Claudio CAMERINI – Bob il laureato: una “session” (Maratona Dylan Jam al Mameli27, Roma)

 

BOB IL LAUREATO: UNA SESSION


Bob Dylan all’Università di Princeton (1970)

 

Jam session con le canzoni di Bob Dylan per festeggiare il neo-premio Nobel alla Letteratura (al Caffè Letterario Mameli27, Roma)

 

È sera. In una sala nel cuore di Trastevere, a Roma, un pubblico ben assortito è seduto ad ascoltare: «Siamo qui tutti riuniti per festeggiare. Sarebbe sufficiente affermarlo per descrivere le ore che seguiranno, in quanto ogni festa è una festa. Cosa si festeggi, è di per sé poco differenziato, niente affatto importante a stabilire o a prevedere se l’incontro sarà veramente festoso e se avrà un reale successo. Perché? Questa sera festeggiamo, eseguendola, la musica di Bob Dylan.  Ma non cambierebbe se, invitando degli amici, e anche noi ad animarla, credessimo e sostenessimo di festeggiare noi stessi».

E così è stato, secondo quanto anticipato dal critico Cinzia Baldazzi in uno degli interventi introduttivi alla “Maratona Dylan Jam” organizzata dal Caffè Letterario “Mameli27” per celebrare l’assegnazione a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura.

Una bella serata, senza alcuna sfumatura accademica, quella dunque riservata al Menestrello antagonista dialettico dell’Accademia di Svezia. Una jam session veramente popolare, nel senso in cui la più celebre canzone di Dylan, Blowin’ In The Wind, affonda le radici nello spiritual ottocentesco No More Auction Block. Del resto, uno dei modelli è stato proprio Woody Guthrie, anarchico e indipendente: come scrive Alberto Crespi, «riusciva a cogliere le sensazioni della gente comune, a capire quali fossero i loro problemi reali, esprimendoli nelle sue canzoni». Una voce di quella cultura che aveva attraversato gli Stati Uniti dalla fine dell’800 agli anni ’30, «trasversale, etnicamente composita, e non solo anglofona, perché nata soprattutto attraverso la partecipazione delle grandi masse di neo-immigrati dai paese dell’Est e del Sud dell’Europa».

Più che trasversale, direi che la jam del Mameli è stata universale: ha incluso vari tipi di bellezza, rivista, se possibile completata, rieditata, con il rispetto della storia progressiva della musica di ogni tempo. Come accade di regola a Blowin’ In The Wind. Scrive Mariano de Simone: «digitando su YouTube Blowin’ In The Wind, si può ascoltare di tutto»: la versione levigata di Peter, Paul and Mary, quella intensa di Bruce Springsteen, il finger-picking di Chet Atkins, la versione swing “alla Frank Sinatra” degli Hollies, il romanticismo di Bobby Darin, l’ineffabile Elvis Presley, ma anche il padre di famiglia statunitense con lo Stetson, lo studente di Pechino chiuso nella sua stanza, il trio tedesco con giacche a frangia…

Roberto Petruccio

Il Maestro Roberto Petruccio si mostra giustamente fiero della sua fiammante Parker rossa: non è una stilografica, né una decappottabile: è la sua nuova chitarra elettrica, leggera, allungata, maneggevole. Amplificata con suono acustico, accompagna le strofe di The Times They Are A-Changin’ con la quale apre la session: «La mia passione per la Poesia cantata di Dylan», precisa Roberto, «è scaturita come ascoltatore dall’esigenza di scoprire le fonti di ispirazione dei grandi poeti in musica italiani, in particolare De Andrè, Guccini e De Gregori. Da molti anni “sento” Dylan, Poeta sempre “oltre” e “altrove”, inafferrabile, ma sempre incredibilmente calato nelle pieghe più profonde della realtà».

