Daniela VIGLIANO – “Opening my bag” di Lucian Freud (racconto su quadro)

 

Racconto su quadro

 

OPENING MY BAG (DI LUCIAN FREUD)


 

Un’immagine forte, del grande artista Lucian Freud (nipote di Sigmund), e un testo su cui riflettere. Il “racconto su quadro” di Daniela Vigliano, per la rubrica domenicale su “Scenario”, apre idealmente una settimana che si concluderà venerdì 25 novembre con la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne.


Non devo muovermi, se sto ferma sento meno dolore. Ho male, ho male dappertutto! Questa volta ha esagerato, al pugno sul naso non era ancora mai arrivato… i calci in pancia… beh, a quelli ormai sono abituata… ho anche una specie di trucco per sentire meno il dolore: quando mi accorgo che sta per arrivarne uno, tiro forte i muscoli, così il colpo non raggiunge del tutto le viscere, si ferma un po’ prima… forse stasera ha bevuto più del solito, forse non voleva picchiare così forte, ma è così robusto, che basta poco per farmi molto male.

Non so cosa ho fatto questa volta, per imbestialirlo così… ho sbagliato qualcosa, probabilmente non gli è piaciuta la cena…

Mi sono chiusa a chiave qui, nella nostra camera, aspetto che gli sbollisca la rabbia. Basta un po’, un’oretta, poi gli passa… lo so che mi ama, che non lo fa apposta a picchiarmi… lui è fatto così, se gli gira storta, si sfoga con me.

Un mese fa mi ha dato un ceffone così forte che mi è rimasto il livido per una settimana e a chi mi chiedeva cosa mi fossi fatta, ho dovuto rispondere che avevo sbattuto contro un’anta della cucina. Mia mamma, però, ha sospettato qualcosa.

“Perché hai dei segni come fossero ditate? Come hai fatto a farti una cosa simile?”

“Non so, mamma, non ho fatto attenzione mentre mi facevo male. Come posso saperlo?”

“Sei sicura che hai picchiato contro l’antina dell’armadietto? Non hai niente da dirmi? Davide non c’entra, vero?”

“Davide? Perché ci dovrebbe entrare Davide? Lui non era nemmeno a casa quando mi sono fatta male”.

Non posso dire a nessuno, nemmeno a lei, quello che mi fa mio marito. Tutti pensano che siamo una coppia perfetta. Lui diventa così perché ha problemi sul lavoro, è stressato, un manager al suo livello ha responsabilità che lo logorano, basta poco per farlo inquietare…Davide mi ama, lo so. Non potrebbe stare senza di me. Io sono tutto per lui. E’ un buon padre, alla nostra bambina vuole un bene dell’anima. E anche io lo amo, anche se, a volte, mi fa del male.

“Chiara, aprimi, per favore! Ti prego, scusami, non volevo… ti giuro, non lo farò mai più, mai più! Chiara, amore mio, fammi entrare… ti amo, Chiara… aprimi…”

Giro la chiave nella toppa e vedo i suoi occhi, lucidi di lacrime. Prendo l’asciugamano, sporco di sangue, che mi è servito per tamponarmi il naso e, con un angolo pulito, gli asciugo il viso.

Mi prende tra le braccia e singhiozzando mi chiede scusa. Capisco che sta male, che non sarebbe voluto arrivare a questo punto.

Abbracciandomi mi spinge indietro e mi corica sul letto. Lentamente mi spoglia, baciandomi dappertutto, sussurrandomi ti amo. Poi si corica su di me… e, dolcemente, mi accarezza… ho i brividi… lo desidero… mi desidera… sono sua… nonostante tutto…


***

 

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre), pubblichiamo la poesia di Charles MecCharles ispirata al quadro e al racconto.

Tu
che all’amor non credi …
dimmi,
se un pugno ti culla,
se t’emoziona un ceffone …
se da un calcio può nascer rispetto,
se da sangue può nascer l’ardore …
C’è il dolor dell’anima
che nella compiacenza si placa;
c’è dolor nella membra
che nella tenerezza s’addormenta.
Inquietanti
son quell’ombre che s’aggiran nella mente
nell’offrir con panni d’amore bestialità,
avvilente
quell’aspro gusto di sangue rappreso
che pesa più d’un insulto …..
E nell’attesa,
fremente m’assal l’onda del desiderio:
crocifissione e perdono son tutt’uno
nella follia dell’amor malato!
Oh, so bene
che pugni schiaffi, offese insulti
non son ch’antipasti d’amor:
gustosa e succosa parentesi
d’altre azioni d’infinito bene!
Come diligenti scolaretti
c’apprestiam a coglier le gustose ciliegine:
l’una d’accettar gioiosamente la fine,
l’altro d’amar perdutamente dove non c’è confine.
E se tu credessi
In un amor infinito,
sapresti che ciò che pare sopruso
è solo per entrambi un fosco giuoco!
E sapresti che qui l’attendo,
seduta, ignuda di sospetto:
lo riconoscerò
e m’amerà oltre
la vostra stupida ipocrisia!

Autore: admin

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