Cinzia BALDAZZI – La memoria. Per Vittorio Sermonti (i classici, la loro voce)

 

La memoria


 

PER VITTORIO SERMONTI


I CLASSICI, LA LORO VOCE

Se ne va a ottantasette anni Vittorio Sermonti, intellettuale, traduttore, scrittore, ma soprattutto divulgatore instancabile di Dante e dei poeti latini.

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Dopo oltre vent’anni, si è concluso l’ontologico neverending tour che ha portato Vittorio Sermonti in giro per l’Italia e il mondo a leggere, spiegare, divulgare, i classici italiani e latini, così da rendere noi protagonisti della nostra storia. Se ne è andato a ottantasette anni, dopo aver avvertito gli amici che si sarebbe preso «qualche giorno di riposo».

Scrittore, traduttore, regista teatrale, Sermonti si vide affidare dalla Rai, nell’87, la registrazione radiofonica di tutti i cento canti della Divina Commedia, da lui introdotti con una premessa critica del testo, permettendo così al fruitore di risalire alla fonte delle parole. Con un gesto di grande umiltà dialettica, proprio soltanto di chi umile potrebbe permettersi di non essere, volle accanto a sé lo studioso Gianfranco Contini a far da consigliere e consulente.

Incontro decisivo, quello con il celebre filologo, nella casa di Firenze dove Sermonti si era recato a esporgli l’idea: «In pratica, gli chiesi di mettermi una mano sulla testa e benedirmi. Mi guardò e poi disse: mi foni. Intendeva: mi legga qualcosa di Dante. Aprii il quinto canto dell’Inferno e incominciai. Dopo un po’ mi interruppe: l’ha solfeggiato benissimo, ora lo legga. A quel punto mi sentii completamente libero. Conclusi la lettura con grande soddisfazione di entrambi». Risaltava, nel breve incontro, la consapevolezza di quanto fosse importante la voce umana come canale di forma privilegiata utilizzata per trasmettere la letteratura, in particolar modo la poesia.

con Gianfranco Contini

Terminate le registrazioni nel ’92, diede avvìo tre anni dopo alle letture pubbliche del poema di Dante Alighieri, ospitate nella cornice della basilica di San Francesco a Ravenna, davanti a migliaia di persone. Con osservazioni ampliate, commenti ancor più approfonditi, sempre rispettosi del pubblico che di volta in volta lo ascoltava, dal 2000 in poi replicò la lectura Dantis ai Mercati di Traiano e al Pantheon di Roma, al Cenacolo di Santa Croce a Firenze, a Santa Maria delle Grazie a Milano, quindi a Santo Stefano a Bologna. Altre piazze si andavano a mano a mano aggiungendo, fino allo sbarco oltre i confini: Svizzera, Spagna, Regno Unito, Argentina, Cile, Uruguay, Israele, Turchia. Nei posti più lontani, lo accompagnava invariabilmente il ricordo del padre, fascinoso narratore degli endecasillabi danteschi al figlioletto di dieci anni.

Mattia Feltri lo ha definito «grande divulgatore della Divina commedia senza cedimenti pop», Paolo Di Stefano ha ricordato come fosse «tra i primi a portare in pubblico la letteratura, ancora prima che nascesse la voga dei festival e ben prima dei successi popolari di Benigni», Bianca Garavelli ne ha evidenziato «la presenza scenica e la bellissima voce, avendo messo al servizio dei classici la grande esperienza di uomo di teatro». Sermonti era stato infatti docente di tecnica del verso teatrale all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, direttore del centro studi del Teatro Stabile di Torino e regista radiofonico a Radio Rai: un’esperienza, quest’ultima, di oltre vent’anni e protratta per ben centoventi produzioni, lavorando tra l’altro con Renzo Ricci, Sarah Ferrati, Vittorio Gassman, Paolo Poli, Carmelo Bene,Valeria Moriconi.

La famiglia – soprattutto il padre, avvocato pisano di fama – intratteneva rapporti con Vittorio Emanuele Orlando (padrino di battesimo), Luigi Pirandello, Alberto Beneduce, Enrico Cuccia, tutti imparentati coi Sermonti per via di zii e nonni. Il giovane Vittorio cresceva frequentando Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, Cesare Garboli, Giuseppe Dessì, Goffredo Parise, a loro volta provenienti dalla feconda frequentazione della casa di piazza Ungheria del critico Niccolò Gallo, il quale, dal 1940 in poi, raccontava mio suocero, fu suo docente di italiano in un istituto tecnico per geometri della capitale: impegnatissimo, nonostante la censura e i rischi personali, nella lotta antifascista e nell’insegnamento al rispetto delle libertà individuali agli studenti.