Organizzatore al Mameli27 assieme a Cinzia Baldazzi della prima jam session dylaniana nel maggio scorso, per il settantacinquesimo compleanno di Bob, proprio in occasione di quell’evento Petruccio ha accettato la sfida – dopo quindici anni di carriera musicale – di eseguire in inglese le canzoni del cantore di Duluth: «È stato splendido vivere quel mondo anche dall’interno. La difficoltà maggiore non è la pronuncia, ma la corretta scansione della metrica, che non deve tuttavia soffocare l’espressività né sfociare nell’imitazione».

Il secondo pezzo, I Shall Be Released, eseguito con piano elettrico e armonica, è stato dedicato alla memoria di due musicisti recentemente scomparsi, Fabio Tassi e Franco Fosca. Nell’esecuzione, è risultata evidente la formalizzazione operata sul testo in musica: pur senza pretendere di insegnare “come” debba essere cantato il neo-premio Nobel, Petruccio ha spiegato la propria via di interpretazione: «La “strada maestra” nell’interpretarlo è personalizzare, con grande rispetto, cercando di rendere al meglio la magia infinita di quei versi. Il mio segreto per gestire la metrica? Segnare gli accenti sui testi, come fossero versi di Omero o di un lirico greco. Il resto è emozione».

La Maratona è stata aperta da Valter Tinari, dello staff del Caffè Letterario, introducendo il primo degli interventi critico-informativi. Adriano Camerini ha individuato il nodo centrale della maggior parte dei discorsi che, da oltre un mese, si intrecciano nello scambio di idee sulla storica decisione dell’Accademia di Svezia: «I suoi testi, nella loro bellezza, sono stati accolti come poesie, inserite tra i fatti del quotidiano in modo operativo. Non è un’opinione nuova, tanti anni fa qualcuno già lo diceva: le canzoni di Bob Dylan possiedono una qualità letteraria, non esclusivamente musicale».

Tale convivenza di natura artistica è stata subito “catturata” dall’industria cinematografica e televisiva. Alla metà degli anni ’90, la straordinaria serie Homicide – Life On The Street produceva un episodio triplo, quasi una trilogia, dal titolo Blood Ties (ossia Legami di sangue). A Baltimora, nella lussuosa casa di una famiglia di colore, viene ritrovato il cadavere della giovane cameriera, anche lei nera. Le indagini, lunghe e dettagliate, si concludono con la scoperta del colpevole: Hal, il rampollo di famiglia, il quale, nonostante tutto, rimarrà impunito.

Durante la vicenda, il genitore Felix (interpretato da James Earl Jones) narra ai detective la storia di Hattie Carroll e l’incriminazione del ventiseienne William Zanzinger, condannato a sei mesi di carcere per maltrattamenti: in seguito, infatti, la povera cameriera – anche lei lo era di mestiere – morirà di infarto. Gli episodi sono ispirati a The Lonesome Death Of Hattie Carroll, contenuta nell’album The Times They Are A-Changin’ del 1964, con citazione di intere strofe della canzone.

Homicide (1997)

Nella trama-intreccio, prosegue Adriano Camerini, il padre è una eco della voce onnisciente di produttori e autori, e svela in chiave autobiografica la realtà di un atto di violenza estrema, subìto da una nera indifesa senza che la legge riesca a stabilire giustizia. È un gioco complesso di vero e di poesia, sostenuto dalla bellezza poetica della canzone e del telefilm: si vuole ribadire la verità nuda e cruda di uno stato di cose brutale, per cambiarlo e spezzarlo.

Circa un’ora dopo, nel cuore della jam session, avremmo assistito a una versione rivisitata di Lonesome Death ad opera del giovanissimo Simone Ruggiero: la tragicità inarrivabile dell’originale diviene lamento struggente per la sorte della povera donna sopraffatta da un atteggiamento di prepotenza maschile: e non a caso Simone Ruggiero ha parlato, nella presentazione, di femminicidio ricordando la ricorrenza del 25 novembre.

Aveva però fatto precedere questa esecuzione da una versione di Masters of War che, nel riff di chitarra ridotto al minimo, si ispirava all’essenziale impostazione dylaniana ma, nella partecipazione commossa e nella consapevolezza dell’importanza del testo, rimandava direttamente all’emozionata performance di Eddie Vedder (accanto al fido Mike McCready e a G.E Smith) sul palco del Madison Square Garden nel commovente “30th Anniversary Concert Celebration” del ’92.

