Ruben SABBADINI – “La camera” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

LA CAMERA



Girovagavo senza meta in quella città sconosciuta. Al crepuscolo che disegnava di tinte pastello ogni angolo, ogni scorcio, ogni dettaglio. Tra poco sarebbe arrivata la sera, e poi la notte, e l’istinto mi avrebbe guidato verso un rifugio sicuro: quella notte la mia camera d’albergo, anonima, vuota. Era spesso per me così, il mio lavoro mi conduceva ogni settimana in un posto diverso, belle cittadine, perlopiù medievali, dell’ovest francese, fino al confine con la Spagna, in cui è piacevole perdersi.

Già m’immaginavo la scena che avevo visto mille volte e più e che sicuramente si sarebbe ripetuta uguale anche quella notte: i miei passi solitari, le luci gialle al sodio (che i sindaci di queste parti, o i loro architetti urbani, pensano ricreino l’atmosfera perduta) e, piano, uno alla volta, i piccoli camion lavastrade che invadono, come una divisione corazzata, tutto lo spazio lasciando, dietro di sé, scie bagnate sull’acciottolato. Il messaggio è chiaro, che ci fai lì? perché non sei a casa? la notte è per noi che, vincendo i ritmi naturali lavoriamo a che voi domani possiate godere della nostra città, non per te, parte della parte attiva che vive di giorno e riposa di notte e non ci ostacola; che non impedisce l’efficacia del nostro sacrificio.

Fuori posto e, soprattutto, l’unico ad esserlo. Nessuno in giro con cui condividere la trasgressione, una città di morti o, perlomeno, di dormienti, tutti rintanati nei loro loculi, a rinfrancarsi per le fatiche prossime. Nessuno. Non uno che torna dal turno, non una coppia che si è attardata a far l’amore, non una combriccola di scalmanati intenzionati a marinare la scuola l’indomani. Come è possibile che sempre resto solo poco dopo l’imbrunire? È la provincia che è riuscita, così, naturalmente, ad ottenere l’ordine che a comunità più complesse è precluso? Ogni volta non mi capacito anche, forse, perché la città io la vedo a quest’ora, poi, di giorno sono fuori, nelle campagne, con altri scenari, altri ritmi, altri odori.

Qui nuoto contro corrente e a rammentarmelo è solo la mia solitudine e la coscienza di non essere in un villaggio abbandonato: le insegne dei negozi diffondono i loro messaggi accattivanti, così come i manifesti pubblicitari, ordinatamente incollati nelle apposite bacheche, e la targa del dentista che ricorda l’orario, dalle 9 alle 16 dei giorni feriali, per appuntamento, lasciano presagire che altri esseri popolino quei luoghi, che tra loro intessano relazioni, commerci, financo affetti.

Ma si ricava da indizi, da presunzioni, non ne ho prove provate, non l’ho visto con i miei occhi, l’ho solo immaginato, l’ho dedotto. Un po’ poco. La sensazione di un inganno ordito a mio danno riposa in un angolo della mia mente e lavora, come un tarlo, a minare le mie certezze. Potrei, cioè, trovarmi su un set, e ogni dettaglio essere lì posto da un regista, uno scenografo apposta per dare l’illusione.

Ma poi faccio due calcoli e mi ritrovo razionale a convincermi che sarebbe assai improbabile che centinaia di persone avessero speso tante energie per illudermi: la gente ha altro da fare, pensa a sé, persegue i suoi fini e da me non ricaverebbe alcunché.

È ben triste, allora, che questa non sia un’illusione, è la realtà: sono solo in una città deserta che, con le sue strade vuote, mi allontana e mi spinge verso la mia camera, anch’essa solitaria, ma chiusa ad ogni sguardo.

Il portiere di notte accenna a un «buona notte» mentre mi porge la chiave con l’urgenza di ritrovare il suo riposo. Salgo quei gradini stancamente, insoddisfatto di ritrovarmi al sicuro, ma solo con me stesso.

È troppo tardi per telefonare a qualcuno, anche se avrei bisogno di una voce amica per lenire le mie ansie. Poi, in questi alberghetti del centro non c’è neanche la rete a darti l’illusione di essere cittadino del mondo. C’è la TV, magra consolazione. Passo da un canale all’altro con tedio e non mi risveglia neanche quel siparietto osé, anzi mi annoia come e più dell’altro.

Avrei fatto meglio a camminare ancora? a non farmi ricacciare qui? non ho saputo resistere a sufficienza, non ho saputo bearmi di quanto di incomparabile c’è lì fuori, ho visto solo quello che manca, non ho goduto di quanto ci fosse.

Ancora una volta il problema è in me, non ringrazio abbastanza per quanto ho e passo l’esistenza a misurare quanto mi manca.

Autore: admin

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