Teresio SPALLA – Saggistica breve. Il Quinto Cavaliere è la paura (Trump e 36 mil. di americani per strada)

 

Saggistica breve

 

IL QUINTO CAVALIERE È LA PAURA


 

TRUMP ALLA CASA BIANCA E TRENTASEI MILIONI DI AMERICANI PER STRADA

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Quando, verso le tre di notte del 9 dicembre ho ricevuto una telefonata da *** che mi rivelava il risultato di alcuni sondaggi – quei sondaggi di cui nessuno parla e che esistono solo per chi manovra dall’alto la società – ho sperato che si fosse sbagliato. Anzi, non l’ho sperato, l’ho desiderato fortemente.

Ma, alle 7.15 del mattino, mentre ascoltavo la tradizionale lettura dei giornali di RadioTre (quella settimana affidata all’ex ambasciatore Sergio Romano come editorialista del Corriere della Sera) ed è arrivato l’annuncio che Donald Trump era il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, mi sono detto : “Ho passato l’era di Reagan e della Tatcher, di Craxi e di Andreotti, di Berlusconi, della fasciomafia romana infiltrata dove lavoravo. Cosa mai potrà farmi di peggio questo miliardario con parrucchino biondo e un vocabolario che, in Italia, non usa imitare nemmeno la jena-capo dei nazileghisti ?

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Sono certo che molti italiani si saranno detti le stesse cose senza tirare in ballo personaggi di quarant’anni fa, i  governi del cavaliere di Arcore, e tutte le brutture governative compiute dalla destra come dalla sempre più ex sinistra di questa Paese infelice e funestato. Ognuno ha o ha avuto la sua carovana.

A loro, al proletariato (che nessuno osa più chiamare con il suo nome) e alla classe media sempre più impoverita e proletarizzata dalla crisi, agli emigrati e emigranti che stanno subendo le più gravi ingiustizie mai commesse dall’Italia ai danni di altre etnie dai tempi del fascismo, ai “liberi” professionisti a cui la libertà sembra ormai solo un computo di  fregature, importa solo di tirare avanti, giorno per giorno, nonostante la tirannia fiscale imposta dal governo Renzi, le sue false aspettative tramutate presto (come pochi, tra cui il Sottoscritto, avevano previsto all’inizio) in disillusione, sconcerto, rabbia e risentimento.

Eppure per me l’era della “devolution” internazionale della fine dei Settanta è stata un peso sulle spalle che mi sono portato anche nei momenti più felici e soddisfacenti della mia quarantennale carriera.

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Oggi è forse difficile spiegare ai giovani d’oggi, e anche ai meno giovani a questo punto, che cosa sia significato, a metà del decennio della mia adolescenza( in cui, nonostante la “strategia della tensione” e il nascere del brigatismo, esisteva una piena occupazione e una socialità ricca di diritti – civili e sociali e politici – accettati da tutti o quasi,  e culminati nei referendum per il divorzio e l’aborto) proprio quando iniziavo a lavorare, nelle migliori condizioni offerte da quello che allora era il Gotha della cultura italiana, sentire come la mia barca, all’improvviso, navigando su un fiume tranquillo, all’improvviso si sentì scossa nella corrente che s’era messa a fluire al contrario.

Andavo contro marcia. Avevo appena cominciato ed andavo già contro marcia.

Anche se poi riuscii lo stesso a navigare avanti e avanti, anche contro corrente, sentii, eccome se lo sentii, il peso del cambiamento delle idee, del revisionismo poi mutatosi in una mutazione profonda e diffusa, che, cronologicamente, ha avuto la sua prima spinta in Italia da Craxi (salito al potere nel ’76) ma internazionalmente fu avviato e ratificato da Ronald Reagan (eletto dall’1981 all’89, per due volte; mentre Margaret Tatcher, nel Regno Unito, anche lei per due mandati, dal 1978 al ‘90) e ha significato mettere da parte quell’idea di un’America e un’Europa insieme impegnate nel sogno di un welfare planetario.

Altro che welfare. Reagan trasformò la politica statunitense come mai, nemmeno nei momenti più bui del maccartismo e della presidenza Nixon, era stato possibile.

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TRICKY DICKY

Richard Nixon veniva dalla middle classe impoverita dalla depressione del ’29, essendo nato nel 1913 aveva già vent’anni quando Franklyn Delano Roosevelt iniziò, con la prima delle sue cinque presidenze democratiche, a salvare milioni di americani da una crisi inaspettata e tragica come nessun’altra nel ventesimo secolo.

L’anticomunismo feroce di Nixon falciò tante vite durante il maccartismo e distrusse tante esistenze durante la vicepresidenza negli anni di Eisenhower, impose all’Unione quell’anticomunismo indubbio che ancora oggi ha adepti in tutta l’America agricola e non solo.

Eppure, anche quando salì al potere, rosicchiò ma non distrusse il welfare rooseveltiano. Fu fedele alla tradizione del partito repubblicano, il partito di Lincoln, nel difendere i diritti civili e razziali (per lo meno al nord) e, pur essendo un guerrafondaio al soldo delle industrie d’armamenti – con gravi responsabilità, alle spalle di Lyndon Johnson, nell’ escalationvietnamita – fu in grado di capire che i cittadini erano stanchi di quella guerra inutile.

L’avversione di Nixon verso i democratici era dettata dall’odio dell’uomo che s’era fatto da solo (e con quanti sotterfugi per uscire dalla medietà e mantenere il posto in politica) contro le élite miliardarie che la famiglia Kennedy impersonava a meraviglia.

Per lui  Adlaj Stevenson – governatore della California ed avversario perdente di Eisenhower in due elezioni (1952 e 1956), un grande politico e un grande intellettuale – era l’uomo, inviso perché colto, il quale, partendo privilegiato, s’era concesso il lusso di trascinarsi dietro le minoranze etniche e le lotte acute per i diritti civili. E per questo lo detestava.

A differenza di Reagan, che fu scambiato subito per un gioviale ed estroso vecchio attore, Nixon non riuscì mai a stabilire un’empatia solida col popolo americano, nemmeno con quelli che lo votarono fedelmente dagli anni  Quaranta ai Settanta, e se ne andò  ( unico nella storia americana dove ci sono stati presidenti colpevoli di genocidio, affiliati al Ku Klux Klan, profanatori di tutte le religioni, autori di guerre ingiuste e nascoste ai cittadini)  per una frode, una delle tante compiute in una vicenda personale, per cui fu messo sotto impeachmente in seguito condannato in un tribunale super partes il cui giudice – John Sirica – era un repubblicano come lui che si vergognava di lui.

Come nemico Nixon era molto comodo. Contro di lui c’era mezza America idealista ed onesta, il mondo del cinema e delle cultura in generale, l’antipatia fisica anche dei suoi simpatizzanti.


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IL REAGANISMO CHE NON È MAI MORTO

Ronald Reagan invece, arrivato alla candidatura presidenziale a quasi settant’anni, con i capelli tinti (come Trump, guarda caso),  portava con se un passato da attore di medio cabotaggio e di democratico rooseveltiano finché il settore dello spettacolo fu affascinato dal più grande presidente che gli Usa abbiano mai avuto.

Era ancora un sostenitore di Truman quando fu eletto presidente dello Screen actorsguild, la potente associazione degli attori americani, ma, fiutata l’aria, nel ’45, capì che, se voleva fare carriera, doveva cambiare rotta.

Divenne un anticomunista viscerale, s’inserì in  tutti i comitati della “caccia alle streghe”, e capeggiò la Motion Picture Alliance forthe Preservation of American Ideals, l’associazione reazionaria e anticomunista della gente di spettacolo.

Chiamato a testimoniare davanti ai comitati di McCarthy, denunciò tanti suoi compagni di lavoro che, già sulla “lista nera”, non avevano alcun bisogno del suo apporto per essere cacciati da Hollywood e perdere il lavoro. Ma lo fece sapendo che gli sarebbe stato utile.

Nel ’40 aveva sposato Jane Wyman che era una vera star. Ma il matrimonio lo relegò a “principe consorte” e non gli portò grandi vantaggi.

Dopo l’inevitabile divorzio (’48) si trovò davanti, nel ’52, in sede di comitato, un’attrice compromessa, Nancy Davis.  Occultò le accuse contro di lei e la sposò nel ’54 dopo un fidanzamento che sembra sia stato d’amore. Chissà s’era vero ? L’aveva salvata dalla fine prematura della carriera, dal congelamento d’ogni bene, dal carcere. E lei lo ricambiò diventando first lady, prima ancora di esserlo, con una repentina adesione all’ala destra del partito repubblicano.

Ma Reagan continuò, a differenza di altri suoi colleghi, a guadagnare poco dalla sua militanza politica.

Lasciò la Warner (dove, sebbene sempre in ruoli secondari, aveva fiancheggiato molte star) e fu messo sotto contratto con la Pine-Thomas, una società indipendente che produceva, coi soldi della Paramount, film di serie segnati da  una certa dignità, qualche volta notevole.

Solo allora divenne protagonista di film western e perlopiù avventurosi al fianco delle attrici della casa  – Rhonda Fleming, Arlene Dahl, ColeenGray – dal ’51 al ’57. Ma non poteva certo dirsi un attore di prestigio. Lo stesso Pine ebbe a confessare, molti anni dopo, di averlo preso solo per ingraziarsi i comitati.

Fu allora che decise di lasciare gradualmente il cinema (le sue apparizioni, anche in serial televisivi, continuarono fino al 1964) per dedicarsi alla politica. E fu in politica che egli seppe recitare il suo ruolo migliore.

Giudicato attore monocorde e legnoso, spesso oggetto degli improperi delle riviste satiriche e dei critici, si rivelò allora un battutista formidabile, un simpaticone, un uomo che aveva fatto delle sue guance rosate e cadenti il simbolo di un modo entusiasta e gioioso di militare tra i repubblicani dove – dissero più tardi i suoi biografi ufficiali per dipingerlo di una vernice intellettuale che non ebbe mai – portò le idee di liberismo sfrenato  (e osteggiato dalla direzione del partito) di Frederic Bastiat e Milton Friedman.

