Mario SAMMARONE-Condannata alla (dalla?) Politica? (l’Italia nel recente volume di Galli della Loggia)

 

Scaffale


 

CONDANNATA ALLA (DALLA?) POLITICA

La Repubblica italiana e l’ultimo saggio di E. Galli della Loggia

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Lo dichiara esplicitamente già dalle prime righe, Ernesto Galli della Loggia, di quanto egli stesso sia coinvolto nei fatti che narra in questa sua nuova opera, “Credere, tradire, vivere” (Il Mulino, 2016). È naturale, perché le vicende raccontate sono quelle da lui stesso vissute e attraversate nel ruolo di uno dei più brillanti intellettuali dell’Italia contemporanea. Come recita il sottotitolo – “Un Viaggio negli anni della Repubblica” – Galli della Loggia rievoca puntualmente le vicende italiane in cui la sua generazione è stata, come dice, “condannata alla politica”: condanna voluta, desiderata, ardentemente cercata con un investimento enorme di vita emotiva, idee e sentimenti, identificazione ed abitudini, perfino amore e rabbia per quella politica o per quel partito.

Il libro racconta con forza la vita della Repubblica fino ad oggi, con la vicenda dell’autore sullo sfondo, passandone in rassegna le vicende adesso che si è posata la polvere di quei fatti. G.d.L rivendica le scelte che via via ha compiuto, e puntigliosamente, a volte con una certa autoironia, narra i vari fatti cruciali, mettendo in primo piano il tema del titolo, cioè il credere in un ideale, ma anche il cambiare, e quindi il tradire, che è stato uno dei nodi della nostra storia. Tutto questo in ultima analisi si riduce al semplice vivere, che comprende in sé ogni cosa, nel bene e nel male.

La parola chiave del libro è “cambiare”, che è stata spesso nella storia della Repubblica un tabù, sentita equivalente ad un tradimento, anche se i cambiamenti ci sono stati eccome, ma sempre sotto la spinta di eventi inesorabili ed esterni. Il paese è stato così votato ad un immobilismo di fondo, in cui chi si azzardava ad un cambiamento era definito voltagabbana.

G.d.L. inizia da dove è maestro, dalla storia, attività elettiva in cui è sfociato il suo lavoro di scrittore e giornalista. Questo non a caso, perché è nella storia che si trova il nodo dei problemi che egli pone, ad iniziare dal periodo-prefascista, scegliendo una figura esemplare come quella di Benedetto Croce, di cui ricostruisce filologicamente il percorso del pensiero, in un itinerario biografico che abbatte parecchi pregiudizi e convenzioni inesatte. G.d.L. intende sottolineare come sia legittimo cambiare idea, senza per questo che alcuno debba essere additato come fascista: Croce, che pubblicò sul Mondo del 1 maggio 1925 il suo manifesto contro il regime, all’inizio ebbe una simpatia, si badi bene solo politica e non certo ideologica verso il fascismo, nel senso che lo guardò con relativa benignità e interesse in base a quella che era la situazione tragica in cui si trovava il paese, paralizzato da molteplici fattori tra cui l’asfittico avvicendarsi degli stessi governi, e l’incapacità dei socialisti ad un’azione realistica, appiattiti in una propaganda antipatriottica e dal filobolscevismo.

Il fascismo aveva avuto radici anche nell’ideologia elitistico-antidemocratica e con questo G.d.L. intende affermare che la natura del fascismo non derivi solo dall’“autobiografia di una nazione”, o sia stato solo uno “strumento del capitale”, ma sia lo specifico risultato di un momento storico. Il problema conseguente è arrivato a guerra conclusa, quando una nazione, che era stata pressoché interamente fascista, si doveva riciclare: ad una totale imputazione collettiva, dovette seguire una collettiva assoluzione. Andò così. Senza riflessioni, analisi autocritiche, al contrario di ciò che è avvenuto per esempio in Germania nel dopoguerra, dove il dibattito è stato approfondito, vivo, doloroso. Molte colpe sono state rimosse in Italia, senza alcuna schuldfrage, come per i tedeschi hanno fatto Karl Jaspers, o Thomas Mann o altri.

