Francesco TOZZA- Non ‘plana’ il volo lirico di Blanche (“Un tram…” di Williams. Teatro Mercadante, Napoli)

 

Il mestiere del critico

 

 

 

NON ‘PLANA’ IL VOLO LIRICO DI BLANCHE

Al Mercadante

“Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams
trad. di  Masolino d’Amico
regia di Cristian Plana  con: Mascia Musy, Massimiliano Gallo, Giovanna di Rauso, Antonello Cossia
Napoli, Teatro Mercadante

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A volte, perfino ad una critica tendenzialmente prolissa, bastano poche frasi per dar conto di spettacoli tutto sommato modesti, magari con qualche buona intenzione, più o meno confusamente espressa, rimasta tuttavia nei relativi programmi di sala. E’ questo il caso di Un tram che si chiama desiderio, messo in scena in questi giorni dal regista cileno Cristian Plana per lo Stabile Nazionale di Napoli, al Mercadante: l’intenzione dichiarata era quella di “leggere insieme agli attori il testo originale e ‘pervertirlo’, senza distruggerlo per avvicinarlo … e farlo rimbombare ai nostri tempi”!

Non si può negare che di una ‘lettura’ – ahimè! – si sia trattato: una semplice lettura del testo originale (fino ad un certo punto, però, in quanto non sono mancati i tagli); per ‘pervertirlo’(!) – si aggiunge – e non si capisce in che senso, trattandosi di una scrittura drammaturgica davvero incandescente, che la condotta scenica degli attori non può che esplicitare, sempre che ne siano all’altezza, tale e tanta è la complessità dei personaggi da interpretare; peraltro sufficientemente attuali, nelle  periferie contemporanee per esempio (ma non è questo il problema: rilevanti effetti scenici possono essere ottenuti anche con una intelligente storicizzazione), senza il bisogno di farli ‘rimbombare ai nostri tempi’!

Insomma il testo, bellissimo a nostro avviso, di Tennessee Williams non è affatto datato (o lo è nel senso che esso appartiene ad un certo tempo, come ogni cosa di questo mondo, e continua tuttavia a parlarci); se mai – nello specifico – è datata la regia (con annessa recitazione, purtroppo) che ne viene offerta. Perché delle due l’una: o lo si destruttura, frantumandolo ed esaltandone anche solo alcuni dei temi che vi si rinvengono (è questa la via scelta, per esempio da Latella, e non solo per questo testo, ma per alcuni altri ancora, anche per il più tradizionale Eduardo di Natale in casa Cupiello, pervenendo a risultati per noi straordinari, di indubbia creatività); oppure si rappresenta il testo “alla lettera”, con quel tanto di regia implicita che assai spesso – come in questo caso – offrono le numerose didascalie, nonché la struttura stessa della drammaturgia.

La quale, in questo caso, si presenta peraltro come una magnifica sceneggiatura, con le sue evidenti scansioni, a volte quasi piani-sequenza, con tanto di colonna sonora, e soprattutto un materiale di prima scelta offerto ad attori in cerca d’autore! Puntualmente, com’è noto, Elia Kazan – che ne ’47 fu l’artefice della prima messa in scena del Tram – lo portò sullo schermo nel ‘51, con qualche modifica nel cast: la straordinaria  Vivien Leigh sostituì la meno nota Jessica Tandy nel ruolo di Blanche; al giovane, insuperabile forse, Marlon Brando ancora una volta fu affidata la parte di Stanley.

Nella versione offerta da Plana, per rimanere in tema, una certa nostalgia del cinema (inconsapevolmente?) sembra affacciarsi, soprattutto nella scansione della vicenda, con periodiche accensioni luminose; alle quali però voleva, probabilmente, darsi anche la dimensione onirica in cui la stessa era vissuta dalla incipiente nevrosi, poi quasi delirio, della protagonista. Ma il regista non ha mostrato di scegliere una delle due prospettive, o – avendole scelte entrambe – non ha saputo renderle opportunamente, confondendo lo stesso datore delle luci (il pur bravo, in genere, Cesare Accetta).

Che dire, a questo punto, degli interpreti!? Massimiliano Gallo non ha certo comunicato “la tracotanza orgogliosa di un maschio ben provvisto di penne tra le galline” (così recita una delle più esplicite didascalie del testo a suo riguardo); per esprimere le intime contraddizioni del suo “piacere animale di vivere”, nonostante il fascino discreto del suo “stampo di esuberante stallone”, non gli è mancato forse il fisico, bensì la voce del ruolo, o comunque il comportamento scenico; poco convincente, come Stella, Giovanna Di Rauso (non lo fu nemmeno, nello scorso NapoliTeatroFestival come Signorina Giulia, sempre per la regia di Plana). Meglio Antonello Cossia, timido e ambiguo Mitch.

E poi c’era Blanche, vulnerabile e sola, con la sua esigenza di sfuggire alla propria disperazione, rifugiandosi nei ricordi di un luminoso passato, forse mai esistito, poi nei sogni di un improbabile futuro, crollati di fronte alla brutale realtà, rappresentata dalla rude e fin troppo ostentata virilità di Stanley, nonché dal perbenismo di un improbabile marito come Mitch. “Io voglio un’altra cosa! Incanto. Si, si, incanto! E cerco di darlo alla gente! Altero le cose. E se questo è peccato, che io sia dannata!”.

Purtroppo quell’incanto, negato a Blanche, non è stato offerto nemmeno a noi spettatori, per l’incapacità del regista (a questo punto della stessa interprete, Mascia Musy) di “alterare le cose”; nel che poi dovrebbe consistere il miracolo della finzione teatrale, di quella almeno!

Autore: admin

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