Francesco TOZZA- Gara fra tenori… (“Otello” di G. Rossini al San Carlo di Napoli)

 

 

Il nestiere del critico

 

 

GARA FRA TENORI PER UN DRAMMA CHE NON C’È



“Otello” di Gioachino Rossini

Libretto: Francesco Berio di Salsa  con  John Osborn (Otello); Nino Machaidze (Desdemona)    Dmitry Korchak (Rodrigo), Juan Francisco Gatell (Jago), Mirco Palazzi (Elmiro), Gaia Petrone (Emilia).   Direttore: Gabriele Ferro   Regia: Amos Gitai    Costumi: Gabriella Pescucci. Scene: Dante Ferretti       -Teatro San Carlo di Napoli

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E’ noto che la musica di Rossini, del ‘Rossini serio’ in particolare, difficilmente si fa strumento di rappresentazione drammatica e di caratterizzazione psicologica, abbandonandosi piuttosto ad una genericità sentimentale che privilegia il tipico sull’individuale, coerentemente alla ‘poetica degli affetti’ che il Pesarese ereditava dal c. d. ‘formalismo’ settecentesco. Il quale, se nelle arti visive inseguiva il Bello ideale, in ambito musicale teorizzava l’astrattezza del suono e la coloratura vocale, poco o per  nulla interessate alla significazione delle parole, al massimo affidata a consolidate convenzioni.

Alla musica, a prescindere dalla sua sostanziale  asemanticità, messa in dubbio solo dalla successiva estetica romantica (per questo artefice di una incandescente e più variegata attività compositiva), non si riconosceva la possibilità di imitare il vero o di esprimere effettivamente l’infinita varietà degli stati d’animo, onde il prevalere del ritmo e dei meccanismi iterativi in composizioni che non riuscivano, né di fatto volevano, esprimere specifiche passioni, ma piuttosto produrre l’incanto, proprio all’arte dei suoni.

Coerenti a tale logica del comporre – soprattutto, ma non solo, in Rossini – i frequenti autoimprestiti o il facile adattamento della stessa musica a situazioni e testi alternativamente comici e tragici. Per dirne una, proprio nell’Otello, le arie messe sulle labbra del Moro nulla perderebbero in bocca a Rodrigo o allo stesso Jago; e stigmatizzare tale costume, addebitandolo a persistente pigrizia del Musicista o a certo suo cinismo compositivo, significa destoricizzare, e quindi non comprendere, abitudini d’epoca che è altrettanto vano, però, giustificare con un moralismo critico, in vena di risarcimenti postumi ad un immenso talento musicale, unico nella sua versatilità, di sicuro estremamente contraddittoria; comunque pervenuta a forme di consapevolezza, cui forse non fu estraneo il celebre, lungo silenzio cui Rossini fece seguire, appena trensasettenne, l’intenso ventennio della sua creatività nell’ambito del melodramma, ricco di ben trentanove titoli.

Non aveva, dunque, tutti i torti Schumann (ammiratore del Pesarese, come già Beethoven e più tardi Wagner) quando riteneva i personaggi di Rossini tutti delle marionette. Marionette, tuttavia, di un teatro unico nel suo genere, essenzialmente musicale, in cui si direbbe che la vocalità stessa fa parte di uno strumentale variegato, rutilante, dinamicissimo, con lampi e venature melodiche che solo l’estetica dei romantici calerà in più complesse o meglio individuate psicologie; laddove la creatività del Pesarese preferiva lasciarle in una specie di empireo degli affetti, quasi geometricamente squadernato, per molti versi autoreferenziale ma capace di suscitare non meno vibranti emozioni.

Bene ha fatto il San Carlo ad inaugurare l’attuale stagione con questo prezioso lacerto del ‘Rossini serio’, peraltro composto proprio duecento anni fa per questo teatro, nell’ambito del c. d. periodo napoletano del compositore. Un peccato, però, averne affidato la regia ad un cineasta, illustre ma al suo debutto nello specifico (e s’é visto, purtroppo!), che peggio non poteva tradire la suaccennata astrattezza del teatro d’opera rossiniano, caricandolo di inserti visivi davvero fuori luogo: testi didattici con pleonastiche citazioni da Brecht, o – non si capisce perché – volti ad illustrare la genesi della vicenda di Otello; filmati documentaristici su migranti in scialuppe di salvataggio, forse con l’unico appiglio nel libretto, dove Jago apostrofa il protagonista come “indegno dell’Africa rifiuto”; per non dire della breve pantomima, inspiegabilmente offerta ai lati del palcoscenico, ad inizio del secondo atto.

Una regia, insomma, ingombrante talvolta, a dir poco superflua in una tipologia di spettacolo dove, al massimo, c’era da concertare l’azione, tutto sommato statica, dei personaggi; l’aspetto visivo, non fondamentale, era comunque ben curato dal tradizionale impianto scenico di Dante Ferretti e dai costumi di Gabriella Pescucci.

Ottima, per fortuna, la compagnia di canto, con – nei tre ruoli maschili principali (Otello, Rodrigo, Jago) – altrettanti tenori (J. Osborn, D. Korchak,, J. F.Gatell), forse per noi moderni, o per i lettori di Shakespeare, non troppo concludenti con le rispettive parti e le diverse sfumature psicologiche, ma nell’opera di Rossini perfettamente a loro agio nello sguainare le rispettive corde vocali, come affilate e intercambiabili spade. Suadente la voce di Desdemona (Nino Machaidze), essa sì con qualche lampo di musicalità romantica e velate morbidezze, riscontrabili peraltro anche nella voce dell’accigliato padre, unico basso dell’ensemble (Mirco Palazzi).


Ancora un tenore (sembra proprio abbondassero nella Napoli del 1816!), nella breve parte del gondoliere, che canta nel terzo atto, sotto le finestre di Desdemona, i celebri versi della Francesca di Dante: “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice/ nella miseria …”: un esempio ulteriore di arbitrario inserimento, in un contesto dalla coerenza esclusivamente musicale, non a caso qui imposto al librettista dal compositore stesso.

Gabriele Ferro ha diretto da par suo l’orchestra, evidenziandone con discrezione talune prime parti (corno ed arpa, ad es.), mai lasciandosi sfuggire il delicato equilibrio fra buca e palco. Di cui certo non ci sarebbe stato bisogno in quella che, senza l’invadente regia, sarebbe stata un’ ottima versione da concerto.

Autore: admin

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