Maurizio TANCREDI – Agorà. Tirando uova contro le rocce (il Nobel a Bob Dylan)

 

Agorà

 

TIRANDO UOVA CONTRO LE ROCCE: IL NOBEL A BOB DYLAN.

 

Maurizio Tancredi, docente e  uomo di teatro, dylanologo da sempre, interviene nel dibattito sull’assegnazione del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan.

Come annunciato, Dylan non sarà presente alla cerimonia del 10 dicembre a Stoccolma: ha però inviato un acceptance speech, un discorso di accettazione e ringraziamento, che sarà letto dall’accademico Horace Engdahl durante la cena di gala dopo la consegna dei premi ai vincitori. La cantante americana Patti Smith, contattata tempo addietro per alcuni interventi musicali, alla notizia del premio a Dylan ha deciso di eseguire A Hard Rain’s A-Gonna Fall.


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Della polemica sorta, soprattutto in rete, sull’attribuzione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan mi sono reso conto attraverso alcuni interventi di amici dei Dylanisti Anonimi e di Cinzia Baldazzi. Gli uni e l’altra abbastanza colti ed equilibrati da non esser gente che si fa coinvolgere in  certe diatribe e da applicare in presenza di esse il monito che Dante mette in bocca a Virgilio davanti agli ignavi: «non ti curar di lor,  ma guarda e passa».

Però la polemica, che ho poi visto rimbalzare sui quotidiani, mi ha ricordato quella che aveva accompagnato l’attribuzione di un altro grande Nobel della letteratura, quello a Dario Fo. E se nessuno – o quasi – ha avuto l’animo di andarla a rispolverare è stato perché proprio in quei giorni Fo è morto e i morti, specie quando sono stati artisti, nel nostro Paese, godono di uno statuto speciale che ben descriveva Renzo Pezzani nel suo «processo brevettato per ottenere un critico arrabbiato», scrivendo che ingrediente base di tale ricetta era «la passione di rampicarsi ai morti col commento/la bile di un  amante paralitico e gli organi vocali d’una rana».

Insomma, cos’è che si rimproverava a Dario Fo ed ora a Bob Dylan? Di non essere propriamente degli scrittori ma piuttosto degli ‘scriventi’ che con la letteratura hanno da sempre avuto un rapporto ‘laterale’, o preteso tale. L’hanno usata ma senza compiutamente farne parte. Prova ne sia che non esiste un ‘corpus’ delle loro opere, da inserire in un’autorevole raccolta. Le opere di Fo non trovano ricetto nei Meridiani ancorché ve lo trovino quelle di Camilleri, che premio Nobel non è ma, grazie alla mediazione di Sciascia e al recupero del romanzo storico come ‘genere alto’, riscatta il suo Montalbano, ad onta del fatto che siano poi romanzi come Il cane di terracotta ad avere nel quadro letterario italiano il valore innovativo maggiore, e non  i garbati ‘cammei’ storici come Il re di Girgenti.


Nessuno trova strano che il Nobel venga attribuito a scrittori di tradizioni letterarie  poco conosciute, da Mo Yan a Senghor, da Agota Krystof a Mahfuz, ma se deve essere attribuito ad un autore ‘occidentale’ dev’essere uno di quelli che  propendiamo a mettere nel ‘canone’, e magari promuovendo una lingua di nicchia, o raccontando storie che poco hanno a che vedere con il nostro mondo; l’importante è che seguano gli stilemi e le strutture proprie della letteratura occidentale. Che sia poeta (magari in gaelico), oppure romanziere. Se invece è semplicemente un narratore la cosa rischia di venir considerata poco consona alla dignità della letteratura. E se proprio deve appartenere ad una tradizione ‘altra’ rispetto al canone occidentale, che sia almeno un autore poco conosciuto, o conosciuto solo nella cerchia degli iniziati o di quelli che, proprio perché leggono quell’autore, sentono di appartenere ad una cerchia iniziatica.

Quelli che si dichiarano sconsolati perché il Nobel, almeno per quest’anno, è stato negato a Murakami Haruki o a Paul Auster, ragionano così. Un premio Nobel per la letteratura deve essere dato ad un autore che al canone abbia aggiunto del suo ma che, sostanzialmente, sia pure con il minimalismo di una Alice Munro, con il surrealismo di Agota Krystof, abbia confermato la necessità del canone, la sua ineluttabilità di cinta fortificata eretta intorno alle pressioni che alla tradizione occidentale vengono da un mondo esterno che ha elaborato codici linguistici e narrativi diversi dai nostri.

