Cinzia BALDAZZI – Rita Angelelli: la pelle non dimentica (contro la violenza sulle donne)

 

RITA ANGELELLI: LA PELLE NON DIMENTICA

 


In occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, celebrata il 25 novembre, la scrittrice marchigiana pubblica un libro e organizza un concorso letterario.


«La mia pelle oggi è quasi senza macchie e lividi, nascondo bene le cicatrici, ma le sento. Sepolte nelle mie ossa sono attecchite così tanto che hanno dato ossigeno alle mie paure. Ho sbagliato. Tanto. Dare fiducia a un uomo e amarlo sopra ogni cosa è stato il mio sbaglio più grande. E gli errori che si pagano sono difficili da dimenticare. Sono incisi nella memoria, come se un fine scultore avesse lavorato di cesello. Il cervello, però, non riesce a contenere tutto ciò che penso».

In occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne (25 novembre), così scrive Rita Angelelli sul sito https://lapellenondimentica.wordpress.com/, dedicato alla lotta quotidiana della donna contro ogni tipo di sopraffazione. Nata cinquantatre anni fa in provincia di Ancona, alterna la direzione della casa editrice Mezzelane e un’intensa attività di poetessa e scrittrice con il lavoro di ricamatrice: magari, forse, una Silvia leopardiana, cui invece un destino benigno ha permesso di oltrepassare il «limitare di gioventù». E mentre ricamava, il «vago avvenir» che in mente aveva da giovanissima sembra esser divenuto, nel tempo, sempre più preciso e cosciente. Nel «fior degli anni», le avranno sfiorato dunque il cuore le lodi espresse o un po’ schive, ragionando d’amore con le amiche soprattutto nei giorni di festa. Chissà, però, a volte la vita, i giorni che scorrono, allontanano l’una dall’altra.

«In un periodo di profonda crisi esistenziale, con l’ombra della depressione sempre accanto», spiega l’autrice, «mi sono affacciata sul mondo dei naviganti del web e ho conosciuto personaggi fantastici: immagini oscure dal volto di dèmoni, principi, regine, figure lussuriose come padroni, master, schiave. Appassionata a questo mondo perverso, ho effettuato ricerche, assistito ad alcune “sessioni”, comprendendo come il sesso possa portare a emozioni molto più profonde dei “normali” rapporti tra gente comune».

L’esperienza vissuta in questo mondo perfetto e perfettibile – quindi «perverso», come afferma la Angelelli – la porta a comporre dapprima short stories su tema erotico, crude e realistiche, quindi poesie a metro libero sull’amore, ora tenero ora distorto: è il destino che la natura madre multiforme attribuisce all’amore, e l’uomo, la donna, lo sviluppano, sino «all’apparir del vero». Ma alla domanda leopardiana che allora giunge spontanea – «Questo è il mondo? Questi / i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi, / onde cotanto ragionammo insieme? / questa la sorte delle umane genti?» – la passione, l’attaccamento alla vita, agli altri, possono dare altre risposte, e le illusioni, almeno qualcuna, non cadere misere davanti alla realtà, che sopravvive robusta anche se sofferta e contraddittoria, dunque piena di alternative.

È importantissimo oggi, nella situazione in cui viviamo, sottolinearlo, come con la sua stessa opera fa continuamente la nostra Angelelli, non soltanto in versi. Istinto & Passione, nel gennaio 2013, è il romanzo d’esordio, attualmente in corso di rielaborazione: «Un cocktail di possesso e passioni perverse», lo definisce la scrittrice, per partecipare subito dopo alla raccolta “101 racconti” con uno dei suoi numerosi ritratti di donna, quindi a “Obsexion 2013” e alla silloge “Viaggi Di Versi.” Dopo il secondo romanzo Le confessioni di Eva, nel 2014 è la volta della raccolta di narrativa Respiro di Donna, galleria di ritratti femminili accomunati dall’impegno a vivere il sesso in tutte le variazioni ma finalizzato alla ricerca dell’amore. Quindi ancora poesie con Armonici Equilibri e, lo scorso anno, Salve amici della notte, sono Porzia Romano, diretto resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista.

Si deve a Rita Angelelli l’istituzione del concorso letterario “La pelle non dimentica”, promosso da Le Mezzelane Casa Editrice con la collaborazione delle associazioni culturali Euterpe di Jesi e Artemisia di Firenze. «Vogliamo occuparci di un problema che affligge la nostra umanità: il femminicidio, le violenze domestiche perpetrate, lo stupro», afferma l’organizzatrice: «Brutture di una vita che dovrebbe essere tenuta, invece, su un palmo della mano come una porcellana preziosa. Il concorso letterario vuole dar voce alle persone sensibili a questo argomento».

Si è da poco concluso il termine per la consegna dei pezzi, nelle sezioni prosa e racconti, ispirati al tema della violenza sulle donne.

I testi pervenuti sono ora sul blog https://lapellenondimentica.wordpress.com/, dove ogni commento lasciato dal lettore avrà il valore di un punto. I primi quindici racconti e le prime venti poesie più votate dal pubblico saranno oggetto di due distinte antologie, in digitale e cartaceo, e i ricavi di vendita devoluti all’Associazione Artemisia di Firenze.