Il secondo riferimento al telefilm è ad una pietra miliare della serialità statunitense: il mitico Law & Order di Dick Wolf, qui nel nobile spin-off Criminal Intent con protagonista Vincent d’Onofrio. Nel 2002, al centro dell’episodio Anti-thesis, campeggia uno studente universitario di letteratura, impegnato a scrivere una tesi su Bob Dylan e i suoi rapporti con T.S. Eliot e Dylan Thomas: il titolo del suo lavoro è Fighting in the Captain’s Tower, che è poi un verso di Desolation Row (dall’album Highway 61 Revisited del 1965). Poiché i professori non lo prendono sul serio, il ragazzo diventa addirittura assassino, eliminando l’assistente e persino il preside.

«Qui le affinità che possono esistere tra canzoni, poesia e reale sono chiarissime, perché l’omicida, coinvolto in terribili ossessioni, ha il suo movente nella pretesa – delusa – di ottenere credibilità negli interlocutori», ha spiegato Adriano Camerini: «Gli accademici dell’ateneo rimangono ancorati a un concetto letterario tradizionale, ai margini della routine quotidiana e non profondamente inserito in essa. Al contrario, per lo studente laureando, la canzone e l’ispirazione artistica più autentica sono la sua vita, e i loro diritti sono i suoi: di affermarsi, di trasmettere idee, di diffonderle con successo».

Roberto Dati, eseguendo alla chitarra acustica e armonica Romance In Durango, Billy e All Along The Watchtower, ha centrato il cosiddetto periodo western di Dylan, un mondo popolato di pistoleri e donne pericolose, sceriffi e malfattori, guardie in vedetta e innamorati in fuga. Ha in qualche modo così rievocato i contatti, poco frequenti ma significativi, di Bob con il mondo della celluloide (come ad esempio Knockin’ On Heaven’s Door) nelle vesti di attore e di autore delle track-list.

Pensieri pericolosi (1995)

Altro discorso è, invece, quello di come il cinema abbia voluto affrontare il discorso su Dylan-poeta. Il film Pensieri pericolosi (1995) di John Smith, ispirato a LouAnne Johnson, ex-marine poi insegnante di letteratura nei licei, con l’attrice Michelle Pfeiffer ha condotto sullo schermo la vicenda di una professoressa la quale, per invogliare gli alunni di una classe disagiata in una high-school della California, fa leggere in classe il testo di Mr. Tambourine Man.

I ragazzi capiscono al volo: il protagonista, il “tambourine man”, è uno spacciatore di stupefacenti (anche se l’enigmatico cantautore lo ha sempre negato ufficialmente). È la prima volta che ritrovano in un testo poetico, in un’opera di finzione, qualcosa che li trasferisce direttamente nella realtà: la poesia di Dylan, qui, è sotto forma di testo scritto, da leggere in classe e interpretare, riassumere, parafrasare. Convinti che un libro sia distante dal mondo reale, devono ricredersi: il testo dylaniano ha un rapporto di verità con la cronaca, con la nostra anima sovrana, con la vita quotidiana.

Sempre in atmosfera cinematografica, il duo Questioni di Prospettiva, formato dalla cantante Paola Antonelli e dal chitarrista Fabio Pratesi, ha eseguito una versione di Hurricane rispettando il tipico andamento rutilante della musica dylaniana anni ’70 e colmando con un pizzicato di chitarra lo spazio “vuoto” lasciato dal violino crepuscolare di Scarlet Rivera. La successiva Lay Lady Lay ha avuto maggiore libertà nel variare gli accordi, nel terminare le strofe in ascesa là dove Dylan invece le chiude. Nel terzo pezzo, Knockin’ on Heaven’s Door, si sono aggiunti progressivamente la scansione del piano elettrico di Petruccio e l’armonica di Gavino Parretta, per la prima volta sul palco del Mameli27.