Partecipò, con incarichi di prestigio, alla campagna elettorale di Barry Goldwater (il Trump degli anni Sessanta) battuto da Johnson nel ’64. Ma l’oscar lo vinse nel ’66 quando fu eletto governatore della California.

Con ancor tiepido rispetto per i bilanci dello Stato, cominciò lì la sua vera salita al potere; tolse tasse a tutto spiano e sostenne sovvenzioni all’industria locale contro i diritti dei lavoratori, non concesse alcuna grazia ai condannati a morte facendo molto rumore per un caso ancor oggi discusso, quello di  Aaron Mitchell, destinato, grazie a Reagan, alla sedia elettrica.

Purtroppo per lui la sua vocazione per la pena capitale, di cui si dichiarava sostenitore acerrimo in ogni occasione, fu domata dalla Corte Suprema dello stato che impose il condono per tutte le condanne emesse prima del ’70, anno in cui fu rieletto, per la seconda volta, fino al ’74. Ma non smise di sorridere, di raccontare freddure, di apparire vincente su tutti i fronti.

Nel ’76 tentò la prima scalata alla presidenza dell’Unione. Ma i repubblicani più istituzionali, sostenuti, in un primo tempo, anche da Nixon e dal suo successore Gerald Ford, lo sconfissero di brutto.

Può sembrare innaturale ma Nixon vedeva in lui l’ennesimo nemico, rappresentante di un ceto privilegiato di artisti e favoriti dalla fama, che poteva permettersi quello che lui, anche volendo, non avrebbe fatto : un abbattimento sostanziale delle tasse che, per quanto ristretto allo stato californiano, mise in crisi milioni di persone del ceto medio e una guerra ai salari che gli garantì l’appoggio di alcuni tra i maggiori imprenditori americani.

Comunque sia, dopo la sfortunata presidenza Carter, finalmente, nell’80,  vinse le primarie contro John Anderson, un repubblicano di tendenze liberal e quindi molto debole. Non era ancora molto chiaro ma, dalla sua parte, si era schierato tutto il capitalismo statunitense, con in testa le più facoltose famiglie del mondo, che era stanca dell’atmosfera decisamente “liberale”, che procedeva da trent’anni, e ormai aveva deciso, attraverso di lui, un rivolgimento totale del sistema.

Ricordo benissimo le prime reazioni italiane alla sua elezione. Tutti battevano sul fatto, fino ad allora inusitato e grottesco, che fosse divenuto presidente un ex attore di secondo piano, un attore di western, dimenticato dai più.

Sembrava strano, sembrava ridicolo. Ma Reagan fece capire quasi subito agli americani poveri e alle middle class indigente che col suo mandato non avrebbero avuto niente da ridere come faceva lui con i suoi denti incapsulati e bianchissimi.

In realtà, non smentendo i suoi detrattori, Reagan, il presidente “cowboy di Hollywood”, ha interpretato dieci western su una cinquantina di apparizioni di cui solo una ventina come coprotagonista.  E dei  suoi tre film migliori – La voce della tortora del ’41, Lasetta dei tre kappa del ’51 e La jungla dei temeraridel ’55 – solo l’ultimo è un western. Lui riteneva che la sua maggiore prestazione fosse quella in Delitti senza castigo, un torbido melodramma Warner che lo rese celebre per un attimo nel ’42. Ma in quell’opera, sceneggiata più dal codice Hays che dagli scrittori pagati per farlo, non prevale nemmeno di fronte al fatuo Bob Cummings ed è completamente oscurato dall’affascinante e bravissima Ann Sheridan.

E, in realtà, era destinato, come presidente degli Usa, a fornire una performance superiore anche a  quella di governatore. Non a caso, da quando si installò alla casa bianca, anche le star più notoriamente democratiche diventarono improvvisamente repubblicane e vennero accolte nei suoi party in favore dell’industria cinematografica.

Anche in questo fu fortunato. La potenza distributiva del cinema europeo andava spegnendosi e iniziava l’era delle televisioni private; in Usa la rete capillare delle tv via cavo si aggiungeva alle centinaia di emittenti legate alla Cbs, Nbc e Mbc.

Ma il suo meglio doveva darlo in materia economica e sociale. Reagan smantellò completamente lo stato sociale, lanciò il noto appello “Arricchitevi” mentre favoriva spudoratamente quelli che ricchi lo erano già a miliardi. Smantellò la struttura di tassazione federale riducendola al 20% di quanto era, proclamò l’Unione Sovietica “impero del male” rinvigorendo una tardiva guerra fredda e si lanciò in “piccole” guerre che lasciarono il segno.

Nell’82 invase il Libano esautorando Israele dalla difesa del proprio territorio ma poi si ritirò quando si rese conto che gli americani non erano ancora pronti a scatenarsi in un conflitto che avrebbe distrutto un’altra generazione di giovani. In fondo erano passati pochi anni dalla fine del conflitto in Vietnam.

Nell’83 invase Grenada che sembrava potesse passare sotto l’influenza cubana e se ne infischiò dei moniti dell’Onu. Nell’84 si oppose all’appoggio delle prevedibili rivolte in Sudafrica e mandò le truppe a salvaguardia del regime segregazionista. Anche in questo caso si fece un baffo dell’opposizione del Congresso stesso facendo perdere ai repubblicani quei pochi elettori di colore che gli erano rimasti nel sud. Nel’86, per dare una lezione a Gheddafi, ordinò il bombardamento della Libia che si rivelò controproducente nei rapporti col medio oriente.

Nel secondo mandato fu implicato nel caso “Iran-Contras” (traffico d’armi con l’Iran – su cui, dal ’79, era stato indetto l’embargo;  e con i “contras”, truppe di mercenari al soldo della destra internazionale, contro il governo legittimo del Nicaragua) nonché l’invio secretato di numerosi “consiglieri” in zone strategiche del pianeta dove l’Urss combatteva guerre ormai senza senso.

Ne uscì pulito poiché dalle inchieste del Congresso fu chiaro che egli era divenuto, e forse lo era sempre stato, il “sidekick” (pupazzo parlante) dei suoi stessi ministri, di uomini del potere economico che entravano e uscivano dalla casa bianca senza che lui e Nancy si informassero sulla loro presenza.

Il Washington Post scrisse che l’unica prova a suo carico potrebbe essere stato l’aver preso lezioni da Edgar Berger (il più noto ventriloquo americano, padre dell’attrice Candice Bergen) se questi non fosse morto del ’78.

Fu molto fortunato anche con Gorbaciov il quale, nella sua strategia di democratizzazione dell’Unione Sovietica, si lasciò gabbare da lui e dai tanti leader occidentali che sembravano volerlo appoggiare. In realtà fu la Cia, preparata proprio dagli uomini della presidenza Reagan, a finanziare e sostenere le secessioni di molti stati sovietici e, soprattutto, il golpe di Eltsin che sconfisse per sempre l’idea di una Russia socialista ma anche democratica secondo un processo graduale.

Reagan allora non era più presidente ma, dati i suoi rapporti con l’ultimo segretario del Pcus, la storiografia tende ad attribuire l’avvio di tutto ciò a lui e al suo staff.

Come ultimo ricordo della sua presenza alla Casa Bianca è giusto ricordare quando riuscì a farcire la Corte Suprema (il sommo organo della struttura federale statunitense, che può incidere anche sulle scelte del presidente) di componenti retrogradi che non capovolsero mai sentenze a lui contrarie. Ma le corti statali, invece, iniziarono quel processo di mutamento del partito repubblicano su temi che prima d’allora non aveva mai combattuto : aborto, integralismo religioso e decisamente wasp, appoggio sperticato alla congrega dei fabbricanti d’armi, sostegno alla libertà d’opinione delle organizzazioni paramilitari e dichiaratamente fasciste, condanna delle prime rivendicazioni degli omosessuali e della sessualità manifestata liberamente che portò alla deforme indagine su una nota attrice coinvolta in un episodio di sesso orale nel giardino di casa propria.

Queste rivendicazione conservatrici e retrive ebbero comunque una tale notorietà da farlo sempre apparire vincitore sulla stampa e soprattutto in televisione. E, sia stato lui a prendere certe decisioni o i suoi più vicini ispiratori, non apparve mai uno sconfitto, in seria difficoltà.

L’eredità che avrebbe lasciato imponeva il silenzio anche sugli errori tattici più pacchiani suoi e dei suoi manovratori.

Il retaggiodi Reagan è infatti travolgente. Ma sono due i punti fondamentali che vanno tenuti da conto oggi.

Con lui il partito repubblicano rinuncia alla tradizione ottocentesca che l’aveva reso un agglomerato composito ma laico, antirazzista, spesso idealista. D’ora in poi il partito dell’elefantino diventa un grop(GrandOld Party) di destra irrimediabilmente reazionaria, senza possibilità di infiltrazioni. Roba da far rivoltare nella tomba Lincoln e Theodore Roosevelt. Ma c’è da dubitare che Reagan li sentisse come suoi predecessori morali nella sua gretta e ristretta cultura personale.

Con lui inizia il tempo del capitalismo selvaggio, senza freni, senza compensazioni economiche o morali e sociali. E, in questo senso, possiamo dire che il reaganismo non è mai morto.

E, anzi, nonostante siano passati ventisette anni da quando lasciò la presidenza, si può affermare che questa concezione ha continuato, non è stata mai scalfita, se non in minima parte, né dai gabinetti Clinton ne da quelli di Obama, tantomeno poteva esserlo da quelli dei Bush padre e figlio i quali ne hanno particolarmente accentuato le caratteristiche ben certi di non avere un’opposizione dura e frontale da parte dei democratici.

Ora qualcuno, tra i soliti carneadi, si chiederà, benché appaia evidente, perché ho ritenuto soffermarmi così tanto su Ronald Reagan.

Ebbene, la politica di Reagan sarà quella che, nel mondo, aprirà le porte a quella devolution da cui nasce il capitalismo globale di oggi, butterà giù gli steccati di una parziale correttezza istituzionale per proclamare il diritto degli Usa a intervenire, militarmente o finanziariamente, dovunque lo si ritenga utile o necessario.

