Marisa AMADIO – Anche solo per un istante… (“L’addio” e “Il ceppo”, racconti brevi)

Io scrivo

 

ANCHE SOLO PER UN ISTANTE…

 

“Tu chiamale se vuoi emozioni…”. Prendo in prestito le parole da una delle più belle canzoni per introdurre questi due racconti brevi. Vengono pubblicati insieme poiché accomunati dallo stesso “leitmotiv” che li ha ispirati: le emozioni, momentanee e difficili da trattenere.

La memoria emotiva è ambigua, restituisce ciò che vuole spogliando quegli istanti della loro spontaneità. Diventa allora impellente il bisogno di fissare le emozioni su un foglio di carta o virtuale, in una storia qualunque che riesca a preservarle nel tempo per regalarle ancora a ogni rilettura.

L’augurio, a chi passerà, è di ritrovare in questi racconti la tenerezza di un ricordo che abbia riscaldato o fermato il cuore… anche solo per un istante.

Marisa Amadio

 

 


L’ADDIO

Quel mercoledì pomeriggio dalla Pieve, in cima alla collina, le campane suonavano un mesto richiamo che scendeva fino a valle, per rammentare ai fedeli l’inizio della funzione. Una donna saliva a piccoli passi l’erta che portava alla chiesa, sembrava non le importasse di essere in ritardo, procedeva con lentezza con lo sguardo rivolto a terra. Della gradinata originaria di cui era rimasto ben poco, l’erba aveva coperto quasi tutto, solo qua e là emergevano piccole lastre di marmo non ancora inghiottite dalla terra. La scomodità di trovare un parcheggio era stata motivo d’irritazione per la donna e poi c’era il tratto in salita da percorrere a piedi e lei non era più giovane né in forma, e quando arrivò in cima dovette fermarsi qualche minuto a riprendere fiato.

Nel suo silenzioso procedere, pensava al motivo per cui lui avesse deciso che il suo funerale sarebbe stato celebrato lassù. Non era mai stato religioso, ma aveva amato così tanto quei luoghi che quello gli sarà sembrato il modo più rispettoso per accomiatarsi dalla sua terra. C’erano i tigli ora, diversamente da allora, che nella stagione della fioritura diffondevano una delicata fragranza mentre, oltre lo spesso muro di cinta, gli antichi ulivi facevano ancora da guardiani a quel luogo sacro.

Si avvicinò all’ingresso della chiesa e volse lo sguardo al paesaggio circostante, il suo aspetto era cambiato in tanti anni e lei si stupì di come il tempo lo avesse forgiato fino a renderlo irriconoscibile. Si destò da quei pensieri e salì sul primo gradino di pietra liscia, qualcuno si scostò per permetterle di passare avanti, lei cortesemente rifiutò e rimase sul sagrato, la chiesa straripava di gente.

Il funerale era iniziato da un po’, tese l’orecchio per sentire le parole del prete, i soliti discorsi su chi non c’è più e di cui si conosce poco. Poteva essere stato il peggior uomo di questa terra, pensò, ma ormai tutto era passato e quello presente era il tempo della misericordia e del perdono. Non sarebbe andata in cimitero, riteneva sufficiente partecipare al funerale. Si sentiva appesantita e stanca per il caldo e l’afa di quella giornata estiva, forse, prima di ripartire l’avrebbe fatta una visita fugace… forse.

La messa volgeva al termine, un canto triste accompagnava la bara verso l’uscita, una stretta allo stomaco le ricordò quanto lui amasse l’allegria e come stridesse quel momento con il suo carattere. Per vedere la bara si fece largo tra la folla e riuscì a trattenere le lacrime come si era ripromessa.

«Addio» mormorò, poi attese in disparte che la gente seguisse l’auto col feretro e ripercorse l’antica gradinata facilitata dalla discesa. «No, non passerò in cimitero, è sufficiente questo commiato», ribadì a stessa, «per quel che mi riguarda ci siamo detti addio tanto tempo fa. Contrariamente a quello che scherzando ripetevi, te ne sei andato tu per primo e io provo questa stupida sensazione di mancanza. Non dovevo venire, dovevo dar retta al buon senso, ma non l’ho mai fatto».

 

 


IL CEPPO

Mi piace stare davanti al camino acceso nei freddi e umidi pomeriggi d’autunno. Osservare le fiamme che frenetiche avvolgono e consumano i pezzi di legna, lasciando rosse braci ad alimentare nuovo fuoco. Mi piace il calore che emana, è familiare e rassicurante. Accanto vi ho collocato un ceppo, tagliato da un ramo di un gigantesco pero. Non lo brucerò mai, è lo scrigno che racchiude i miei ricordi. A volte ho provato a contare i cerchi dei suoi anni, confusi nel nero legno invecchiato, senza riuscirci.

Per molto tempo l’ho ammirato a faccia in su, da bambina, sperando che nella bella stagione rispondesse alle mie preghiere regalandomi un frutto dolcissimo. Non era magnanimo, doveva arrivare un temporale con un vento dispettoso e irriverente a scuotere la sua avarizia e a gettare ai piedi dell’albero quella meraviglia tanto desiderata.

Mi rimane questo ceppo, ogni tanto gli regalo una carezza che mi rende un’infinita nostalgia. Ricordi di giochi di bambini, di persone che non ci sono più, dei colori vivi e dei profumi della mia infanzia. Nessuno rammenta chi piantò il pero. Quel gigante silenzioso c’è sempre stato e per molto tempo ho creduto che là sarebbe rimasto, e i miei figli avrebbero giocato sotto la sua ombra e a loro volta lo avrebbero supplicato per un dono.

Un’estate un temporale spezzò una delle sue immense braccia che, dopo aver sostenuto per tanto tempo il cielo, finì con un boato ai piedi dell’albero. Era stata una silenziosa colonia di formiche a renderlo vulnerabile, non aveva scampo, ma mi piace pensare che se avesse voluto non avrebbe permesso loro di trovare un varco nella sua corazza. Ricordo quel pomeriggio, quella profonda tristezza, il ramo lì per terra suscitava un grande rispetto, apparteneva a una pianta antica e maestosa, apparteneva alla mia vita.

Il grande pero fu infine abbattuto, dicevano che poteva essere pericoloso. Sul pedale dell’albero, dopo il taglio del tronco, continuarono a formarsi giovani germogli anche nella primavera successiva. Era così vitale che le sue radici succhiavano ancora linfa dalla terra e non permettevano a ciò che di lui rimaneva di seccarsi e morire.

Volli tenerne un ceppo come scrigno dei miei ricordi e della mia nostalgia. Non lo brucerò mai. Rimarrà qui, vicino al camino, dove potrò guardarlo e accarezzarlo e seguire con le punte delle dita la sua superficie irregolare. Dove, a occhi chiusi, potrò avere ancora l’illusione di vederlo lassù altissimo e irraggiungibile. Rimarrà qui, vicino al camino, fino a quando i tarli se lo porteranno via, a raccontare una storia che parlerà d’amore per la natura e per la sua indomabile vitalità.

Autore: admin

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