Quest’ultimo, insieme a Umberto Barbuto (un sorprendente sosia di Keith Richards…), ha poi riproposto un anomalo ma convincente, ruvido, inarrestabile blues fatto di due chitarre acustiche in On the road again, per proseguire con Sara e Just Like a Woman.

Il fantasma vivente di Dylan si aggirava per i labirinti del Mameli, si posava sul soffitto a volta, si nascondeva tra gli innumerevoli libri di cui sono tappezzate le pareti o tra le pieghe dei long-playing esposti. Si materializzava, anche se solo “in effigie”, nelle immagini fotografiche proiettate a corredo degli interventi critici: lo si è visto ridere e scherzare a Princeton, nell’aula magna in cui ricevette la prima laurea honoris causa in musica nel ’70; inginocchiarsi davanti al rettore, ascoltare compunto la relazione e infine sbadigliare alla St. Andrews University in Scozia, per il secondo degree; presentarsi in un raffinatissimo look casual west coast davanti alle sbarre dietro le quali era rinchiuso il pugile Rubin Carter accusato di omicidio.

Rubin Carter e Bob Dylan

Tante altre immagini non direttamente sue, ma evocatrici del nodo centrale della serata: come la foto della signora Bianca Guariglia, con in mano, fiera di se stessa, la propria tesi di laurea nell’anno accademico 1971-1972 intitolata Bob Dylan: un nuovo modo di essere poeta, una dissertazione sulla poetica delle canzoni, sul loro  valore letterario. Quando a dicembre del ’72 si presentò davanti alla commissione, all’Università di Parma, chiesero: «Chi è Dylan?». Con l’ingenuità di una studentessa ventitreenne, rispose: «È un cantante americano trentenne vivente». Tra i risolini dei commissari, il presidente si spinse a dire: «Allora è come se noi dessimo una tesi su Celentano…». Per fortuna, l’atteggiamento intransigente della relatrice sistemò le cose e fece ottenere all’intraprendente ragazza il massimo dei voti (ma non la lode).

Sul mancato viaggio a Stoccolma per ritirare il premio, sul rifiuto di presenziare alla cerimonia, non è stata formulata valutazione positiva o negativa. Non giudicheremmo nessuno, tantomeno chi, come lui, da oltre mezzo secolo insegna a non criticare le cose che non si riescono a comprendere. Tuttavia, sembra corretto incoraggiare chi discute la scelta internamente alla sua poetica, e non al suo personaggio: Dylan, come tutti, è libero di fare quello che vuole e non deve scusarsi con nessuno. Semmai, non è giusto che sfugga al confronto con la sua poetica.

Ricordiamo soltanto che la motivazione degli «impegni precedentemente assunti» sembra tanto ricordare la giustificazione di Oscar Wilde, il quale rifiutò un invito «causa impegni presi successivamente». E l’idea di recarsi a Stoccolma, a gennaio, quando è programmata una breve tournée, non ha certo migliorato l’atmosfera formale e istituzionale. Nella Maratona Dylan Jam del Mameli27 si è preferito celebrare il Nobel, cantandone i brani celebri o quelli “minori”, forzando a volte le cadenze, tagliando le strofe in eccesso, proponendo arrangiamenti insoliti eppure creativi.

Francesco Rinaldi, che ad ascoltarlo riesce nei fatti a coltivare un amore comune per Dylan, supportato da amplificazione elettrica ha impostato su mezzi toni la storica Tangled Up in Blue, accentuato la carica drammatica di Going Going Gone, infine chiuso a piena voce la meno nota You’re a Big Girl Now. E sempre a Rinaldi è toccato in sorte di guidare il cosiddetto “finalone”, con i musicisti tutti sul palco, a intonare My Back Pages e Shelter From the Storm. Una degna chiusura per una jam session che si era aperta all’insegna di uno dei versi più celebri di Bob Dylan: «for the losers now will be later to win».

Pur avendo scoperto, nella sala dei concerti di Stoccolma, «who that it’s namin’», ovvero chi è stato votato, non sappiamo cosa farà. Prova che i tempi stanno veramente cambiando.

Stoccolma, Konserthuset

Autore: admin

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