Reagan riuscì in ciò anche grazie al revisionismo dei partiti di sinistra di tutto il mondo, i quali, incapaci di affrontare una lotta al capitale che sembrava molto più semplice prima di lui, cominciarono a scendere su posizioni moderate fino a divenire fiancheggiatori o partecipi ai capitalismi nazionali e planetari.

In Italia, con Craxi alleato ad Andreotti, la Sinistra si ridusse al Partito comunista che poi, dopo la morte di Berlinguer, intraprese quella vocazione ad un riformismo senza riforme che l’ha trasformato nell’attuale conventicola di Renzi, il capo del governo più a destra della storia repubblicana, più dei governi centristi degli anni Cinquanta e di quelli berlusconiani.

In Inghilterra, quando cadde la Tachter, specchio ferrigno del reaganismo più spietato in Europa,dopo altri sette anni del partito conservatore al potere, divenne primo ministro, nel ’97, il pseudolaburista Tony Blair, che già come capo del partito l’aveva modificato in toni morbidi e destrorsi, che fece una politica di alleanza con il capitale e, in stato di sudditanza dagli Usa, impegnò le forze armate britanniche in quattro untruthful war (guerre bugiarde) : Kosovo, Sierra Leone, Afghanistan e Iraq.

Dal punto di vista della devoluzione ideologica, già da un decennio prima, lo stesso accadde nella Spagna di Felipe Gonzales (il Craxi iberico) e, in parte, nella Francia di Mitterand che, pur mantenendo un certo orgoglio nazionale, in quindici anni di mandato “socialista”, fino ad allora mai fu così poco socialista.

Il risultato delle politiche reaganiane non fu soltanto una prepotenza americana sul piano sociale e morale, finanziario e politico.


Con Reagan iniziarono le nuove bozze del Tafta (Transatlantic Free Trade Area) che, pur già esistente da molti anni come forma di sostegno all’Europa uscita dalla guerra mondiale, si trasformò in un ente di omologazione dei commerci europei in quelli statunitensi. In seguito al Tafta seguì il Ttip ( TransatlanticTrade and ivestment partnership) che servì a Reagan per rendere ancora più succube agli Usa l’economia dei paesi dell’Europa occidentale.

In questo contesto ebbe il suo peso il Gatt(General Agreement on Tarrifs and Trade) il quale, pur firmato già dal ’47, divenne, nei primi anni Ottanta uno strumento non di aiuto (com’era stato concepito dall’amministrazione Truman) ma di sudditanza dell’Europa agli Stati Uniti anche nel cinema e nella produzione televisiva, equiparandola a semplice merce nonostante l’opposizione di diverse nazioni che provvidero con leggi efficaci ad impedire una penetrazione completa del prodotto audiovisivo americano nei loro mercati.

Ma questo non accadde in Italia dove, nello stesso periodo, con l’espansione delle tv private e in particolare di quelle berlusconiane, le società di produzione e distribuzione fallivano una dopo l’altra spesso cedendo i loro magazzini alla Rai o a Mediaset con la benedizione di Bettino Craxi. Iniziò quindi una seconda invasione del cinema americana (certamente più tracotante e maggiorata di quella del dopoguerra) che trovò la classe politica non solo impreparata ad affrontarla ma anche disponibile ad accoglierla insieme a un’accozzaglia imprenditoriale capace di tutto tranne salvaguardare l’audiovisivo nazionale.

Se prima le majors americane si avvalevano di distribuzioni italiane interne di grande o medio cabotaggio, da allora, facendo formalmente divenire “italiane” le loro filiali a Roma, finirono con il distruggere quasi tutte le nostre strutture di diffusione sostituendolo con le loro, rilevarono intere circuiti di sale, diedero vita ad una concezione globale della circolazione del prodotto e del suo lancio pubblicitario.

Con ciò cambiò fatalmente il gusto e la disponibilità culturale della società culturale italiana che, nel cinema, fu suffragata da un’ondata di cinefilia revisionistica, con sedi anche nelle facoltà universitarie dove l’insegnamento dell’estetica del cinema si accodò in fretta e furia. Nel giro di pochi anni, sia nelle sale che sugli schermi catodici, i grandi colossal americani diventarono il metro di giudizio per ogni tipo di film.

La conseguenza, forse inevitabile dato lo stato di cialtroneria e appecoramento di tutti o quasi coloro che avrebbero dovuto difenderla, fu la vorticosa discesa della celluloide nostrana da seconda potenza esportatrice del pianeta a livelli da terzo mondo.

Quindi la presidenza Reagan, con tutti i suoi sostenitori europei, riuscì senz’altro a influire sulla mia di tutti gli operatori del settore.

Basti pensare che, nel giro di pochi anni, la maggior parte delle sale si ridussero oltre l’80% e che la produzione televisiva italiana fu eliminata in favore di una presenza al 78% di film e serial americani. Cosa che, col monopolio della distribuzione satellitare concesso a Murdoch, ebbe un incremento al 90% dal 2004 ad oggi.

Ecco perché la politica reaganiana non fu soltanto un danno fortissimo per l’indipendenza generale  dell’Europa dagli Usa ma anche per la cultura e l’intellettualità europee.

La vita di molti ne fu sconvolta. Non tutti impararono a navigare contro corrente. Tanti si accodarono e modificarono di conseguenza le loro aspirazioni narrative. Altri rimasero schiacciati. La maggior parte vendette se stessa e il proprio talento.

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AL PEGGIO NON C’È MAI FINE

Nei tempi che seguirono – dagli anni Novanta a pochi giorni fa – il partito democratico americano, anziché opporsi strenuamente alle politiche del partito avverso, si costituì come similare, con forti appoggi nel mondo finanziario superpotente, e differenziandosi in poche battaglie, vinte quasi esclusivamente da Barak Obama, primo presidente di colore della storia Usa ma anche uomo di posizioni moderate e non sempre conflittuali con il sistema economico installato da Reagan e proseguito dai suoi successori.

Credo, nel mese precedente le ultime elezioni in Usa, nessuno, come l’anticonvenzionale Massimo Fini, sintetizzando molto e con qualche passaggio contradditorio (ma Fini è spesso contradditorio a se stesso), abbia descritto meglio quello che gli Stati Uniti rappresentano oggi per noi italiani in particolare ed europei in generale.

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VIOLENZA E MENEFREGHISMO. IL VERO MITO AMERICANO ALLE SOGLIE DELLE ELEZIONI 2016

Scrive Fini su Il Fattodel 6 novembre : “Tutto il mondo guarda, con il fiato sospeso, all’esito delle elezioni americane, in particolare il mondo occidentale che vede negli Usa, per utilizzare un’espressione di Paolo Guzzanti condivisa da una totalizzante maggioranza, il “faro della nostra civiltà”.

E allora andiamola a vedere, necessariamente a volo d’uccello, la storia di questo “faro della civiltà”.

Comincia con un vile (winchester contro frecce) e spietato genocidio, non disdegnando l’uso delle “armi chimiche” allora a disposizione, whiskey per fiaccare l’integrità di un popolo altamente spirituale come i pellerossa.

Delle decine di milioni di nativi nordamericani oggi ne sono rimasti circa quattro.

(…) L’America è stata l’ultimo stato democratico ad abolire, nel 1865, la schiavitù scomparsa in Europa dalla caduta dell’Impero romano. E, in questa speciale classifica negativa, gli americani sono sorpassati solo dalla Mauritania che, notoriamente, non è considerata un “faro della civiltà” e, all’epoca, non era certo un regime democratico, che l’abolì solo dieci anni dopo.

Gli Stati Uniti hanno avuto l’apartheid fino al 1964/65. E avevano appena finito di abolirla che, col consueto moralismo a posteriori, si scagliavano contro l’apartheid sudafricana (…).

Peraltro l’abolizione dell’apartheid sembra più formale che sostanziale. Basta osservare l’impressionante sequenza di omicidi a danno degli afroamericani ad opera della polizia yankee.

Durante la seconda guerra mondiale, per precisa direttiva dei comandi politici e militari, gli americani bombardarono appositamente, a Desdra, a Lipsia, a Stoccarda, a Berlino, la popolazione civile, facendo milioni di morti, “per fiaccare” – come dissero – “la resistenza del popolo tedesco”. Era la guerra, era necessario, d’accordo.

Ma allora il tambureggiante moralismo americano è inaccettabile quando, in situazioni analoghe, sono altri ad influire sui civili.

Peraltro con gli americani non si sa mai dove finisca la loro violenza e la loro prepotenza e dove inizi la loro superficialità bellica (…).

In Afghanistan, nonostante gli occhiutissimi mezzi a disposizione, sono decine le volte in cui hanno scambiato matrimoni per un raggruppamento di guerriglieri, spazzando via, insieme agli sposi, centinaia di persone.

Insomma, come sempre han fatto, bombardano a chi cojocojocol massimo disprezzo per le vite altrui.

Sono gli unici ad aver sganciato la bomba atomica, a guerra praticamente finita, prima su Hiroshima e, tre giorni dopo, quando si sapeva bene quanto devastante fosse la scissione dell’atomo, su Nagasaki. Il pilota di Enola Gay, quando seppe le conseguenze di ciò che gli era stato ordinato di fare impazzì. Evidentemente era una brava persona.

Il mio discorso non è contro il popolo americano, dove ci sono, come in ogni popolo, anche dei “bravi guaglioni” ma contro i celebratissimi UnitedStates of America.

Non sono i soli ad aver usato armi chimiche (ci siamo anche noi italiani, in Etiopia) ma certo lo hanno fatto in modo sistematico : napalm in Vietnam, proiettili all’uranio impoverito, che sono all’origine di migliaia di casi di cancro, in Bosnia, Serbia, Afghanistan, Iraq.

Persino Hitler fu costretto a rinunciare all’uso di queste armi dopo le rovinose conseguenze sulla salute che avevano provocato nella prima guerra mondiale. E Khomeini, durante la guerra Iraq-Iran, proibì l’uso delle armi chimiche nonostante, dall’altra parte, Saddam, che le aveva avute proprio dagli Usa, le utilizzasse contro l’esercito iraniano.