Norberto Bobbio, il grande intellettuale italiano che potremmo definire “pubblico”, per le sue numerose partecipazioni ed interventi al dibattito culturale, ha avuto parole critiche per il silenzio e l’elusione di responsabilità delle colpe di ciascun singolo italiano sotto il fascismo. Eppure Bobbio, in prima persona, è stato convolto in vicende di viltà e ossequio “servile” (sue parole) al regime, come la lettera che scrisse a Mussolini per rigettare da sé ogni sospetto di tiepidezza nell’adesione al fascismo, o come quando giurò fedeltà al regime (1938) per ottenere una cattedra universitaria. Galli della Loggia vuole dimostrare come questo sia fisiologico, faccia parte del normale avvicendarsi della mutazione delle idee, del “cambiare”, categoria umanissima e dettata da motivazioni di fragilità, in tempi oltretutto “di ferro”, quando la vita quotidiana doveva continuamente patteggiare con i conflitti tra la realtà e la propria coscienza.

Sottolineare queste posizioni di due intellettuali “forti” come Croce e Bobbio, serve all’autore per far emergere quanto sia stato modulabile e sofferto, nella realtà, il comportamento di ogni singola persona in una situazione difficile come quella sotto una dittatura. In Italia è stato considerato poi scandaloso non troncare drasticamente con il passato fascista, cosa assolutamente giusta, a patto però di non farne una totale cesura, una specie di correctio totale verso il passato, una metanoia tra il prima e il dopo, poiché tutto ci è servito solo ad innescare un oblio per quanto riguarda la vicenda individuale di ognuno, e invece per la collettività un ricordo più che altro rievocativo con riti stabiliti, per marcare la negatività del passato. Tutto questo ha prodotto una specie di “doppio legame”, definizione presa dalla psichiatria, in cui si creava una sostanziale schizofrenia, perché alla caduta del fascismo e alla fine della guerra il nuovo regime del paese pretendeva un cambiamento da ognuno, salvo poi interdire ogni altro cambiamento successivo, prescrivendo un’ortodossia anti-fascista a chiunque, pena l’accusa di tradimento.

Tutto questo in una nazione come l’Italia dove, in poco più di 80 anni (dal 1859 al 1943), ci sono stati ben tre cambiamenti politici radicali: dai regimi assoluti pre-unitari al regime liberale, per passare alla dittatura, e infine alla democrazia. Chiaramente sono stati necessari, per questi passaggi, dei grandi assestamenti trasformistici di massa, anche psicologici: gli italiani sono stati chiamati ognuno ad essere voltagabbana. L’ultimo appunto è stato il passaggio alla democrazia, in cui il trasformismo ha visto rimanere al loro posto la maggior parte di alti burocrati, magistrati, professori universitari, capi militari ed industriali. Questo oblio del passato è stato avallato da un partito come quello comunista che lo ha offerto in cambio della propria legittimazione in senso nazionale.

Nel dopoguerra bastava l’iscrizione ad un partito di massa (DC o PCI nella maggior parte) come mossa salvifica per cancellare il proprio passato fascista. Così è stato. E cosi si è trapassati nell’era democratica, nascondendo tanta polvere sotto il tappeto, ed elaborando un pensiero sul fascismo come una possibilità insita nell’antropologia negativa degli Italiani, ad opera di storici e testimoni, volta a creare una “vulgata” ad uso collettivo, in cui l’antifascismo diventava un feticcio, un caposaldo essenziale, la patente assoluta per la democraticità, il silenzio dei chierici mostrato invece verso le responsabilità del socialismo reale, con il concetto di anticomunismo messo al bando, poiché ormai essere di sinistra coincideva con il non essere anticomunisti. Un’altra anomalia italiana è stata infatti quella di avere, come partito di opposizione, un potente partito comunista, con il partito socialista intrappolato nella sua storia sospesa tra massimalismo e mancata critica o addirittura sudditanza al PCI.

Andando avanti nella sua storia personale e in quella parallela del paese, G.d.L. racconta le varie fasi politiche che sono andate dal dopoguerra con la feroce contrapposizione DC-PCI, gli anni ‘60, fino all’estremismo e poi all’avvento del craxismo, mentre lo stesso autore (cambia, si trasforma, tradisce!), dalla sua adesione al PCI, da un afflato palingenetico come era allora di molti, ad una più scettica posizione di riformismo, al pari di altri intellettuali. Quando poi, andando avanti negli anni, si perviene, da parte del PCI, prima alla teorizzazione del compromesso storico e poi, dopo il tragico caso Moro, al suo fallimento, e quindi, dopo l’avvento di Craxi alla definizione della centralità della questione morale, si capisce che il PCI perde per l’ennesima volta ogni chance di progettare una politica valida per un reale avvicendamento alla DC, per arroccarsi in una sterile posizione di “diversità”.

