Cristina PRINA – Ascoltando “A Thousand Kiss Deep” di Leonard Cohen (racconto breve)

 

Io scrivo


ASCOLTANDO A THOUSAND KISS DEEP DI LEONARD COHEN



 

Si guardava le scarpe, insistentemente. E dondolava.

Senza musica, senza nessun motivo per farlo. La testa piena di brutti pensieri, molti dei quali non conducevano da nessuna parte. Avrebbe voluto assumere un contegno, una postura più dignitosa, più virile.

Ma continuava a dondolarsi, incapace di smettere.

Gli piaceva lo spostamento lieve dell’aria intorno a lui, quando le anche accompagnavano il bacino.

Sembro uno scemo – pensava. In effetti, era ciò che poteva apparire. Eppure era un uomo intelligente, forse troppo. Possedeva un’intelligenza emotiva, quasi femminile, spesso soggetto a sbalzi d’umore che gli rendevano difficoltosa la giornata. Erano sufficienti un ricordo inopportuno, una brutta risposta, un torto subito e lui andava in crisi.

Stavolta era stato un velato riferimento alla sua mancanza di iniziativa da parte del suo migliore amico, a fargli perdere il controllo dell’umore. “Giuliano – gli aveva detto un’ora prima – con te bisogna sempre spremersi le meningi. Mai un’idea, un consiglio. Ogni tanto, cerca di tirar fuori un’idea. Sei pesante, a volte. Un peso morto”.

Un’idea, certo. Come se fosse semplice. Un’idea significava una scintilla, una lucetta che si accende. Per lui, invece, era buio pesto. Non sempre, ma quasi. Da quando la sua ultima fidanzata l’aveva lasciato, vai a sapere per quale straccio di motivazione. Ne aveva elencate tante, a dire il vero. Ma nessuna plausibile al cento per cento. Scuse, aveva pensato Giuliano. Forse aveva ragione a crederlo. Non è facile dire a un uomo: ti lascio perché non mi fai provare nulla. E lui era conscio della mancanza di fascino, della pochezza fisica e sociale della sua persona. Ma, pur capendolo, non riusciva a opporsi a questa cosa. Detestava gli artifici, i rattoppi. Non sono bello, non sono brillante, così dev’essere.

Rassegnato. Quindi sconfitto in partenza. E le donne, generalmente, prediligono i vincenti o almeno coloro i quali tentano di migliorare. Lui, al contrario, sembrava quasi tronfio della sua diversità, del suo torpore apparente. Carla l’aveva lasciato e lui aveva sofferto come un cane. Ma mai e poi mai avrebbe mosso un dito per modificare una parte di sé e quella ostinata tendenza alla conservazione se non all’autocompiacimento dei propri difetti, unita a una fastidiosa accidia, lo rendevano poco incline ai rapporti umani. Stasera anche il suo migliore e forse unico amico, lo aveva praticamente abbandonato.

Ecco perché adesso si guardava i piedi.

Dondolando con ridicola partecipazione.

Siete voi quelli sbagliati, non io – si diceva, accompagnando ogni riflessione con uno strano tic che gli faceva roteare di scatto il collo verso destra.

Smise quando scese la notte e avvertì profondi brividi lungo la schiena.

Guardò in basso.

Da quel terrazzo la città sembrava quieta e rassicurante.  Le luci, poi, gli apparivano allettanti: quelle zigzaganti delle poche auto in movimento e quelle quiete delle finestre illuminate. Avrebbe tanto desiderato appartenere a quel mondo fatto di normalità e di compagnia.

Perché non potrei? – continuò a domandarsi mentre l’ultimo colpo di bacino lo accompagnava verso il vuoto. La testa dritta, stavolta.

Le braccia aperte, a sfidare il nulla.

Autore: admin

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