Nel dopoguerra hanno fatto, in combutta con l’Urss, decine di guerre per interposta persona o attacchi del tutto immotivati. Lo scrittore Gore Vidal ha contato in 166 gli attacchi Usa ad altri stati non motivati da aggressioni.

Il resto è storia recente : Serbia (1999), Iraq (2003), Libia (2011) cioè a stati sovrani rappresentati all’Onu contro la volontà della stessa Onu.

Anche sulla mitizzata democrazia americana c’è poi qualcosa da dire.

Nel paese più ricco, più potente del mondo, che gode ancora della rendita di posizione acquisita dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, ci sono 36 milioni di poveri, il 9% della popolazione, “homeless” buttati sulla strada senza alcuna copertura sanitaria.

E, almeno negli ultimi tempi, questa democrazia sembra essersi trasformata in un regime basato sulla dinastia del sangue.Prima Bush padre, poi Bush figlio, in seguito Clinton marito, ora (…) Clinton moglie (come segretario di stato di Obama ndr).

Se questo è il “faro della civiltà” preferiamo “la vecchia e stanca Europa” come la definì sprezzantemente Colin Powell. Che non è monda di errori e orrori.

Erano appena risuonate le sacre parole della Rivoluzione francese – Liberté, Egalité, Fraternité – che cominciava il colonialismo sistematico di francesi, inglesi, belgi. Ci sono poi i 13 anni della follia razzista di Hitler (il ventennio Mussoliniano, i trentasei anni del franchismo, il settennato dei colonnelli greci ecc . ndr ) che è stata poi (…) cinicamente utilizzata perché individuato come  il “male assoluto”.

Gli Stati Uniti (…) si sono potuti permettere violenze che forse non erano il “male assoluto” ma gli assomigliavano molto.

Ma, insomma, detto degli orrori compiuti dagli europei, anche in tempi recenti, a me sembra che l’Europa, attraverso la filiera della cultura greca, di quella latina, di quella rinascimentale, oltre che (…) l’Illuminismo, qualcosa al mondo abbia dato.

L’America non so.

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AMERICA TESA COME PELLE DI BUFFALO

Questa escursione di Massimo Fini sorvola “a volo d’uccello” gli Usa di oggi. Tanti particolari saltano. Tanti che sarebbe interessante approfondire uno per uno. Ma non si può pretendere di più da un giornalista che deve occupare un certo numero di colonne.

Però, dal canto mio, vorrei segnalare che il genocidio degli indiani e l’esigenza dello schiavismo furono già alla base della guerra d’indipendenza americana combattuta da coloni inglesi contro inglesi della madre patria che volevano un dominio coloniale basato sulla coesistenza delle etnie e delle loro tradizioni come in India o in Africa.

L’America, scrisse Pablo Neruda negli anni Cinquanta, è sempre “tesa come pelle di buffalo”. Ma di questa tensione il potere presidenziale ha saputo fare buon uso, a parte far uccidere i bisonti (che in italiano si dicono buffali e non bufali, quelli europei e italiani, come da italianizzazione storaciana) che da qualche milione nel 1850 divennero poco più di novecentomila nel 1890.

Già nel 1805, durante la presidenza Jefferson, gli Stati Uniti non esitarono, contro ogni accordo internazionale, a inviare truppe navali in Europa per annientare i corsari barbareschi che s’erano accaniti sulle loro navi. Una piccolaguerra d’accordo, che si risolse in un succinto episodio in cui il pascià di Tripoli e la sua popolazione furono sottoposti al bombardamento dei cannoni delle fregate americane, ma che delinea quale fosse già allora la vocazione all’invasione del territorio altrui come caratteristica saliente di un impero americanoancora da teorizzare.

E ciò avvenne in tempi in cui si predicava l’isolazionismo dal vecchiocontinente – e stava per nascere l’ era dei buoni sentimentidel presidente Madison (1809-1813) durante la quale si combatté, dal 1812 al 1814, l’ultima guerra contro i britannici a cui era stato vietato di commerciare liberamente nel golfo del Messico.

Sia Jefferson che Madison  non credevano in Dio, erano massoni convinti, scrissero saggi contro la verginità della Madonna e i dogmi di Mosè e Abramo oggi sepolti nelle biblioteche meno accessibili; ma erano anche proprietari di schiavi, favorevoli al massacro degli indiani ove fosse necessario per l’installazione degli agricoltori emigrati dall’Europa.

Nel 1845 il presidente John Tyler definì destino manifestoche gli Stati Uniti divenissero, pur isolazionisti per quanto riguardava l’Europa e le sue guerre coloniali in oriente, la guida perfetta di tutto il continente, compresa l’America centrale e meridionale, specialmente il Messico del nord.

Nel 1836 la repubblica del Texas, che s’era scissa dal Messico solo per poter continuare il commercio degli schiavi proibito dal generale Santa Anna, si decurtò della maggioranza ispanica grazie a una minoranza di avventurieri finanziati dalla casa bianca.  Respinse i messicani che volevano riprendersela e compì l’annessione agli Usa.

Bastò che il gruppo degli espansionisti(deputati e senatori che intendevano estendere il dominio dai confini tracciati dal trattato di Gand che concluse la guerra del 1812-14) trovasse una ragione capziosa (non dissimile, in quanto a falsità, delle armi di distruzionedi massa che giustificarono la guerra contro l’Iraq) e, nello stesso 1845, il successore di Tyler, il presidente Polk,mandò le truppe a togliere ai messicani l’odierno sud della California americana, e lo spazio corrispondente agli stati del New Mexico e dell’Arizona, del Colorado e dello Wyoming del sud.

Oggi siamo così abituati a considerare americani quei territori che non ci rendiamo conto come, 170 anni fa,gli ispanici californiani e messicani divennero sudditi degli Stati Uniti cambiando lingua, abitudini e tradizioni, rapporti con i nativi e legami con la loro precedente patria.

Poi, per parecchi anni, gli Stati Uniti si concentrarono prima a massacrare i nativi del sud ovest.  Quindi a massacrarsi tra loro nella Guerra Civile.  E infine a terminare l’ecatombe degli indiani del nord e sud-ovest concludendo nel 1886, con la resa di Geronimo, il periodo delle guerre indiane che iniziarono con fucili ad avancarica contro frecce e finirono con mitragliatrici contro frecce.


Lo storico Edward Zinn calcola, parzialmente (abbiamo visto che Gore Vidal ne cita 166) gli interventi militari dal 1890 al 1998. Essi, escludendo gli interventi interni contro nativi e scioperanti, sono stati questi :

Argentina, 1890: Invio di truppe a Buenos Aires a protezione degli interessi nord-americani.

Cile,1891: Truppe dell’esercito e marines si scontrano con i ribelli nazionalisti.

Haiti,1891: L’esercito reprime una rivolta di lavoratori neri sull’isola di Navassa, reclamata dagli Usa.

Hawai,1893: Invio di truppe e marina; rovesciamento del regno indipendente, annessione.

Nicaragua,1894: Le truppe Usa occupano per un mese Bluefields.

Cina,1894-95: La marina e le truppe intervengono nella guerra cino-giapponese.

Corea,1894-96: Nel corso della guerra i marines occupano Seul.

Panama,1895: Intervento dei marines.

Nicaragua,1896: I marines sbarcano nel porto di Corinto.

Cina,1899-1900: Intervento di truppe; la rivolta dei Boxer viene combattuta da eserciti stranieri.

Filippine,1898-1910: Invio di marina e di truppe; le Filippine vengono tolte alla Spagna, 600.000 filippini uccisi.

Cuba,1898-1902: Invio di marina e di truppe; l’isola viene tolta alla Spagna, e tuttora ospita una base navale statunitense.

Portorico,1898: Intervento di marina e di truppe; l’isola viene tolta alla Spagna e l’occupazione di essa dura tuttora.

Guam,1898: Invio di marina e di truppe; l’isola è tolta alla Spagna, ed è tuttora usata come base.

Nicaragua,1898: I marines sbarcano nel porto di San Juan del Sur.

Samoa,1899: Invio di truppe, battaglia per la successione al trono.

Nicaragua,1899: I marines sbarcano nel porto di Bluefields.

Panama,1901-1914: Invio di marina e truppe; la regione è separata dalla Colombia, nel 1903; la zona del Canale è annessa.

Honduras,1903: I marines intervengono nella rivoluzione.

Repubblica dominicana,1903-4: Truppe a protezione degli interessi Usa nella rivoluzione.

Corea,1904-5: I marines intervengono nella guerra russo-giapponese.

Cuba,1906-9: I marines intervengono nelle elezioni democratiche.

Nicaragua,1907: Invio di truppe; viene istituito un protettorato della “diplomazia del dollaro”.

Honduras,1907: I marines intervengono nella guerra con il Nicaragua.

Panama,1908: I marines intervengono nelle elezioni.

Nicaragua,1910: I marines sbarcano a Bluefields e a Corinto.

Honduras,1911: Le truppe intervengono per proteggere gli interessi statunitensi nella guerra civile.

Cuba,1912: Le truppe intervengono a L’Avana per proteggere gli interessi statunitensi.

Panama,1912: Le truppe e i marines sbarcano nel corso di infuocate elezioni.

Honduras,1912: Intervento di marines a protezione degli interessi economici Usa.

Nicaragua,1912-33: Intervento delle truppe, bombardamenti; 20 anni di occupazione del paese; combattimenti contro la guerriglia.

Messico,1913: Durante la rivoluzione la marina interviene combattendo i rivoluzionari di Pancho Villa.

Repubblica dominicana,1914: La marina si scontra con i ribelli per Santo Domingo.

Messico,1914-18: Esercito e marina compiono una serie di interventi contro la nuova repubblica rivoluzionaria.

Haiti,1914-34: Intervento dell’esercito, bombardamenti; dopo le rivolte, 19 anni di occupazione statunitense del paese.