Gli elaborati saranno poi sottoposti al giudizio di due distinte giurie, presiedute rispettivamente da Rita Angelelli (narrativa) e Lorenzo Spurio (poesia), per la proclamazione dei testi vincitori.


È nel frattempo uscito Ceramiche a Capodanno, ultima antologia poetica della Angelelli: storie di violenza domestica ma anche riflessioni approfondite, descrizione di atteggiamenti e comportamenti tra gelosia e ferocia, amore e possesso.

Riportiamo qui di seguito la prefazione del critico Lorenzo Spurio.

In un percorso tra versi intimi e meditazioni più riflessive con le quali Rita Angelelli affronta il tema della violenza di genere, questo libro fornisce una congrua immagine – in termini letterari – di quanto la cronaca giornalmente ci informa: stupri, violenze psicologiche, casi di abuso, stalking serrato, minacce sino ad arrivare all’epilogo più truce, la morte. Cambiano le modalità, è vero, anche se le armi da taglio sembrano – forse per un retaggio ancestrale di una cultura subalterna assai presente nel Belpaese – ancora avere il predominio, cambiano i contesti e i luoghi di origine, cambiano i nomi delle vittime ma non la disperazione e il tormento delle famiglie, non il colore del sangue versato né la natura folle dell’uomo.

Con un metro poetico equilibrato ricco di anafore e tautologie e un utilizzo lessicale di terminologie tecnicamente avulse al genere di riferimento, la Nostra ci parla di storie vissute e di storie degli altri, di amare vicende di dolore ed emarginazione domestica dove l’uomo prevarica accecato dalla gelosia o semplicemente si veste da bestia feroce per appropriarsi della donna come una preda.

È in questa maniera che si produce una cesura profonda, con lacerti gocciolanti sangue che solo raramente riesce a trovare una cicatrizzazione: si tratta del fenomeno della rottura a cui Rita si riferisce che è presente nell’intero libro. Quando l’amore diventa ossessione, quando la mano prima delicata e capace di far godere l’amata diventa arma di dominio, propaggine per brandire un’arma, si produce una rottura. È il segno che si è giunti a una situazione complicata, nociva e malgovernabile.

Le poesie qui contenute tendono a sottolineare l’universo emotivo di una donna, profondamente scissa e carente nell’autostima, che si vede di colpo diventare preda, oggetto, in un processo di brutalizzazione duro da sostenere e psicologicamente disturbante. La Nostra parla di tali circostanze come di momenti in cui “il cervello rischia di non farcela”. Non è solo il cuore, tradito da un atteggiamento di rivalsa e di dominazione a non reggere, bensì anche il cervello, il centro della ragione che, sopraffatta da una situazione di sottomissione e nullificazione di tal fatta, non è in grado di sostenere l’offesa e l’abuso.

Sono momenti bui che la donna spesso non riesce a prevedere né a gestire ricorrendo alla confessione con la famiglia, gli amici o a denunciare alle pubbliche autorità, vivendo in un abisso di terrore e di minaccia continua che il proprio uomo, nella versione antipodale della bestia, non rincari la dose e si avvalga su di lei in maniera ultima e decisiva con un atto lesivo e inguaribile, quello dell’assassinio. Si tratta di ciò che la Nostra definisce il “Crocevia/ più pericoloso della vita”, quel punto snodale nel quale è possibile assumersi la responsabilità di scelta ma che, nella sopraffazione psicologica, nell’abuso intellettivo, non riesce ad esser percorsa.

La lirica che dà il titolo all’intera raccolta – per altro la più ricca di simbologie allusive e la più impressionante – ci consegna l’estremizzazione di quel processo di rottura del quale si parlava che, in questo caso, si evidenzia in termini fisici: la rottura della bambola. Significato di una persona lacerata e distrutta, frutto di continue sevizie e tormenti, ma anche di una psicologia conturbata e annerita dall’effetto traumatico di questa esperienza. I cocci di questa bambola non sono solo le concrete partizioni di un essere donna che viene meno, che è stato sopraffatto e dilaniato dal potere di una mente malata, ma è anche la spoliazione dell’identità. I casi di violenza domestica e di violenza sessuale in genere, laddove non diano come risultato l’omicidio o il suicidio della donna (mezzo quest’ultimo che è comunque una forma di risposta, sebbene autolesionistica) producono in termini cognitivi un effetto spossante e schizofrenico risultando nell’aggravamento del caso clinico e nella maturazione di una forma di insania o patologia.

Pubblicazioni come queste non servono a risolvere il problema che è endemico e inarrestabile, anche a causa di precarie e non risolutive misure legislative previste dal nostro Codice Penale, ma serve, comunque a far capire che una bambola può essere rotta solamente da un bambino che ci gioca incautamente e non da un uomo maturo perché, così facendo, oltre a minacciare il senso di comunità, involve al bestiale. La ricorrenza alla dimensione religiosa che viene richiamata o ricercata in varie liriche amplifica ancor più il sentimento di inquietudine della donna, priva di baluardi e abbandonata a sé stessa, dove non resta che Dio, quale unico uomo buono, al quale appellarsi. Perché una donna che subisce difficilmente troverà la forza di vedere in un uomo di carne ed ossa una persona disinteressatamente buona e sensibile ai suoi bisogni, vivendo nell’ossessione dell’accaduto che, pur allontanata con una buona terapia, mai sarà completamente obliata.


Autore: admin

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