Marisa AMADIO – “Il roccolo” (racconto breve)

 

Io scrivo



IL ROCCOLO


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«Buon mattino! Buon mattino a tutti! Sono nati! Sono nati! Le uova si sono schiuse!». Il merlo nero cantava lo stesso ritornello volteggiando gioioso all’interno del roccolo, volando da una parte all’altra, di sopra e di sotto, pieno di euforia.

Il boschetto era pieno di nidi e tante erano le varietà di uccelli che vi avevano costruito la loro dimora. Di giorno era un brulicare di cinguettii diversi, c’erano uova da covare e piccoli, nati da poco, con i becchi spalancati in attesa del pasto e poi i più grandi, che si cimentavano nei primi tentativi di spiccare il volo. Nelle coppie si alternavano il maschio e la femmina per la cova delle piccole uova e nella ricerca del cibo. La notte invece era silenziosa, due gufi facevano la guardia, anche se non ce n’era bisogno, e si allontanavano ogni tanto uscendo dal roccolo per procurarsi il pasto.

Il piccolo bosco era una meraviglia, curato per bene da un essere umano che passava di là a tagliare l’erba quando era troppo alta e sostituiva le piante che si seccavano, così l’aspetto di quel luogo rimaneva sempre lo stesso. Il profumo di erba falciata di fresco e in seguito quello del fieno si espandevano tutt’intorno inebriando quel piccolo mondo.

Ogni tanto un gruppetto di bambini curiosi arrivava fin lassù, sulla cima della collina, dove sorgeva il roccolo, spiavano tra i rami i piccoli appena nati e i nidi abbandonati, ma non davano fastidio. Erano incuriositi di più dalla vecchia casetta che sorgeva all’interno del bosco, una costruzione in pessime condizioni con i vetri delle finestre rotti e la porta scardinata appoggiata ad una parete interna. Tanti occhietti vispi osservavano con timore dal fitto fogliame finché, col tempo, si rassicurarono nel constatare che non vi era alcun pericolo.

Gli alberi, piantati in doppia fila erano stati abilmente disposti in cerchio dando al colpo d’occhio la vista di un’architettura perfetta. Erano piante di ciliegio, sorbo e faggio. Con i loro rami accoglievano i piccoli nidi, le foglie li riparavano dalla pioggia e la robustezza di quelle braccia di legno impediva al vento e alle tempeste di portarseli via. Insomma, fornivano riparo e cibo per tutti. Anche altri animali abitavano stabilmente un loro piccolo spazio, come gli scoiattoli, che si divertivano a salire e scendere dagli alberi saltando da un ramo all’altro, tanto erano vicini. E i topini campagnoli avevano scavato nel terreno le loro confortevoli tane e si cibavano di succulente ciliegie e bacche.

«Sono nati! Sono nati!» continuava a cantare il merlo fino a perdere il fiato. I gufi bofonchiarono sottovoce per essere stati svegliati, ma erano abituati a quegli annunci gioiosi in quella che era la stagione delle nascite. Sarebbe arrivato l’autunno, come sempre, a riportare la quiete, quando i genitori e i nuovi nati partivano verso sud, per svernare nei paesi caldi, lasciando i nidi vuoti. Così accadeva da sempre e sempre nello stesso periodo.

Anche per gli alberi era un sollievo poter finalmente concedersi il meritato riposo, dopo aver custodito e vegliato su quei nidi durante il tempo della bella stagione. Ora si lasciavano andare, le radici rallentavano il loro frenetico lavoro e la linfa lentamente smetteva di fluire fino alle cime dei rami più alti. Le foglie prendevano i colori più belli: il giallo, il rosso, l’arancio e il marrone chiaro. Si lasciavano spostare dal vento e dolcemente staccare per essere delicatamente posate, dalle ninfe del bosco, fino ai piedi degli alberi o anche più in là dove forse avevano sognato di arrivare quando erano verdi e ben salde ai rami.

Il roccolo progressivamente si spopolava, rimanevano i due gufi, che ora cercavano un riparo dentro alla casetta, e gli uccellini che non temevano il gelo dell’inverno e ormai sapevano come e dove procurarsi il cibo. Ben presto i rami di quegli alberi si stagliavano, neri ed ossuti, nel grigio del cielo invernale denudati delle foglie. Qua e là si intravedevano piccole masse scure che erano stati nidi pieni di vita.

Il boschetto s’addormentava dolcemente certo di aver fatto del suo meglio per tante creature. Un sonno silenzioso e tranquillo fino al prossimo risveglio.

«Buona primavera signori gufi! Come è stato quest’inverno?» «Buona Primavera a voi signor ciliegio! Il freddo è durato poco e ha nevicato un paio di volte. I merli sono già al lavoro e aspettiamo il ritorno degli altri uccelli». «Come al solito allora, al lavoro!».

Qualcuno degli alberi più vecchi ricordava ancora quando il roccolo era un luogo di inganno e di lutto. Quando le bacche e le ciliegie servivano ad attirare gli sventurati ed ignari uccelli. Loro malgrado erano stati usati dagli umani per la cattura dei piccoli volatili. Sentendo ancora il peso di quella colpa preferivano non parlarne, mentre si rallegravano ogni volta che ascoltavano un cinguettio gioioso che annunciava nuove vite.

Autore: admin

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