Ruben SABBADINI – “Era dietro la finestra” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

ERA DIETRO LA FINESTRA



Era dietro la finestra, quasi a nascondersi, a far uscire poco più del minimo supporto dell’occhio. La spiava? diciamo così: non riusciva a staccare lo sguardo da lei. Erano un po’ di giorni che durava quella storia e, ormai, si era fatto una certa idea. Si sarebbe potuta definire riservata, studiosa, con una non intensa vita sociale (qualche sporadica telefonata, perlopiù breve). Ultimamente il rapporto con la madre appariva conflittuale, qualche breve battibecco e in buona parte nella sua cameretta a leggere e rimuginare. Non dava però l’idea di annoiarsi, né di affrontare stancamente le giornate (lui al suo posto si sarebbe sentito morire).

Questo è quanto, non un granché. Soprattutto neanche un’idea di che scusa inventarsi per incontrarla. Dai suoi calcoli: scala C interno 2, o, forse, 3. Ma che fare? andare lì e le dire «scusa, ti spio da qualche giorno, mi sono incuriosito e vorrei conoscerti». Minimo chiamava la polizia.

Alla fine prevale l’esuberanza giovanile ed è l’incoscienza a portarlo davanti all’interno 3 della scala C. Un attimo d’incertezza tra l’interno 2 e 3, che si apre la porta e sentirla, tutta di un fiato, dire «ce l’hai fatta, finalmente; ci metti sempre una settimana prima di deciderti?», «ma come?» riesce a malapena a replicare, e lei: «Giulio della scala interno 12, figlio unico, vivi con mamma e papà, studi al classico a P.zza Bernini, passione rock e rugby».

«Io sono Laura, casomai non ti fossi già informato, quindici anni, studio nella succursale della tua scuola, sezione sperimentale, in quinta B». «Tu, invece, stai in A, in seconda A». «Abbiamo anche la stessa prof di Scienze, se avessi voluto  potevo saperne anche di più». Basito! Incapace di dire nulla! Per un attimo aveva anche accarezzato l’idea di rivolgersi alle autorità ma, in realtà, la situazione accettava una sola risposta giusta. Riprendere l’iniziativa. Non tapparle la bocca con un bacio, eppure se lo sarebbe meritato (lì nell’androne, al primo incontro), ma qualcosa di deciso che lo togliesse da quell’imbarazzante situazione. Le prende la mano e, simulando una sicurezza tutta in là da venire, le dice: «passeggiata?» e, senza averle dato il tempo di rispondere l’aveva già portata fuori.

«Laura, quinta B, sei proprio un bel tipo sai?», «Lo so, ma mettiti nei miei panni; come facciamo noi a prendere l’iniziativa? potevo salire su da te e bussare alla tua porta? ho dovuto passare tre giorni in camera mia, tagliare le telefonate, litigare con mia madre che diceva: ‘cosa fai chiusa lì, esci, vedi qualcuno’, per farti uscire allo scoperto». «Per fortuna non mi hai deluso e ora siamo qui».

Non sapeva se essere felice o contrariato: credeva di essere lui a spiare quando, ben prima, forse da mesi, era spiato. Lei aveva già fatto tutto e, cosa più grave, gliene aveva dato la prova, sbattendogliela in faccia. “Che non si sapesse mai”, si diceva tra sé e sé, “se no che figura!”. Giovane ed ingenuo il nostro Giulio, che pensa che il mondo sia espressione della intraprendenza maschile! Ha ancora in testa quell’idea che siamo noi a sceglierci le nostre donne; sono loro che scelgono noi, sempre.

Io quella storia l’avevo capita subito dalla mia posizione di controllo: Giulio, lo conosco da una vita, che mi chiede distrattamente di quella brunetta della scala C. E lei che si informa di quel giovane alto del terzo piano dell’altra scala. Ho contato i giorni ed ho pure scommesso con me stesso quanto ci avrebbero messo. Non ho alzato un dito, però. Il mondo va da sé, non si interferisce nel suo meccanico divenire; ma si osserva, sì e si spera. Si spera che il fato si compia, che ciò che è in nuce esprima compiutezza.

Mi sono passati davanti alla guardiola, mano nella mano, ma neanche un cenno, un saluto. Invisibile. Invisibile devo essere. Invisibile e muto. Questo è il mio compito, vedere e sapere tutto ma garanzia assoluta di discrezione. Ma guardare posso, e commentare tra me e me anche: erano carini, però. Bella gioventù.

«La signora è rientrata?» «Sì, Ingegnere». «Aspetti che l’aiuto». «Non si preoccupi, dovere». «Senta una cosa, Amedeo, ma da quanto va avanti questa storia di mia figlia con quel bellimbusto?». «Son cose di ragazzi, stessa scuola». «E della famiglia che mi dice?».

Io ci provo a non interferire, ma questa storia dell’orologio che basta dargli la carica e poi va non è poi tanto vera. Che ho fatto poi mai? Ho detto: «è un bravo ragazzo!».

Autore: admin

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