Repubblica dominicana,1916-24: Intervento dei marines che occupano per 8 anni il paese.

Cuba,1917-33: Occupazione militare da parte dell’esercito, trasformazione del paese in un protettorato economico.

Russia,1918-22: Cinque sbarchi di truppe e di forze della marina per combattere i bolscevichi.

Panama,1918-20: Intervento delle truppe e misure di polizia contro una sollevazione dopo le elezioni.

Honduras,1919: I marines sbarcano durante la campagna elettorale.

Guatemala,1920: Due settimane di intervento dell’esercito contro agitazioni sindacali.

Turchia,1922: Le truppe intervengono a Smirne per combattere i nazionalisti.

Cina,1922-27: Truppe e forze della marina si dispiegano durante la rivolta nazionalista.

Honduras,1924-25: Le truppe sbarcano due volte durante il conflitto elettorale.

Panama,1925: I marines schiacciano lo sciopero generale.

Iran,1946: Minaccia di intervento nucleare; si intima alle truppe sovietiche di abbandonare il Nord dell’Iran (l’Azerbaigian)

Uruguay,1947: Minaccia di intervento nucleare; dispiegamento di bombardieri come prova di forza.

Grecia,1947-49: Operazioni di commandos; gli Stati Uniti dirigono l’estrema destra nella guerra civile.

Filippine,1948-54: Operazioni di commandos; la Cia dirige la guerra contro la ribellione degli Huk.

Portorico,1950: Intervento dell’esercito, della marina, bombardamenti, minacce nucleari; viene la ribellione per l’indipendenza.

Corea,1951-53: Guerra di Corea combattuta, per la prima volta, con l’ausilio di truppe della Nato.

Iran,1953: Operazioni di commandos; la Cia rovescia la democrazia e porta al potere lo Scià.

Guatemala,1954: Operazioni di commandos, bombardamenti, minaccia di intervento nucleare; la Cia dirige l’invasione di esiliati dopo che il nuovo governo ha nazionalizzato le imprese statunitensi

Egitto,1956: Minaccia di intervento nucleare contro inglesi e francesi che contrastano la nazionalizzazione del canale di Suez

Libano,1958: I marines intervengono in Libano contro i ribelli.

Panama,1958: Le truppe intervengono contro una protesta popolare.

Vietnam,1960-75: Intervento di truppe e mezzi navali, bombardamenti

Cuba,1961: Operazione di commandos detta della “baia dei porci”

Laos,1962: Operazioni di commandos; lancio di propaganda militare durante la guerriglia.

Panama,1964: Le truppe colpiscono dimostranti panamensi che chiedono il ritorno del Canale a Panama.

Indonesia,1965: Operazioni di commandos; un milione di indonesiani, di cui circa la metà membri dei partiti di Sinistra, sono trucidati in un colpo di stato militare diretto dalla Cia.

Repubblica dominicana,1965-66: Intervento delle truppe, bombardamenti; i marines sbarcano durante la campagna elettorale.

Guatemala,1966-67: Operazioni di commandos; i berretti verdi intervengono contro i ribelli.

Cambogia,1969-75: Bombardamenti, interventi di truppe di terra e di mezzi navali; oltre due milioni di cambogiani vengono uccisi

Oman,1970: Operazione di commandos; gli Stati Uniti guidano l’invasione della marina iraniana.

Laos,1971-73: Operazioni di commandos, bombardamenti; gli Usa dirigono l’invasione dei sud-vietnamiti

Cile,1973: Operazioni di commandos; un golpe sostenuto dalla Cia detronizza un presidente democraticamente eletto.

Cambogia,1975: Intervento di truppe, bombardamenti.

Angola,1976-92: Operazioni di commandos; la Cia assiste i ribelli sostenuti dal regime sudafricano.

Iran,1980: Intervento di truppe, minaccia nucleare, bombardamenti abortiti; 8 soldati muoiono in uno scontro aereo;

Salvador,1981-92: Operazioni di commandos, dispiegamento di truppe e di consiglieri militari.

Nicaragua,1981-90: Operazioni di commandos e navali; la Cia dirige le invasioni di esiliati (i contras)

Libano,1982-84: Intervento di mezzi navali e di truppe, bombardamenti; i marines appoggiano i cristiano-falangisti

Honduras,1983-89: Intervento di truppe e installazione di basi vicino i confini.

Grenada,1983-4: Intervento delle truppe, bombardamenti; invasione dell’isola quattro anni dopo la rivoluzione.

Libia,1986: Bombardamenti e impiego di mezzi navali nel tentativo di rovesciare il governo

Iran,1984-88: Bombardamenti e intervento delle truppe: gli Usa intervengono nella guerra a sostegno dell’Iraq.

Isole Vergini,1989: Intervento delle truppe; sollevazione della popolazioneneria a St. Croix.

Panama,1989-90: Intervento di truppe, bombardamenti; il governo nazionalista è rovesciato da 27.000 soldati: arrestati i capi della resistenza, oltre duemila i morti.

Iraq, dal1990: Bombardamenti, invio di truppe e di mezzi navali; Blocco navale e bombardamenti con oltre 200.000 morti

Somalia,1992-94: Intervento di truppe e mezzi navali, bombardamenti;

Haiti,1994-96: Intervento di truppe e di mezzi navali; blocco contro il governo militare; le truppe Usa reinstallano nel suo incarico il presidente Aristide tre anni dopo il colpo di stato.

Sudan,1998: Attacco missilistico contro una fabbrica di medicinali accusata di produrre gas nervino per scopi “terroristici”.

Afghanistan,1998: Attacchi contro campi di addestramento istituiti dalla Cia e usati da gruppi fondamentalisti islamici

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IL PASSO È BREVE

Dal 1998 al 2016 molte di queste guerre si sono incentivate; lo scontro contro gli integralisti islamici e l’Islam si è rafforzato dopo l’attacco alle “due torri” del 2001; la Libia è stata ridotta ad un campo di battaglia senza tregua; e senza tregua è il medio oriente sempre infuocato mentre tre quarti dell’Africa sono sconvolti da guerre intestine manovrate un po’ da tutti quelli che vogliono mettere le mani sulle ricchezze minerarie locali.

La Cina e la Russia si sono trasformate, da nazioni comuniste soggette alle regole della guerra fredda, in potenze dittatoriali tout court, che scatenano conflitti indipendentisti o profittano della globalizzazione finanziaria per impadronirsi delle ricchezze industriali di tutto il pianeta, America del nord ed Europa occidentale compresi.

Negli Stati Uniti le guerre esterne continuano ad essere considerate degli incidenti diplomatici del proprio impero. Ma, nel contempo, durante la presidenza Obama, i conflitti razziali e sociali interni non si sono attenuati. Ad una parziale ripresa economica che ha parzialmente frenato la disoccupazione si sono contrapposte svariate riforme fallite o incompiute sul piano dei diritti civili e la classe media si è andata sempre più avvicinando al reddito di quella lavoratrice.

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L’UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Di fronte a tutto questo la battaglia per le primarie del 2016 nei due partiti e poi la campagna elettorale tra Trump e Hillary Clinton ha finito con l’assumere un’importanza vitale, mai vista dalla campagna elettorale del 1932, in piena “depressione”, tra il repubblicano Herbert Hoover e il democratico Franklyn Delano Roosevelt che risultò vincitore.

Mai la politica estera americana (poiché gestita da Hillary Clinton, segretario di stato di un gabinetto democratico) ha costituito, in Europa e nel mondo, un senso di profonda iniquità.

Mai, di fronte a guerre proseguite senza una logica che non fosse quella delle industrie d’armi, la tradizionale “difesa americana della democrazia” è apparsa più stupida e violenta, intransigente senza costrutto coi suoi alleati della Nato tra i quali il nostrano Matteo Renzi ci ha tenuto ad essere tra i più sudditi e stolti per quanto stampa e tv nostrane abbiamo abbondantemente ridotto l’argomento a fatti di pure colore.

E, in questa America dove il numero di poveri saliva vorticosamente, in questa America dove la recessione colpiva milioni di famiglie per volta, finalmente le primarie si rivelavano lo specchio di una realtà sconcertante.

Nel partito repubblicano, di fronte ai soliti “nani” moderati è apparso Donald Trump, miliardario e imprenditore di bassa cultura e altissimo senso della battuta volgare, con un programma belluino con l’emigrazione e aspro con chi non fosse stato dalla sua parte nella ricostruzione controriformista, misogenista, sciovinista, dell’Unione.

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ARRIVA BERNIE

Dall’altra parte, nel partito dell’asinello, ha fatto la sua comparsa Bernie Sanders, un politico di lungo corso il quale, più volte senatore e membro del congresso, già negli anni Cinquanta si dichiarava socialista, contrario al maccartismo, alla logica dell’intervento militare, per i diritti civili delle minoranze, e una maggiorazione del welfare.

Bernie Sanders si è schierato immediatamente contro Hillary Clinton, considerata la rappresentante non delle donne (come lei ha tentato fin da subito di dare per scontato) ma di quella grande industria, tra cui quella bellica, e di quel capitale finanziario, che iniziò a sostenerla maggiormente quando si rese conto che, dall’altra parte, il candidato Trump sarebbe stato meno controllabile e forse impresentabile.

Bernie Sanders è stato sindaco di Burlington, nel Vermont, per tre volte. Nel 2007, dopo una lunga pausa, è stato rieletto al senato dove, nel 2012, si è ripresentato ottenendo il 71 per cento dei voti e sconfiggendo così il suo antagonista repubblicano.

Da quando è in politica Sanders non ha mai perso occasione per schierarsi contro tutte le guerre, dal Vietnam fino all’Afghanistan e all’Iraq.

Combatte le diseguaglianze sociali, vuole un salario minimo per i disoccupati (15 dollari l’ora contro il 10,10 dell’ultima proposta dei democratici respinta dal Congresso), propone una disciplina dello sciopero su modello del sindacalismo europeo dei bei tempi, l’università gratuita, vacanze e permessi retribuiti per i lavoratori. Quando parla sembra di sentire un dirigente della socialdemocrazia scandinava dei tempi d’oro, un vero socialista.

