Marco CAMERINI – Nella terra di Davide (“Eccomi”, romanzo di J.S. Foer)

 

Scaffale

 

NELLA TERRA DI DAVIDE



Fantapolitica e diaspora, bar mitzvàh e chiamate alle armi. In libreria Eccomi, ultimo romanzo dello scrittore e saggista J. S. Foer.


“Eccomi” (Abramo lo dice a Dio, a Isacco e all’Angelo che ferma la mano di chi crede senza comprendere) è testimonianza di dedizione e sacrificio, attestazione di presenza che nessuno riesce più a pronunciare, almeno una volta, nell’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2016) in bilico tra referto impietoso di una crisi familiare e ambiziosa analisi storico-religiosa.

L’imminente Bar mitzvàh di un figlio costringe la Famiglia Bloch, ebrei secolarizzati di Washington, ad un bilancio non più differibile: Jacob, agnostico e non ortodosso – erede dell’ingombrante Irving Bloch, sostenitore del Voting Right Acts e rigorista visceralmente anti-arabo (“Il mondo odia gli Ebrei, il popolo più debole e più scaltro della storia del mondo”) – accusato dalla moglie di mancanza di autostima e depressione latente, sceneggiatore di discreto successo e autore di una serie televisiva in cui proietta metaletterariamente se stesso, registra malvolentieri il convenzionalismo e l’ambiguità di un rapporto stanco e sfilacciato con Julia, madre premurosa ma non gioiosa che esige tempo, spazio e silenzi per sé. Architetto cui piacciono le imperfezioni volute ma non quelle casuali, da tempo progetta case mai costruite, consapevole che “alla fine, l’enorme distanza fra quello che si è e quello che si voleva essere non deve per forza causare un fallimento… la delusione non deve essere per forza deludente e da soli si può vivere perfettamente. Ma non una vita. Come si può costruire una casa perfetta ma non viverci”.

La loro intimità, in sedici anni, “è diventata più piccola, creando una cavità, un vuoto”; schiacciati dall’abitudine, dopo un inizio in cui era tutto un consumarsi a vicenda e consumare il mondo insieme, non sanno più parlare per salvarsi dal baratro dell’estraneità e mentre le conversazioni vengono mantenute “sotto terra” – come la Pietra del Pozzo delle Anime che, per il Talmud, copre l’abisso in cui ancora infuriano le acque del Diluvio – ogni desiderio si riduce ad una minaccia. Su una quotidianità costellata di “processi, negoziati infiniti, minuscole correzioni [toh…Franzen!?], spintarelle di incoraggiamento” si depositano, inesorabili, “troppi piccoli accumuli: parole sbagliate, parole mancate, silenzi impietosi, minuscoli atti di meschina rappresaglia per minuscoli atti di meschina rappresaglia. La prossimità domestica era diventata distanza intima, la distanza intima vergogna, poi rassegnazione, paura, risentimento, autodifesa”.


A percepire sin troppo lucidamente i contorni di una deriva ipocritamente rimossa, due dei tre figli: Sam, adolescente curioso e in fermento (anche sessualmente: “Il mondo non era della sua taglia e non si ricordava i momenti in cui si era sentito a casa nel suo corpo”), allievo ribelle della sinagoga Adas Israel morbosamente attratto, nella sua genialità inutile, dalle manifestazioni umane ed animali della crudeltà e Max, ironico (“Ho dieci anni, non sono nato ieri”), ossessionato dai paragoni di valore e dagli scambi compulsivi (“Posso mangiare meno per andare a letto più tardi?”), in grado di ricorrere a termini come epitome, emettere sentenze da vecchio saggio e, dopo aver navigato su Other life, parlare in Skype con il bisnonno Isaac, proprio come l’Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino comunicava, attraverso il walkie talkie, con la nonna.

Nessuno riesce più a dire “eccomi” nella Famiglia Bloch e mentre, in occasione del Bar mitzvàh di Sam, giunge Tamir, il cugino “israeliano” di Jacob (“Gli ebrei americani sono ebrei, quelli israeliani Israeliti”!), i coniugi si avviano agli annunciati, rispettivi tradimenti – alla fine vissuti solo nelle loro fantasie (o, squallidamente, sul display di un cellulare, ma ne riparleremo) – e un cane dal mitico nome, sorta di dolente “coro muto”, scandisce con la sua malattia l’eutanasia di valori e affetti, si delinea la (tardiva…pag. 240!) duplice catastrofe narratologica, che obbligherà tutti ad un consuntivo radicale e senza sconti.

Al drammatico evento privato della morte del bisnonno Isaac, patriarca dei Bloch – “incarnazione della storia di Jacob, il ripostiglio psicologico della famiglia, il suo patrimonio di forza incomprensibile” – corrisponde un sisma devastante che mette in ginocchio Israele e scatena, al di là delle pur immediate e doverose forme di aiuto internazionale, un attacco militare coalizzato di tutte le forze ostili alla Terra di Davide: trenta stati, dall’Algeria  allo Yemen, dall’Albania all’Uzbekistan, passando per il rinvigorito Califfato islamico, il governo siriano infedele, Hezbollah, Hamas e la nascente Transarabia (Arabia Saudita e Giordania). Il pianeta, in sostanza, e la trovata fantapolitica ci pare francamente assai ingenua.