Trasferito a Firenze, lavorò come redattore per la rivista “Paragone diretta da Roberto Longhi, che ricordava così: «Era geniale, un difetto che hanno in pochi». Lui, del resto, lo possedeva e lo coltivava con disciplina.


Avviato giovanissimo alla scrittura, tralasciò l’università. Si laureò tardivamente, a trentaquattro anni, alla “Sapienza” di Roma, ottenendo il massimo dei voti con una tesi sul librettista Lorenzo Da Ponte presentata in commissione da Natalino Sapegno e Giovanni Macchia. Vista la statura dei relatori, forse il destino gli aveva insegnato che, a volte, potesse valere la pena aspettare ad immatricolarsi…

Amò la patria ma visse molto all’estero, in Germania e in Cecoslovacchia, quindi diresse il Centro Studi del Teatro Stabile a Torino e collaborò con “L’Unità”, “Il Mattino”, “Il Corriere della sera”. Tra romanzi, racconti, poesie, saggi, traduzioni (da Plauto a Molière, da Machado a Rilke, da Wedekind a Racine fino a Sartre), Sermonti dava intanto corpo all’impresa dantesca nella seconda metà degli anni ’80: una serie interminabile di eventi a cui ha collaborato la scrittrice Ludovica Ripa di Meana, sua compagna nella vita. Con la sua regia, e all’interno di una produzione auto-finanziata, tra l’autunno 2009 e la primavera 2010 ha registrato la versione definitiva dei cento commenti-racconto e delle cento letture della Commedia nonché dei dodici libri dell’Eneide.

Sermonti ha creduto infatti anche nell’attualità della divulgazione dei testi della letteratura latina. Nel 2006-2007, a Milano in S. Maria delle Grazie, quindi a Roma nell’esedra del Marco Aurelio dei Musei Capitolini, aveva dato pubblica lettura della sua versione del poema di Virgilio; a riprova di tale convinzione, subito dopo, sempre accompagnato dalla cura registica di Ludovica, rientrava in sala di registrazione per incidere le Metamorfosi di Ovidio.

In una lunga conversazione con Antonio Gnoli, Sermonti così descriveva la vita trascorsa con lei: «Siamo insieme da trent’anni e il nostro rapporto è stato di gratitudine e ammirazione reciproca. Ancora ci meravigliamo. Mi capita a volte di riflettere su quel detto di Heidegger: Denken ist danken, pensare è ringraziare. È così. Tra di noi ci ringraziamo. Qualche volta litighiamo, ma io so che, grazie a lei, andrò verso la morte senza spavento. Mi scoccia un po’ il morire, ma non provo angoscia». Heidegger evidentemente gli aveva insegnato come la morte richieda all’uomo di progettarsi sapendo qual è la possibilità estrema che gli appartiene: «La morte sovrasta l’esserci», scrive infatti Heidegger: «La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta».

con Ludovica Ripa di Meana

Impegnato da molto tempo a raccogliere una serie di aforismi intorno all’idea che la morte non esista come distruzione assoluta, Sermonti sosteneva: «Questa signora che viene quando vuole e ti sorprende, in realtà non c’è. Ci sono le persone che a un certo punto se ne vanno e con le quali non hai più rapporti: vengono sfilate, creano una ferita, ma poi la ferita si rimargina. La morte non esiste, esistono i morti e a un certo punto mi viene il sospetto che praticamente non esistano che loro».

A lui, quindi, non diciamo «riposa in pace», non auguriamo «ti sia lieve la terra», ma ripetiamo – confortati – le parole che Odisseo, disceso nell’aldilà, rivolge ad Achille: «prima da vivo t’onoravamo come gli dèi, e adesso tu signoreggi tra i morti, perciò d’esser morto non t’affliggere».

Ma anche in questo prevale la logica dialettica materialistico-storica che Sermonti ha insegnato a tutti noi. A dispetto di questo solido auspicio di potersi liberare dalla paura di morire, dall’oltretomba Achille manda a dire: «Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. Vorrei essere bifolco, servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza, piuttosto che dominare su tutte l’ombre consunte».

Autore: admin

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