Sanders, nel giro di pochi mesi, ha scalato le primarie del partito democratico riuscendo a portarsi dietro tutti coloro che ormai non votavano più, disillusi e avversi al regime bipartitico di un solo grande potere del denaro per far fare denaro a chi è già ricco a miliardi.

Sono stati la sua forza i giovani, la maggior parte della gente di colore, gli ispanici (che ad oggi sono l’etnia non “wasp” in maggioranza negli Usa), la classe media ridotta ai livelli del proletariato (parola che non si vergogna di pronunciare) dalle truffe bancarie oltre che dall’intero sistema creditizio apparentemente incontrovertibile nella sua forza gigantesca.

E naturalmente s’è trascinato appresso le donne che, col peso della famiglia sulle spalle,  hanno subito maggiormente le crisi periodiche che il sistema intima a se stesso.

Sanders è stato eliminato dalla Clinton alle primarie con uno di quei giochetti che riescono ai “grandi elettori”, un’istituzione vecchia, ridicola e abusata, che fa parte di quel sistema di “pesi e contrappesi” che si è ormai rivelato fallace ed ipocrita tranne forse il rapporto tra il potere giudiziario (che ha mantenuto una sua certa libertà d’azione nonostante i procuratori siano soggetti all’elezione diretta da parte dei cittadini) e quello politico (che ha tentato di scalfire questa libertà senza sostanzialmente mai riuscirci in pieno).

I risultati parlano per lui.  Contro i voti dei “grandi elettori” Sanders ha vinto ai voti popolari che, alle primarie, l’hanno posto ben sopra la Clinton ottenendo il maggior numero dei candidati statali rispetto all’avversaria e, successivamente, il maggior numero di voti veri, voti popolari.

Eppure, alla fine dei conti, è stato sconfitto dalla moglie del presidente democratico meno democratico del dopoguerra. Per non commettere il vecchio errore (già commesso da svariati candidati in tornate precedenti) di scindere il partito e addossarsi la responsabilità della vittoria di Trump, Sanders ha preferito rimanere tra i democratici e garantire i suoi voti alla Clinton.

Ha anche cercato, creando una formazione propria, formalmente indipendente ma sempre partecipe al partito, che coalizzasse contro Trump proprio coloro che, in un confronto tra il miliardario e la candidata dei miliardari, avrebbero evitato le urne. E in ciò non è riuscito perché l’avversione comune verso Hillary Clinton è stato l’unico fattore più forte del suo buon senso.

Oggi, come definisce bene Roberto Scarcella su La Stampa del 9 novembre, Sanders è rimasto :

“il rimpianto di una classe dirigente (quella dei democratici ndr) che non ha saputo osare”. Continua Scarcella : “Nei sondaggi era tredici punti sopra Trump e avrebbe potuto vincere considerando che era probabilmente suo quel 44 per cento e rotti del corpo elettorale che non è andato alle urne.

Ostacolato, aveva in pugno i voti dei giovani e di tutta un’America esclusa che vedeva in lui l’unico in grado di salvarla dall’eterna crisi in cui è precipitata da decenni.

Bernie dove sei ?

Solo nei giorni della sconfitta l’establishment democratico si è accorto che Sanders (…) non era solo uno strambo vecchietto che parlava di Socialismo ma l’unica carta da giocare contro Donald Trump.

Trump ha vinto perché, candidato anti-sistema e critico con le grandi lobby (facendo dimenticare di essere lui stesso una grande lobby) uomo in grado di portare in massa al voto una classe operaia insofferente al ritorno dei Clinton, simbolo del potere che non passa mai la mano e replica se stesso bloccando le aspirazioni altrui.

Ecco invece Bernie Sanders.  Un candidato antisistema, critico con le grandi lobby (ma immacolato a differenza di Trump), un uomo in grado di ridare speranza alla classe operaia facendo leva su stipendi e dignità. Aveva in pugno milioni di voti di giovani pronti altrimenti a disertare le urne. Ragazzi che rigettavano l’arroganza di Trump ma anche quella dei Clinton (…).

Hillary Clinton era un ritorno al passato, per certi versi rassicurante dentro a un partito che però si è dimenticato di guardarsi intorno.

Sanders appariva forse, per alcuni, un’incognita, una scommessa, un azzardo. Ma era quello che gli americano volevano. Trump, ai suoi, gliel’ha dato e ha vinto. Ha capito lui solo – perché nemmeno i repubblicani tradizionali lo hanno seguito – che le risposte ai problemi erano rumori di fondo, l’unico messaggio da far passare era lo spazzare via (a parole) l’establishment.

Era lo stesso obiettivo di Sanders ma le similitudini tra i due si fermano qui. Hanno usato una strategia diversa.

Uno, Trump, ha picconato il proprio partito dall’esterno, infischiandosene del fair play.

L’altro, Sanders, lo ha sfidato dall’interno, provando a giocare secondo le regole, secondo i fondamenti della democrazia internazionale. Ma verso di lui l’arbitro non era imparziale e anche il terreno di gioco è stato disseminato di trappole (…).

Eppure Sanders vincitore delle primarie avrebbe mostrato di essere in sintonia con una gran parte di quell’elettorato in cerca di qualcosa di nuovo, senza per questo spaventare il democratico vecchio stampo, quello talmente assuefatto da arrivare a votare, fra un paio di tornate elettorali, Chelsea Clinton o un qualunque Kennedy disponibile.

Gli argomenti di Bernie sono stati messi in ombra dall’immagine di simpatico guastafeste con il “Capitale” di Marx nascosto sotto la giacca. Immagine a cui ha contribuito il partito stesso, a cui conveniva sminuire il cavallo sbagliato.

Ma quanto sbagliato ?

Sanders proponeva tasse e multe per gli spregiudicati di Wall Street e il famoso 99 % – quello che tutto insieme non vale economicamente l’1% di cui fanno parte i Clinton e i Trump – non aspettava altro.

Aveva poi promesso di rendere più accessibili le università (ma anche quel vergognoso arcipelago di scuole private che creano la classe dirigente dei ricchi e sopportano gli scandali più indegni dalle confraternite degli studenti di lusso  ndr) a chi non poteva permettersele.

Era la chiave di volta. Gli operai (ma non solo) e i loro figli avrebbero risparmiato soldi e soldati, sognato futuri possibili, e visto avvicinarsi, in modo tangibile, una scala sociale che solo a pronunciare il nome Clinton si spostava un po’ più in là.

La distanza di quella scala è sempre stata la misura tra il sogno americanoe la realtà.

Solo due politici, in modo diametralmente opposto, sembravano in grado di avvicinarla.

Ma, sulle schede, gli elettori ne hanno trovato uno solo. E non era Bernie Sanders”.

Rispetto all’articolo di Scarcella (di cui ho riportato solo i brani salienti), le mie posizioni sono più sostanziali.

Per me Sanders, stando alle sue dichiarazioni e ai suoi discorsi (da me seguito uno per uno lungo i mesi della campagna, grazie all’immediata trasposizione dei filmati e degli scritti originali sul web) era molto più radicale di quanto volesse apparire.

Certamente, da politico accorto, ha cercato di non mostrarsi un utopista, ma è un utopista che conosce bene il detto che solo la realtà portata all’estremo è il confine dell’impossibile.

Il risultato è chiarificatore. Ancora una volta l’uomo più potente del mondo è stato votato da poco più del 50 per cento degli elettori americani.

La Clinton, nonostante l’endorsementdi Bernie, soltanto rispetto alla seconda elezione di Obama, ha perso migliaia di voti in California, Ohio, Florida, Michigan, Pennsylvania, Winsconsin. In tutto 2,8 milioni di voti dati al primo presidente afroamericano e oggi sperduti.

Hillary ha comunque vinto il voto popolare con 260.000 voti totali contro i 120.000 di Trump.

Il che significa due cose : che molti degli elettori di Sanders non hanno votato per lei ma molti lo hanno fatto per necessità; che Trump è diventato presidente solo per quel sistema di “pesi e contrappesi” che se Sanders avesse vinto avrebbe immediatamente cercato di modificare perché non è giusto che 310 “grandi elettori” valgano una differenza di 120.000 voti di cittadini senza altra arma il voto.

Quando Renzi e i suoi scagnozzi parlano a favore del Si,  in vista del referendum del 4 dicembre, domandatevi se volete una struttura statale come quella americana odierna, che è più o meno la stessa che vuole il presidente del consiglio italiota, o preferite che i vostri voti contino uno per uno come garantisce la nostra Costituzione che, a differenza di quella Americana, non è stata concepita da un’assise di cultori della democrazia rappresentativa ma da proprietari di schiavi, latifondisti, industriali e commercianti bisognosi soprattutto di evitare le gabelle inglesi e ratificare la schiavitù come legge.


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TRUMP AL POTERE

Il primo e fatale sbaglio che si può fare giudicando Trump è pensare che egli sia quello che si è mostrato nella più volgare campagna elettorale che il mondo occidentale ricordi.

Io stesso, con la mia modesta ma radicata cultura di americanista, pensavo, fino al termine delle primarie, che, o avrebbe cambiato toni o i repubblicani lo avrebbero conservato fino a poco prima della fine della campagna elettoralee poi l’avrebbero fatto fuori con lo stesso sistema con cui è stato eliminato Sanders dai democratici.

Già precedentemente, di fronte a candidati improponibili, il partito repubblicano era riuscito a costringerli ad un passo indietro.

Ma Trump ha tradito ogni aspettativa logica formulata dagli storici, è stato astuto.

Invece di subire gli attacchi, palesi e nascosti, del proprio partito, ha sempre ribattuto, puntando sempre più a destra, fortificandosi proprio con tutte quelle esclamazioni tremende che piacciono tanto alle mille vandee americane, tra le più consapevolmente e orgogliosamente rozze e ignoranti del globo.

Ora però, eletto, potrà realizzare ben poco degli aspetti più grotteschi e terribili del suo programma anche se, come Reagan, non dirà mai di non avercela fatta e, a poco a poco, avrà l’appoggio di quell’alta finanza, di quel potere economico il quale, per potere sopravvivere alle sue tendenze isolazioniste, sta già lasciato la Clinton per sorreggere lui.