Nelle pagine di Eccomi, il terremoto geologico/bellico e la scomparsa del capostipite storico avviano, da un lato, un doloroso processo di verifica sul senso dell’identità ebraica oggi, incerta fra normalizzazione occidentale e risoluta, orgogliosa osservanza (in questo senso centrale e bellissima l’omelia funebre del rabbino sulla figura del giusto e le questioni filologiche legate alla figlia del Faraone che vide Mosé piangere): “Si può non andare in Israele, non avere un parente che ha rischiato la vita nel Golan, riconoscere che l’unica casa è quella in cui vive la propria famiglia ed essere veri, buoni Ebrei?” O, forse, non rimane che rispondere “eccomi” all’esortazione “Venite a casa” rivolta dal Primo Ministro israeliano agli Ebrei dispersi nel mondo affinché tornino nella loro terra per combattere l’ultima battaglia contro le forze trasversali antisemite, per la quale lui stesso terrà le braccia alzate, come Mosé nella guerra contro Amalèk (Esodo 17,8-13)? Dall’altro costringono a monitorare le scosse del sisma familiare, il ruolo genitoriale di Julia e Jacob – con gli obblighi verso i figli che prevalgono, alla fine, sul fallimento sentimentale, in qualche modo decantandone le pulsioni – i legami, mai veramente chiariti, tra consanguinei.


Così Julia riesce solo ad “immaginare” la separazione, costretta a confrontarsi con le proprie responsabilità ed emerge il suo maggior spessore, come donna prima che come madre (alla fine ci è parso il personaggio vincente); i fratelli si riuniscono, ammesso si fossero mai persi, e (ri)scoprono l’intensità sincera e tenace del loro rapporto, con Sam che si avvicina al cugino Noam, figlio di Tamir, miliziano in Cisgiordania, rivalutando il senso vivo e profondo della propria fede e riuscendo a condividere l’atavica sofferenza dell’anima “israelita” di una famiglia visceralmente contestata; Jacob, che intende aderire all’appello del Primo Ministro, sperimenta inerme un paralizzante impasse come marito/padre/ebreo e nel “colloquio chiarificatore” con il cugino Tamir (tecnica narrativa magistralmente applicata da Marai non solo ne Le braci) affronta la partita ineludibile con il passato (“Si è giovani una sola volta, in una vita che si vive una sola volta”), la paura della morte, la consapevolezza di non essere stato mai realmente vivo, l’incapacità di dire “io”, di amare, di tradire, di sentire il vincolo con la propria terra (“Per te Israele è superfluo” gli rimprovera il cugino).

Alla fine vero schlemiel – nell’etimologia yiddish, più complessa di quella inglese – fragile Stoner che con il re di Itaca ha in comune, insieme al cane Argo, l’epiteto Nessuno. Ma, forse, per lui non tutto è perduto.

Lasciando ai lettori il piacere di scoprire quanti Ebrei nel mondo risponderanno alla clamorosa chiamata alle armi (Jacob compreso), qualche osservazione la riserviamo allo stile di Foer. E anche qui…non tutto è illuminato. La sua prosa, lo sappiamo, è personalissima, accattivante, ironica e spesso aforistica (cfr. p.28, a titolo esemplificativo). Imperniata, per lo più, su dialoghi serrati e ben costruiti – pronti(ssimi) per la sceneggiatura cinematografica, ma anche innovativi e sperimentali, come nel caso di “dialoghi ad una sola voce” in cui la risposta dell’interlocutore va immaginata (Il signor Mani di Yehoshua modello insuperabile) – si avvale di frequenti “elencazioni per accumulazione”, incalzanti e particolarmente efficaci (cfr. pp.49 e 116, fra le tante).

Estranea a noi ogni volontà di censura moralistica – non ha alcun senso, se si tratta di buona letteratura – e doverosamente premesso che Foer non è Roth né Miller, il ricorso in Eccomi a un linguaggio estremamente crudo e realistico in ordine alla sfera sessuale (cfr. gli sms del tradimento di Jacob, se possibile peggiore di una relazione effettivamente consumata) risulta, invece, eccessivo, gratuito, alla fine narrativamente inutile e atto solo ad ingenerare in chi legge un latente fastidio. Del resto, se lo scrittore ha dovuto ribattere a numerose domande in merito rivoltegli da critici e giornalisti qualche motivo ci sarà. Peccato…


Jonathan Safran Foer

Eccomi

(traduzione di Irene Abigail Piccinini)

Milano, Guanda, 2016, pp. 661, € 22,00

Autore: admin

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