ aiutata dalla sua più cara amica, lì col marito rispettabile che, forse, nasconde segreti. Tutto sembra andare per il verso giusto quando arrivano al Castello due uomini che sembrano perfette per sposarle. Tuttavia la situazione si complica anche perché qualcuno inizia a capire gli intrallazzi della donna.

 

*Ringraziamo U. Rossi e F. Fossati, colleghi di Cinemasessanta e Cinemaeteatro.com

Autore: admin

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