Egli sarà il rappresentante dell’estrema destra economica, del pianeta globalizzato, che a lui si stringeranno visto che egli stesso ne fa parte e senza di lui possono cadere.

In Usa non esistono blind trustper chi ha un’azienda a completa gestione familiare per cui il presidente potrà continuare a dirigere un impero miliardario molto discusso e molto discutibile.

Nei circoli repubblicani moderati e tra le mafie finanziarie di apparente rinomanza, rimarrà, come è stato in Italia ai tempi della prima vittoria di Berlusconi, una pattuglia di vecchia destra perbenista incapace di accettare uno così tra i suoi.

Ma lui, come Berlusconi fece cedere anche Agnelli ed ebbe alfine accesso al salotto buonodi Mediobanca, alla fine prenderà l’appoggio di tutto il miliardume statunitense che con una mano gli darà sostegno, governatori e senatori corrotti, e con l’altra continuerà a sputare su di lui sugli elzeviri dei quotidiani e dei rotocalchi alla page.

La sua storia è lui stesso. Non ci sono contraddizioni ma solo una grande capacità di fregare il prossimo.

Suo padre, Fred, era un investitore immobiliare, categoria particolarmente odiata dal popolo americano perché alleata alle banche anche ai tempi dei falsi mutui per cui milioni di statunitensi hanno perso la casa senza che nessuno punisse chi li aveva truffati.

Lo storico sindaco di New York dal 1933 al 1945, il democratico e ancora amato Fiorello La Guardia, diceva già nel ‘35 : “A New York tutti i ceti finanziari hanno il diritto di chiedere di far parte del mondo politico ma gli impresari edili no. Dietro ad essi c’è, sempre e comunque, una tale messe di frodi, di cui spesso neppure l’amministrazione può accorgersi, che è una certezza; una certezza che i cittadini newyorkesi detestano”.

Ma i tempi cambiano.

Trump non è del tutto incolto perché ha frequentato le migliori scuole private e si è laureato a ventidue anni. Ma a passare per gretto e incivile non ci mette molto.

Quest’uomo che piace tanto ai cacciatori di cerbiatti ha rimaneggiato i soldi paterni rilevando nel ’71 la ditta  e trasformandola nella Trump Organization, che da New York si è diffusa in tutta l’Unione,  rendendolo più miliardario di quel che già fosse.

Nel 2000 concorse come candidato del partito riformista. Era lo stesso partito di Theodore Roosevelt, una costola antitrust del partito repubblicano spostata a sinistra, in campo democratico, da Henry Wallace nel secondo dopoguerra. Ma non ce la fece.

È chiaro che Trump non è mai stato antitrust. Per quanto possa avere raccontato tante cose a riguardo al suo elettorato è evidente che egli stesso, nella sua posizione, poteva essere contro tutto ma non contro i trust, in special modo dell’edilizia.

Uomo dalla coscienza elastica, nel 2001 aderì al partito democratico e divenne un sostenitore accanito di Hillary. Ma non piaceva al marito. Al tempo era ancora un bel giovanotto, alto quasi due metri, biondo naturale, la quint’essenza del wasp americano con tanti miliardi in patria e all’estero. E’ chiaro che si fosse presentato, come desiderava, alle successive primarie, avrebbe sbaragliato il clan dei Clinton che si guardarono bene dal tenerselo.

Nel 2003 entrò allora nel partito repubblicano e qui iniziò la sua scalata al potere politico avvantaggiato dalla creazione di formazioni fortemente integraliste, protestanti e bianche  e retrograde come il Tea Party. Divenne seguace della lobby delle armi, abile cacciatore egli stesso, ammiratore di Sarah Palin con la non nascosta vocazione a strappargli tutto l’elettorato possibile. Cosa che puntualmente accadde.

Con un patrimonio stimato in 3,7 miliardi di dollari, la 72° persona più ricca del mondo, dopo le sue performance televisive che fanno apparire la carriera attoriale di Reagan un album di dignitose figurine Liebig, entrò nella lista delle celebrità più pagate del pianeta piazzandosi al trentesimo posto.

Amante delle belle donne si distingue da Berlusconi con la vocazione non alle giovani olgettine a senile pagamento ma alle signore dotate di qualità matrimoniali : fedeltà assoluta al marito, fede assoluta ai suoi principi, accettazione assoluta d’ogni suo peccato.

Ma, nella sua vita coniugale, qualcuno non è stato assolutamente fedele, vistoche si è sposato tre volte e ha avuto cinque figli da consorti diverse.

Del resto, aspirando alla casa bianca, era ben cosciente che l’elettore medio americano gradisce un presidente formalmente coniugato e con una donna al fianco degna di lui. Che l’attuale consorte Melania gli sia degna, e in che cosa una donna possa essere degna di lui, non lo so. Certo è che, per un donnaiolo imperituro, ha saputo anche scavalcare una tradizione interrotta solo dal presidente Taft (1908-1913) che pesava 207 chili, soffriva di narcolessia, ed era scapolo.

Perché abbia vinto ormai lo sappiamo tutti e la spiegazione è stata anticipata, oltre che dalla spazio giustamente enorme dato dai giornali, anche da ciò che si è detto sopra.

Personalmente non credo affatto che sia la bestia grossolana che si è voluto mostrare.

Penso si tratti di una personalità complessa che tradirà presto la concezione isolazionista (che serve oggi ad attirare gli elettori stanchi delle guerre e dei morti) per il favore della potentissima industria delle armi che, come un mostro vorace, ha sempre bisogno di guerre.

Non credo nemmeno attuerà completamente i programmi di selezione forzata sugli emigranti clandestini e sulle minoranze. Ma non sarà buono con loro se non sapranno essere una rendita per i datori di lavoro.

Infatti, intanto, per far capire che aria tira, ha nominato Steve Bannon a chiefstrategistdella Casa Bianca. Bannon è un dichiarato razzista, un antisemita e contemporaneamente un fomentatore convinto dell’odio contro i mussulmani.

Probabilmente il suo segretario di stato sarà Rudy Giuliani, il sindaco di New York che ripulì la città dal traffico congestionato al grido di “legge e ordine” ma non fece nulla per mettere pace alla povertà e all’abbandono di certi quartieri, dei ghetti, di enormi distretti abbandonati agli speculatori e ai ladri d’alto bordo.

E, mai come in questo caso, la Corte Suprema, che dovrebbe regolare tante faccende, è in mano sua. I vecchi giudici sono tutti dalla sua parte e, in luogo del giudice Scalia, superconservatore insediato da Reagan nel 1982 e morto nel febbraio di quest’anno, sta per nominare un giudice ultraconservatore ma anche antiabortista.

Questo significa che le dispute sul diritto di famiglia che finiranno di fronte alla corte hanno la probabilità di essere bocciate se stanno dalla parte di quei diritti essenziali che in Europa sono legge ma in America i giudici supremisti possono trasformare in crimine anche togliendo emendamenti dalla costituzione o modificando l’interpretazione degli articoli della carta fondativa.

A chi gli ha fatto notare che si tratterebbe di un provvedimento ormai medievale Trump ha risposto : “Io sono pro-lifee il prossimo giudice sarà contro l’aborto. E’ una questione già decisa. A me va bene così e chi è contro se la dovrà vedere con me”.

Una cosa è certa. Con lui alla Casa Bianca la vita delle polizie statali sarà più facile e sarà molto, molto più difficile quella degli afroamericani in rivolta, dei latini in fase di inserimento, di qualsiasi minoranza voglia affermare le proprie aspirazioni naturali.

In politica estera riuscirà, come tutti i suoi predecessori dal ’45, a tenere l’Europa legata agli Stati Uniti ratificando tutti i trattati che fanno del nostro continente, e specialmente del Regno Unito, una depandance commerciale e bellica.

Finora solo Jeremy Corbin, il leader del laburismo inglese che ha giustamente rinnegato Tony Blair e si è spostato molto a Sinistra, è l’unico che, se divenisse primo ministro alle prossime elezioni, potrebbe dargli del filo da torcere. L’epoca della gratitudine ratificata dal patto atlantico, per l’aiuto dato dagli Usa alla Gran Bretagna assalita dai nazisti, è ormai saldata da tempo.

C’è da sperare che anche le altre nazioni, non dico l’Italia di quel mefitico ciarlatano di Renzi, gli dicano in faccia, finalmente, che anche per loro il debito è saldato ?

Non lo so.

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CHE FARE ?

Il problema-Trump è oggi, ad una settimana dalla vittoria, tutt’altro che interpretato.

È bene comunque sottolineare che, mentre era evidente la contentezza dell’estrema destra francese della Le Pen o di leader xenofobi di altri paesi europei, e ovviamente quella dello sciacallo Salvini;  nessuna destra ripulita, come quella italiana, è stata pronta a saltare italianamente sul carro del vincitore.

Improvvisamente anche all’interno del governo ci sono stati generosi appelli alla prudenza degli italiani nel giudicare l’uomo dal parrucchino ossigenato.

Sono già pronti a schierarsi con lui, a stringergli la mano con il sorriso sulle labbra, molti nostri governanti, finanzieri, uomini del manageriato pubblico e privato, dirigenti indegni di aziende che dovrebbero rispondere ai cittadini anziché a consigli d’amministrazione di società per azioni.

È ormai cosa nota che, sia andata come sia andata, sulla base dei voti popolari di cui non ha avuto la maggioranza, molta parte dell’America si è ribellata al nuovo inquilino della casa bianca, ed è scesa per le strade gridando “Trump non sei il mio presidente”.

Chi ha ancora in mente le manifestazioni degli anni Sessanta-Settanta, contro la guerra del Vietnam, può ricordare come solo Lyndon Johnson, che pur aveva portato un ardito programma riformatore in politica interna, preferì non ricandidarsi sapendo bene che, senza di lui, i repubblicani avrebbero portato Tricky Dicky alla casa bianca.

