Daniela VIGLIANO – “Il bacio di Giuda – Giotto” (racconto su quadro)

 

Io scrivo

 

IL BACIO DI GIUDA (di Giotto)



Seduto per terra, appoggiato alla gelida parete della tradotta che ci sta portando in Germania, sto pensando a come fare per scappare. Devo riuscire a saltare giù da questo treno, non ho nessuna intenzione di andare a far parte delle truppe di rinforzo dei tedeschi, nessuna intenzione di farmi trapassare da una pallottola per far piacere a quelli.

Chissà dove si sarà piazzato il soldato di guardia? Non ho fatto caso: quando siamo saliti sul treno ci hanno spinti su velocemente, avevano fretta. Quello è pronto a sparare a chiunque volesse fuggire, l’hanno messo apposta. Spero sia da solo, in quel caso potrei forse farla franca. Sparerà un po’ alla cieca, fortunatamente è una notte senza luna.

Non sarà certo una passeggiata: se mi andrà bene, dirò addio alla divisa e ai cari tedeschi, ma se mi andrà male resterò secco, in mezzo a una risaia. Devo tentare comunque, però. Io in guerra non ho nessuna voglia di andare. Adesso devo decidermi, o la va o la spacca. Sono un tipo così, io: o tutto o niente, non ho vie di mezzo.

Libero, sono libero! Quel figlio di puttana mi ha sparato dietro, sventagliando un po’ di qua e un po’ di là, ho sentito vicino qualche fischio di pallottola, ma ce l’ho fatta, l’ho fregato! Adesso peró rallento la corsa perché ho il cuore in gola e mi fa male la milza, ma devo scarpinare ancora per qualche decina di chilometri prima di poter sentirmi tranquillo. Ma chi se ne frega! Tra qualche ora respirerò a pieni polmoni l’odore della libertà.

Dovrò nascondermi per un po’ di tempo: sicuramente i militari verranno a cercarmi e con i disertori, in genere, non sono per niente gentili. Come vorrei, invece, andare subito da Laura, tenerla di nuovo tra le mie braccia, baciarla, fare l’amore nella sua stalla, di notte, rotolandoci sulla paglia. Ha un viso dolcissimo e un corpo che solo a pensarci… mi sento infuocare. È da poco che stiamo insieme, anche se a me è sempre piaciuta, già quando stava col mio amico Tino. Un po’ mi dispiace per lui, perché ne ha fatto una malattia: per qualche tempo non è più uscito in compagnia, mi evitava e diceva agli amici che ero un bastardo perché gli avevo fregato la donna. Non è affatto vero, Laura lo aveva già lasciato, non le piaceva più. Non farei mai uno sgarbo simile a un amico, io.

Sta albeggiando. La campagna, ancora buia, schiarisce a poco a poco, coperta da una leggera nebbiolina. Fa freddo, e il mio fiato disegna nuvole di vapore. Sono stanchissimo, è da molto che cammino ma non posso ancora fermarmi, potrebbe essere pericoloso. Ho la divisa dell’esercito, se qualcuno mi vedesse capirebbe subito che ho disertato: un soldato a quest’ora, da solo, può soltanto essere uno che è scappato.

Devo tenere duro fino a casa, arriverò che sarà mattino presto. Più facile non incontrare gente, a quell’ora. Chissà mia madre come la prenderà? Sarà contenta di vedermi, o la preoccupazione per quel che potrebbe succedermi la agiterà più della gioia di riavermi a casa?
Povera donna! Vedova, due figli in guerra, anzi, uno già entrato nelle brigate partigiane, e quindi ancora più in pericolo di me – che lei crede in caserma – e l’altro, io, che le arrivo a casa inaspettatamente e con la necessità di un rifugio per non essere visto da nessuno.

Sto pensando a dove potrei nascondermi: da noi non c’è molto posto, è una specie di appartamento, andrebbe meglio una cascina, dove si trova sempre un buco in cui ficcarsi.
Potrei forse andare a casa di Rosina, la donna che aiuta mia mamma nelle pulizie ed è un po’ una tuttofare a casa mia. Conosce me e mio fratello da quando eravamo piccoli e per noi è come una zia. Abita da sola e probabilmente un posto dietro ad un armadio riesce a trovarmelo.

Sono arrivato al mio paese. Silenziosamente rasento i muri, cercando di passare il più inosservato possibile. Qui tutti mi conoscono, se mi vedessero sarei spacciato.
Busso piano al portoncino di casa. Dopo qualche secondo “Chi è?” fa mia madre, e il suo tono turbato tradisce la sorpresa di avere qualche ospite a quell’ora. “Apri, sono io!”. Quasi mi sviene tra le braccia. Non crede ai suoi occhi, che dopo essersi riempiti di lacrime di gioia, ora esprimono tutto il suo terrore al pensiero di me, diventato disertore.