Poi, il Nobel permette un garbato escamotage per non rinnegare l’autore ma mettere in dubbio la sua letteralità. Perché, unica tra le arti a fronte di un ampio gruppo di scienze, la letteratura venne inserita da Alfred Nobel tra i suoi premi perché in modo più diretto ed esteso poteva contribuire allo sviluppo di quei valori di pace, impegno civile, promozione delle minoranze culturali e linguistiche. Forse, se il premio fosse stato istituito qualche decennio dopo vi avremmo trovato il cinema in luogo della letteratura. In quest’ottica ben vengano Fo, Grazia Deledda o Bob Dylan. Gli elementi ci sono tutti: una lunga battaglia civile, un impegno nel riscatto linguistico di forme in via d’estinzione, un’esaltazione dei valori della pace, della comunità, dell’impegno.


Scriveva Michail Bachtin nel 1919: «Le tre sfere della cultura umana, la scienza, l’arte e la vita, acquistano unità solo nella persona che le incorpora nella sua unità. Ma questo legame può divenire meccanico, esterno (…). Quando l’uomo è nell’arte, non è nella vita e viceversa. Non c’è tra di esse unità e reciproca compenetrazione interiore nell’unità della persona. Che cosa invece garantisce il legame interno degli elementi della personalità? Solo l’unità della responsabilità. Di ciò che ho vissuto e compreso nell’arte io devo rispondere con la mia vita, perché tutto ciò che è stato vissuto e compreso non rimanga inattivo». Lo scritto – il primo pubblicato da Bachtin – si chiamava Arte e responsabilità. Un binomio che nel premio Nobel, anche in quelli scientifici seppure con eclatanti eccezioni, è rimasto forse l’unica guida che il comitato che assegna i premi può sperare di utilizzare e di onorare.

In questa chiave proprio i Nobel letterari più controversi sono quelli che maggiormente rispecchiano lo spirito del premio. Perché sono proprio quelli gli autori che maggiormente si sono liberati dalla scrittura come strumento egolatrico e ne hanno fatto una sorta di agguato a tutto quello che il lettore sa o ritiene di sapere nel momento che si accosta a loro. Un «agguato banditesco», come l’ha chiamato Marcello Fois, in cui le piccole cose diventano grandi, e ti rendi conto che il vaso è bello proprio per la crepa che lo attraversa, che la storia che ti viene narrata rispecchia te stesso proprio perché è spaventosamente complicata, incoerente, inattuale.

La politezza del canone non è cosa da Nobel. I grandi Nobel della letteratura come Pirandello o Dylan sono proprio quelli che ci mettono a confronto con quello che cerchiamo di rimuovere. Sono generatori di inquietudine. In questo senso Dylan è un Nobel esemplare e la sua ritrosìa davanti al premio dovrebbe, credo, essere letta proprio in questa chiave. «Cosa ci faccio io qui?», tra queste persone che sanno cosa è importante nella letteratura come ciò che è importante nella medicina o nella chimica. Solo che la medicina o la chimica sono cose diverse. Lì puoi vedere l’effetto di una terapia o di un composto, ma in letteratura devi in qualche modo fidarti. Scommettere su quello che l’opera e l’autore saranno ancor più che stabilire la loro importanza una volta per tutte.

«Per uno scrittore», come scrive Marcello Fois «si tratta di capire qual è la propria strada, la propria specificità, il proprio stile. Ma si tratta anche di imparare, con fatica ed umiltà, per trovare lo strumento giusto, la chiave giusta, che ottimizzi questo percorso». Se guardiamo all’itinerario estetico ed umano di Dylan non possiamo non vedere questo procedere sempre e comunque in direzione ostinata e contraria, a rischio di perdere il consenso, il pubblico, la fama. Dylan non ha mai messo in discussione l’assunto che la funzione della poesia e della letteratura sia quella di generare inquietudine. La sua opera non rasserena, non rappacifica, ma dopo averla conosciuta è impossibile essere quelli che si era prima. Il nostro stato esistenziale è stato interrotto e non potrà tornare ad essere quello di prima.

Per questa ragione autori come Dylan sono pericolosi e forse per questo lui non si sente a suo agio nel pantheon della letteratura. Dovrebbe però ricordarsi che tra questi misfits della letteratura è in buona compagnia; tutti i grandi Nobel sono stati come lui. Qualcuno non lo è stato ma è difficile trovare, anche su scala planetaria, un personaggio del genere all’anno. Il computo degli autori capaci di cambiare le vite si fa su intervalli generazionali, non annuali. Da millenni produciamo poche opere fondamentali a fronte di una caterva di tentativi.

Yi luan tou shi, dicono i cinesi: gente che tira uova contro una roccia. Significa che stai facendo qualcosa che è destinato a fallire. Ma se la letteratura non è gettare uova contro le rocce, allora che ragion d’essere ha?

Autore: admin

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