E chi si ricorda di come Nixon cadde grazie alle inchieste di due coraggiosi giornalisti non si faccia troppe illusioni.

Non sono più i tempi in cui le rivolte giovanili e il potere della libera stampa possono demotivare o affossare presidenti, specialmente un presidente come Trump.

La Storia qualche volta si ripete. Ma maestra di vita, come ci dicevano una volta certi docenti, non lo è mai stata.

Trump, coi suoi miliardi, Congresso e corte suprema dalla sua parte, se ne infischia degli epigoni di Carl Bernstein e Bob Woodward, ammesso che ce ne siano ancora. Tanto più di chi protesta pro o contro qualche causa che il presidente ha già deciso come trattare.

Ora non gli conviene ma, tra qualche mese, se proprio sarà necessario, lancerà anche l’esercito federale contro i contestatori come hanno fatto in tanti tra i suoi 44 predecessori.

Anche Michael Moore, l’implacabile regista oppositore del sistema, non ha saputo, al momento che dettare Cinque cose da faredopo la vittoria di Donald Trump che non sono poca cosa ma nemmeno un suggerimento su come travolgerlo mentre è ancora in carica.

In cima all’elenco Moore indica il rovesciamento dei vertici dell’asinello e, al secondo, il “licenziamento di tutti i saccenti, i profeti, i sondaggisti e chiunque nei media abbia portato avanti progetti che non potevano funzionare e si sia rifiutato di ascoltare e prendere atto di ciò che stava succedendo”. “Quegli stessi tromboni” aggiunge “ ci diranno ora che bisogna risanare le divisioni e ‘andare avanti insieme’, Nei prossimi giorni tireranno fuori dal loro culo balle come questa. Bisogna spegnerli”.

E, punto tre, “qualsiasi membro democratico del Congresso che questa mattina non si sia svegliato pronto a lottare, resistere, fare ostruzionismo allo stesso modo in cui hanno agito i repubblicani contro Obama, deve farsi da parte e lasciare spazio a coloro che vogliono fermare lo squallore e la follia che sta per cominciare”.

La chiave del ragionamento di Moore è la stessa che lo spinse ad individuare, tempo fa, nel distacco tra il partito e il popolo americano, la fine dei democratici. “Eravate in una bolla” – ribadisce – “e non prestavate attenzione ai vostri concittadini americani e alla loro disperazione. Per anni sono stati trascurati da entrambi i partiti finché è cresciuta la voglia di vendetta contro il sistema (…). La vittoria di Trump non è mai stata una sorpresa e lui non è mai stato uno scherzo”.

Il progetto da diffondere è che Hillary ha avuto il suo voto popolare. La maggioranza dei nostri concittadini, quindi, ha preferito Hillary Clinton a Donald Trump.

La maggioranza voleva Hillary e non Trump.

L’unica ragione per cui è accaduto ciò che accaduto è l’esistenza di una folle idea del XVII secolo chiamata collegio elettorale. Finché non la cambieremo avremo presidenti che non abbiamo eletto e che non vogliamo.

Viviamo in un paese in cui la maggioranza dei suoi cittadini ha detto di credere nell’esistenza del cambiamento climatico, che le donne vanno pagate allo stesso modo degli uomini, che serve un’istruzione universitaria gratuita; una maggioranza che non vuole invadere altri paesi, che esige un salario minimo, e che vuole l’assistenza sanitaria per tutti.

Nulla è cambiato. Viviamo in un paese la cui maggioranza è su posizioni liberal. Ci manca solamente una nuova leadership perché tutto ciò si attui.

Cominciamo a costruirla”.

Ma davvero Moore crede che sarà possibile, con l’attuale situazione istituzionale, modificare la concezione dei collegi elettorali e il sistema dei “grandi elettori” ?

Non lo so.

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UNA NUOVA CARTA DEI DIRITTI

Nel suo ultimo discorso annuale sullo stato dell’Unione,  Franklyn Delano Roosevelt, riletto presidente per la quinta volta nel 1944, proclamò una seconda carta dei diritti da abbinare alla costituzione :

“AI giorni nostri, alcune verità economiche sono state date per scontate e accettate come evidenti.

Io, presidente degli Stati Uniti, al contrario, propongo una Seconda carta dei diritti, sulla quale si possa fondare una nuova base di sicurezza e prosperità, a prescindere dalle condizioni sociali, razza o religione.

Fra questi c’è il diritto ad un lavoro utile e remunerativo;

il diritto a guadagnarsi abbastanza da permettersi dignitosamente cibo, vestiario e svago;

il diritto di ogni agricoltore di coltivare e vendere i propri prodotti, ed un guadagno che dia, a lui e alla sua famiglia, una vita adeguata;

il diritto di ogni professionista, grande o piccolo, di esercitare il commercio in un’atmosfera di libertà, libertà da concorrenza sleale, e dal dominio di oligopoli in patria o all’estero;

il diritto di ogni famiglia a possedere una casa decorosa;

il diritto di libertà sindacale e stipendi giusti, proporzionati alla loro fatica e al loro tipo di lavoro, per tutti i dipendenti dell’industria; un’adeguata assistenza sanitaria per tutti e l’opportunità per tutti di godere di una buona salute;

il diritto ad un’adeguata tutela dai timori economici dovuti all’anzianità, malattia e incidenti o alla disoccupazione; il diritto per tutti ad una buona istruzione.

Tutti questi diritti significano dignità e sicurezza, e quando sarà completata la vittoria in questa guerra (la seconda guerra mondiale ndr) dobbiamo essere preparati ad andare avanti, e ad introdurre questi diritti per nuove aspirazioni della felicità e del benessere. Perché se non c’è sicurezza in America non può esserci sicurezza e una pace duratura in tutto il mondo”.

Ma, come sottolinea sempre Michael Moore nel suo film Capitalism. A love story,  Delano Roosevelt morì poco più di un anno dopo.

Il suo candidato e suo erede, nel partito democratico, era Henry Wallace, uno dei dirigenti del “New Deal” dai tempi della lotta alla depressione, e uomo politico radicale.

Ma il partito, con uno di quei trucchi elettorali che la legge consente, riuscì, all’ultimo momento, a sostituirlo con Truman, l’opaco venditore di cravatte che Roosevelt aveva accettato come vicepresidente per calmare i suoi avversari interni prima della vittoria sul nazismo.

Truman non modificò il welfare ma fece gettare le bombe atomiche quando ormai, anche secondo il bellicoso generale McArthur, il Giappone stava per arrendersi comunque.

Inventò la dottrina Trumanche compendiava un contenimento forzato delle zone sotto la competenza dell’Unione Sovietica causando così, per prima, la guerra di Corea.

Dimenticandosi del trattato di pace con l’Unione Sovietica, favorendo il maccartismo e la caccia al comunista, non eliminò il comunismo dagli Usa dove tale ideologia non c’era mai stata che per pochi anni e poco tempo, ma cominciò a vaccinare gli americani dalle tentazioni pacifiste e radicali.

Truman mise fine a una sola guerra iniziata da Roosevelt : la guerra alla povertà.

Henry Wallace, inizialmente, partecipò all’ amministrazione presidenziale nella certezza che, con la sua popolarità, avrebbe domato le tendenze guerrafondaie del venditore di cravatte.

Ma la guerra fredda cominciò lo stesso e minacciò di diventare calda ad ogni volo di missile in area “non specificata”.

Fondò un nuovo partito progressista ma, accusato di voler dividere l’elettorato del partito democratico e favorire l’elezione di Eisenhower, lasciò decadere questa formazione. In seguitò si dedicò alla politica solo come commentatore, scrittore, polemista e biografo.

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IL QUINTO CAVALIERE È LA PAURA

In uno dei suoi scritti più noti – The way to peace –  Henry Wallace ricordò, nella prefazione, il celebre ammonimento di Roosevelt agli americani durante i tempi della depressione : “L’unica cosa di cui dovete avere paura è la paura stessa”.

Ebbene, io credo che Trump abbia basato la sua campagna elettorale sulla paura : la paura delle minoranze etniche, delle donne capaci di impugnare i loro diritti, della conflittualità sociale come portatrice di disordine.

L’unica risposta che, per ora, si può dare a Trump è No.

Fargli capire che non lo si vuole nei consessi che possono dirsi democratici, tenendo conto che la sua presenza alla Casa Bianca sarebbe una straordinaria occasione perché L’Europa divenisse una vera federazione di stati con un’unica politica, un unico welfare, un unico esercito.

No, non si deve, come ha fatto Obama, stringergli la mano. Con uno come Trump alla stanza dei bottoni, I tempi del bon ton sono finiti.

Nessun rispetto per questo tipo di avversario, nessun riconoscimento delle ragioni di chi lo ha votato o simpatizza per lui, in Usa come dall’altra parte dell’oceano.

Se l’Europa in generale, e l’Italia in particolare, vogliono uscire fuori dall’età in cui le precipitò Reagan con Craxi e Andreotti;se vogliono mettere fine per sempre alla globalizzazione dell’economia selvaggia e della crisi economica più cupa dai tempi del ’29, devono rispondere di No a qualsiasi governo, a qualsiasi congrega, a qualsiasi mafia economica, che accetti di trattare con lui perché è l’uomo più potente del mondo.

Se il mondo non gli darà retta, prima o poi, smetterà di far paura e contro la sua paura si combatterà dovunque, anche in quei paesi che, senza il sostegno degli Usa, i guerrafondai locali vogliono far credere che crolleranno.

Non crolleranno per niente.

Una nuova economia, basata sui bisogni autentici dell’essere umano e sui diritti civili di tutti, su un rigoroso stato sociale e sul dovere a partecipare tutti della ricchezza ora di pochi, sarà la più efficace e sana medicina contro Donald Trump e il più efficace sano contraccettivo contro i piccoli Trump che stanno per alzare troppo la cresta nel nostro vecchio continente.

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Se poi mi chiedete se credo che tutto questo sia realizzabile, un giorno o l’altro, tra un mese o tra cent’anni, posso solo dirvi che lo spero. Ma non lo so. Fine

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Autore: admin

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