“Bisogna che ti nasconda subito, Sergio! Nessuno dovrà sapere che sei qui, altrimenti sarebbe la tua fine. Lo sai quanta gente non aspetta altro che fare la spia! Di questi tempi tutti denunciano tutti, non ci si può fidare di nessuno”.
“Lo so, mamma, lo so. Chiediamo a Rosina se può tenermi da lei. Dici che accetterà? E’ pericoloso per tutti e due, ma dove vado altrimenti? La sua casa è piccola, sarebbe certamente meglio trovassi asilo da quei parenti che stanno in cascina, ma non so se accetterebbero… ”.

“Fammi pensare un momento, non posso così, su due piedi, organizzare tutto. Tu sei stato coraggioso e hai rischiato la vita, ma adesso si deve trovare un rimedio”.
“Hai ragione, mamma! Mi dispiace darti tutte queste pene!” e me la stringo stretta, questa mamma così coraggiosa e forte, che ci ha cresciuti senza un marito, morto giovane quando eravamo piccoli.

“Per oggi resti qui – non puoi certo muoverti alla luce del giorno – e stai nascosto sotto il mio letto, caso mai venisse qualche amica a trovarmi. Nel primo pomeriggio andrò da Rosina, a spiegarle la situazione, sperando che acconsenta a tenerti per po’ da lei. Ti vuole così bene che troverà un angolo sicuro, ne sono certa!”.

Va tutto come previsto, e nottetempo mi trasferisco da Rosina dove mi nascondo in un piccolo spazio vuoto che resta tra il retro del suo armadio e il muro a cui è appoggiato. È così piccolo che posso stare solo in piedi, ma se questo è il prezzo da pagare in cambio della libertà, beh, non è poi così caro.

La notte dormo coricato sotto il letto, nella stanza in cui posso nascondermi velocemente in caso di pericolo; per fortuna Rosina non riceve molte visite, manca da casa spesso perché aiuta nei lavori qualche signora, compresa mia madre che così ha sempre notizie fresche su di me, e quindi a volte non mi nascondo nemmeno, non ce n’è bisogno.
Quando fa buio, esco ogni tanto nel cortilino, a fumare. Rosina ha l’asma, non posso intossicarla stando in casa. Fa freddo là fuori, ma tiro così in fretta la sigaretta che la parte incandescente diventa lunghissima, e la finisco dopo poco.

Tino era passato una sera tardi nella stradina dove abitava Rosina. Ci era andato apposta, voleva vederci chiaro. Da qualche tempo la donna comprava più verdura e più frutta del solito, esageratamente per lei sola. Aveva chiesto persino due etti di tonno, e questo gli era sembrato molto strano. Rosina era cliente della sua bottega di generi alimentari da sempre, ancor prima che lui la rilevasse alla morte del padre, perciò conosceva perfettamente le sue abitudini. Doveva esserci qualcosa sotto.

Una luce rossa si muoveva nell’oscurità. Sembra una sigaretta! pensò, ma Rosina non fuma, deve esserci qualcuno da lei. E Rosina non è una che possa avere un amante. Vuoi vedere che tiene qualcuno nascosto in casa? Si spiegherebbero i suoi acquisti maggiorati, si spiegherebbe tutto!
L’uomo cercò di intravvedere, tra le foglie dell’edera che si arrampicava su un cancello mai aperto, chi fosse il tipo che fumava. Era giovane e magro. Non molto alto, i capelli sembravano chiari. Però era girato di schiena, non riusciva a vederlo in viso. All’improvviso il ragazzo si voltò e Tino si chinò in fretta per non farsi vedere, ma riconobbe in lui Sergio, il suo amico. Beh, amico era una parola grossa ormai. Una volta, sì, una volta era suo amico, ma da quando aveva incominciato a uscire con Laura, quello, lui non lo poteva più soffrire.

Si avviò verso casa a passo svelto, con un pensiero che non avrebbe mai creduto di poter nutrire. Un grido d’uccello, tra gli alberi, lì vicino, gli fece accapponare la pelle.

Sono solo. Rosina è andata a lavorare. Sto bevendo il caffè quando sento dei rumori vicino alla porta. Corro subito dietro l’armadio e mi spiaccico al muro, trattenendo il respiro. Sento aprire. “Guarda che bel posticino ha trovato quel bastardo per nascondersi! Nella casina piccina picciò, te la ricordi la filastrocca, Giovanni?”

“Come no! … C’era una volta una donnina piccina piccina picciò…”
“… che abitava in una casina piccina piccina picciò…come fa poi? Boh, non me la ricordo più… È vero, Piero, questa casa è così piccola, che, in questo buco, se c’è un ragno schifoso, lo si trova subito”.

Ridono. Girano in cucina, poi nel tinello. Sento che spostano il divano, poi la credenza, poi tutto quel poco che c’è in questa casa.Il sudore mi sta colando in un rivoletto lungo la schiena e il cuore mi batte a mille… Ma perché mi è venuto in mente di venire a nascondermi qui? Sono proprio come un ragno in un buco, non ho scampo, ormai.

Eccoli, ora stanno entrando nella stanza.
“Giovanni, tu guarda sotto il letto! Io sposto l’armadio. Se quel Tino ha visto giusto, adesso lo troviamo, il nostro “eroe”. Ehi, Sergio! Coglione! Prova a scappare da qui, adesso!”

Autore: admin

Condividi