Daniela VIGLIANO – “Il bar delle Folies Bergères – di Édouard Manet” (racconto su quadro)

 

Racconti su quadro


IL BAR DELLE FOLIES BERGÈRES (DI ÉDOUARD MANET)



“Ma perché iscriverti alla facoltà di storia? Ormai i laureati in materie letterarie non li vuole più nessuno. Oggi o legge o medicina” mi diceva mio padre “Ci saranno sempre persone che litigano e altre che si ammalano e tu il lavoro ce l’avrai”.

“Che esagerato!” replicava mia madre “Secondo me quelle non sono le uniche lauree valide, sono valide anche farmacia, veterinaria, oppure…ingegneria. Ecco! Ingegneria è la migliore: i laureati trovano subito un impiego appena finita l’università! Conosci qualche ingegnere disoccupato? Nessuno! Tutti hanno un bel posto e, soprattutto, ben pagato!”

Peccato che con le materie scientifiche io non andassi per nulla d’accordo.

“Per favore, ascoltatemi! Non farò né il medico, né l’avvocato. E nemmeno mi occuperò di animali o di farmacie. Toglietevi poi dalla testa l’ingegneria. Non capisco un tubo di matematica, come farei a passare gli esami? Io amo la storia, mi piace da quando facevo le elementari, da quando ho incominciato a studiare gli egiziani, i greci, i romani e tutto quel che è venuto dopo. Cercate di darvi una calmata e lasciatemi scegliere gli studi che mi piacciono. Non potrei mai studiare quel che non mi interessa.”

Cominciai così, nonostante la disapprovazione dei miei genitori, il corso universitario di storia, e mi laureai con il massimo dei voti.

Da subito incominciai a cercare un posto di lavoro nella scuola, recandomi al Provveditorato per inserirmi nelle graduatorie e ottenere un posto in qualche istituto. Ma ero l’ultima arrivata e aspettai con ansia di essere chiamata per un posto qualsiasi, anche in una scuola lontano da casa. Mi sarebbe andato bene tutto, lo sapevo che le giovani con poco punteggio, in genere, vengono mandate nei più remoti paesi di qualche zona montana, dove nessuno avrebbe mai richiesto di andare. Quei posti sono riservati a quelle come me, che incominciano il loro lavoro di insegnante con punteggio minimo.

Ottenni invece qualche supplenza di alcuni giorni in un istituto magistrale della città, in seguito alcune ore in una scuola media di un paese distante dal mio: l’insegnante era malata e doveva essere sostituita per qualche settimana. Mi piaceva moltissimo spiegare ai ragazzi la mia materia, commentare i fatti accaduti nel passato, rispondere alle loro domande, cercare di far capire il perché di certi avvenimenti, la loro concatenazione, le conseguenze. Quei giorni però passarono in un attimo. Mi ero affezionata agli allievi, conoscevo ormai tutti i loro nomi, ma dovetti  lasciarli: la loro professoressa era guarita.

Poi, il nulla. Le domande per l’insegnamento della storia nei vari licei o istituti superiori avevano sempre un’unica risposta: l’organico è completo. Nelle scuole medie stesso risultato e, se per caso c’era possibilità di una supplenza, spuntava sempre qualcuno con un punteggio superiore al mio che aveva diritto al posto prima di me.

Per mesi aspettai un lavoro nella scuola. Poi, quando ormai avevo capito che sarebbe stato molto difficile avere un posto in quel settore, incominciai a portare domande e curricula in vari uffici pubblici e privati, banche, aziende, dovunque. Possibile  non esistesse un posto dove avessero necessità di assumere una persona con una laurea, mi domandavo? Ogni volta che ottenevo un colloquio, “Ha esperienza di lavoro?” mi chiedevano. “Non ancora” rispondevo e questo era il guaio. Non avevo esperienza, ma se non incominciavo una prima volta, almeno una, mi era impossibile avere la pur minima pratica di lavoro.

Un gatto che si mordeva la coda, una situazione veramente assurda. E non ero la sola, in questa condizione. Parecchi miei amici e amiche, nonostante il titolo di studio e la volontà di lavorare, si ritrovavano a gravare sulle spalle dei genitori, a dipendere da loro per la minima esigenza.

Mi demoralizzai ed entrai quasi in depressione. Avevano ragione mio padre e mia madre! la laurea in storia non mi serviva a nulla, proprio a nulla!

Ma io volevo lavorare, rendermi autonoma, guadagnare. Mi sarebbe andato bene qualsiasi tipo di occupazione.

Incominciai a passare le giornate a cercare su internet, nei vari siti, se ci fossero offerte, opportunità anche lontane dal mio paese. Mi registavo su un’infinità di portali per contattare aziende che cercavano personale; alcuni spazi web raccoglievano annunci e filtravano le ricerche in base al tipo di impiego, alla località, al settore lavorativo. Nulla di nulla. Il mio nome e cognome forse sono ormai dovunque, ma nessuno mi ha mai risposto.

Pensai allora di provare a chiedere nei ristoranti o nei bar, se avessero bisogno di una cameriera o di una barista. Cercai per più di un mese. Finalmente un bar del centro della città vicina al mio paese rispose che sì, serviva una barista. Il mensile non era alto, ma se ero interessata, avrei potuto incominciare da lunedì.

Arrivai puntualissima. Mi fornirono la divisa, mi spiegarono un po’ di cose, tipo come preparare i prodotti sul bancone, servire le bevande, cose del genere.

“Sorridi sempre”, si raccomandarono. “I clienti vogliono vedere una ragazza allegra, vengono al bar per distrarsi un po’ dal lavoro”.

 

“Desidera, Signore?” chiesi all’avventore, cercando di sorridere.

“Un bicchiere di prosecco, grazie. Ma tu sei nuova qui, non ti ho mai vista prima.  Come mai quegli occhi così tristi?”

Autore: admin

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