È nel campo culturale che si è sempre esercitato il vero potere del PCI, con un’egemonia diffusa in ogni sua forma, egemonia apparentemente soft ma ferrea e pervasiva, che ha permeato per decenni ogni iniziativa, fino a divenire un monopolio. L’orgogliosa “diversità” del PCI era diventata non più tanto quella storico-ideologica, quanto etico-antropologica. G.d.L., allontanatosi sempre più dalle scelte giovanili racconta di essere diventato ad un certo punto solo genericamente democratico: è molto, forse è tutto ciò che basta. E insieme ad altri intellettuali e giornalisti, decide ad un certo punto di affrontare lo studio della storia italiana recente: intuendo che è dalla storia che proviene il nodo irrisolto della politica italiana, intende sfatare mitologie e teorie che fino ad allora parevano essere intoccabili. Naturalmente, si inizia proprio dal fascismo, per trarlo da quella posizione in cui ormai era stato posto, metastorica e quasi metafisica in una minaccia di eterno ritorno, come un passato sempre attualizzato, padrone dell’oggi e capace di condizionarlo. Volevano ripensare, questo gruppo di studiosi, attraverso la storia, il discorso pubblico e quindi ridefinire l’egemonia politico-intellettuale.

Quest’opera di riscrittura della nostra storia recente, definita poi revisionismo, voleva uscire dalla dicotomia buoni-cattivi che serviva anche dopo l’avvento di Berlusconi, a distribuire da parte della sinistra i titoli di traditore e voltagabbana, agitando ancora un antifascismo diventato ormai di tipo esistenziale, antropologico. Solo la sinistra si attribuiva le qualità delle virtù civiche e di spirito democratico, che dovrebbero far parte dell’identità di tutti, ma fatte invece diventare monopolio delle “minoranze virtuose” a cui sarebbe toccato riscattare il paese. E pure, dopo la caduta del muro di Berlino e la svolta della Bolognina, quante orwelliane riscritture e cancellazioni e ricostruzioni retroattive della loro storia ci sono state anche per gli ex PCI, quante nuove interpretazioni, proprio loro che menavano vanto di restare sempre gli stessi, saldi nelle loro convinzioni!

Il titolo di voltagabbana era riservato però proprio a questi nuovi storici, che avevano osato dire ciò che non era osabile, tanto che si arrivò a volte ad identificare il revisionismo con il negazionismo (tutta un’altra storia). Questo avveniva spesso senza entrare nel merito, con polemiche feroci in un’eterna guerra civile fatta fortunatamente di parole, ma che mostrava ancora come il fascismo fosse un passato non pacificato, irrisolto. Per esempio, la famosa “morte della Patria”, teorizzata da Galli della Loggia e avversata dalla sinistra, definizione tratta da “De profundis” di Salvatore Satta che parla di un naufragio senza legami, episodio terribile per un paese, causò dozzine di repliche sui giornali ed i libri, attorno oltre tutto ad un tema, quello della Patria, che mai aveva interessato la sinistra, disprezzando invece tutto l’armamentario risorgimental-fascista che la connotava.

Insomma, per Galli della Loggia l’unica posizione che ormai riesca a fare sua è quella del nè-né, (né con Craxi né con il PCI, né con Berlusconi, né con i progressisti), posizione chiamata “terzismo” ed anch’essa altamente vituperata a sinistra. Per Galli della Loggia invece può essere l’unica salutare, dato che il fascismo-antifascismo hanno prodotto solamente, in ultima analisi, un’immobilità ideologica da cui è derivata l’immobilità politica, che ancora trattiene l’Italia in una palude inconcludente che si trascina da troppo tempo. Piuttosto, mentre una volta ci si accapigliava su fatti storici che si sentivano propri ed attuali in una maniera eccessiva, la novità di oggi è che sembra si possa fare a meno della storia, del passato. In un eterno presente fatto di un clic.

Autore: admin

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