Re. Ma.- Maternity Blues (from Medea)- Uno spettacolo di Elena Arvigo, di scena a Genova, Teatro Cargo

 

 

Venerdì 14 ottobre Elena Arvigo (foto in basso) ha portato in scena al Teatro Cargo di Genova lo spettacolo

MaternityBlues (from Medea)” di Grazia Verasani

di cui è regista e che interpreta insieme ad Amanda Sandrelli, Elodie Treccani.

Pubblichiamo la recensione dallo spettacolo, scritta lo scorso anno dopo la sua rappresentazione   all’Out-Off di Milano

Produzione Santa Rita Teatro presenta

MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)

di Grazia Verasani

regia Elena Arvigo

con Elena Arvigo, Elodie Treccani, Amanda Sandrelli, XhildaLapardhaja

musiche di Giuseppe Fraccaro

ideazione scenografie Lorenza Indovina

costumi Elena Arvigo

assistenti alla regia Tommaso Spinelli e Valeria Spada

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Stanza di un ospedale psichiatrico giudiziario. Quattro donne, in realtà tre alle quali presto se ne aggiungerà una quarta di cui le altre sanno già tutto grazie ai telegiornali. Un’altra infanticida che si aggiunge come “diversivo” nella vita fatta di giornate sempre uguali, di attività senza scopo, di incontri psichiatrici che dovrebbero aiutare a ritrovare un’identità smarrita, per scavare fino alla matrice profonda di un gesto apparentemente senza senso: l’uccisione di un figlio.

Un gesto che si fa presto a giudicare, soprattutto nel nostro paese dove la maternità è idealizzata e strumentalizzata: se rimangono incinta le star è un fiorire di complimenti, figuriamoci poi se sono la Hunziker o la Bianca Balti di turno che vengono osannate per il loro andare al “lavoro” col pancione. Peccato che qui giù, nel mondo dei comuni mortali, la maternità sia una cosa seria, difficile da conciliare con tutto il resto, e peccato che ancora si chiudano gli occhi di fronte alla depressione post partum: maternity blues è infatti un’espressione con la quale si indica, in maniera molto evocativa e poetica, uno stato d’animo tremendo, del quale soffrono le quattro protagoniste del testo di Grazia Verasani.

Un testo che, non a caso, ha come sottotitolo “from Medea”, ma la famosa infanticida è solo un pretesto: i figli non vengono uccisi per vendetta contro un uomo; la drammaturgia della Verasani, scevra da qualsiasi retorica, sa raccontarci l’estenuante contrasto che quotidianamente vivono delle donne che sono state lasciate sole, che come Medea hanno percepito di essere straniere al contesto in cui vivevano, inadeguate, abbandonate proprio nel momento più importante ma anche più faticoso nella vita di una donna: “nessuno si chiede se sia giusto mettere al mondo dei figli”, “perché si vuole fare un figlio?” sono interrogativi che smascherano la patina di ipocrisia che spesso circola attorno alle donne sul tema “maternità”.

La regia di Elena Arvigo enfatizza ed esprime perfettamente il contrasto che caratterizza le vite di queste donne, tra la voglia di ricostruirsi una dimensione “normale”, quanto meno controllata e controllabile, e l’impossibilità di sfuggire al limbo di dolore nel quale esse stesse si sono cacciate: “coi cinque sensi smorti e una tempesta, dentro, che non esce mai” è una delle frasi più intense del testo con la quale si può esprimere tutta la forza centripeta della pièce.

C’è Marga (una brava Elodie Treccani) che è l’ultima arrivata: i telegiornali la chiamano “la sposa felice” e lei non ricorda nulla di quel momento drammatico, arriva nell’ospedale che ha ancora il latte nei seni; una intensa Amanda Sandrelli interpreta Vincenza, una donna matura che deve fare i conti con il marito e gli altri due figli che sono rimasti fuori a ghettizzarla e giudicarla insieme a tutti gli altri; a farle da contraltare la dolce, giovane e straniera Rina (XhildaLapardhaja) che voleva un figlio più di qualunque cosa, ma forse non aveva ascoltato così bene i propri desideri; e infine la bravissima Elena Arvigo, che non solo sa dirigere con abilità questo difficile quartetto dalle note dissonanti ma sa anche interpretare con grande autenticità il ruolo di quella che fa la forte, la scontrosa che sostiene “a me il senso di colpa non interessa” ma che in realtà è la più debole di tutte.

Il tragico epilogo fa credere che non ci sia via di salvezza per queste donne: tutti noi spettatori capiamo fin dall’inizio che per loro sarà impossibile fare i conti con quello che hanno commesso; ma forse, la possibilità di creare dei rapporti umani autentici, almeno in quel piccolo spazio nel quale sono costrette a convivere senza il peso delle ipocrisie e delle sovrastrutture sociali, può permettere loro di “saper riconoscere chi e che cosa non è inferno, e farlo durare”, come avrebbe detto Calvino.

Autore: admin

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