Cinzia BALDAZZI – “Se solo fosse possibile…” (Bob Dylan accetta il Nobel)

 

SE SOLO FOSSE POSSIBILE…



 

Dopo quindici giorni di silenzio, Bob Dylan rilascia un’intervista al quotidiano “The Telegraph” dopo aver telefonato all’Accademia Svedese accettando il Nobel per la Letteratura.


«Non è una gran cosa? ». Il colpo giornalistico è riuscito al “Telegraph”, il quotidiano britannico che ha spedito la giornalista Edna Gundersen fino a Tulsa, in Oklahoma, dove Bob Dylan si esibiva al Brady Theater, per intervistarlo sulla mostra d’arte in programma la prossima settimana a Londra, nella Halcyon Gallery della New Bond Street.

Si è finalmente rotto, dopo due settimane, il silenzio del cantautore seguito alla notizia dell’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura. Giorni di attesa, vane speranze che si degnasse di rispondere al telefono, uno scambio di battute (e di accordi) tra i suoi manager e Sara Danius, segretario permanente dell’Accademia Svedese, poi nulla più.

Quindi, Bob Dylan accetta di recarsi a Stoccolma a ritirare il premio? «Assolutamente. Se solo fosse possibile…». Per noi è una gioia incredibile, a dispetto dell’abituale cifra enigmatica della risposta. Avevamo “riconosciuto” il silenzio, ma con dolore. Non scopriremo mai il vero motivo della lunga esitazione, se non che egli stesso sia rimasto veramente colpito. Alla prima notizia, pare abbia subito confidato: «Stupefacente. Incredibile». Adesso, piacevolmente nei panni di un Nobel laureate, affabile, come rileva la Gundersen, dichiara al “Telegraph”: «È difficile da credere. Chi non sognerebbe una cosa del genere? ».


Ma perché non rispondeva alle chiamate della Danius? «Insomma, ora sono qui», sdrammatizza Dylan, come se fosse semplicemente una questione di digitare il numero giusto al telefono. E non aggiunge altro. A poche ore, arriva il comunicato stampa ufficiale dell’Accademia, dove, tra l’altro, si riporta la fatidica risposta: «Se accetto il Premio? Naturalmente». Pare sia stato il Menestrello ad alzare la cornetta e comporre il prefisso di Stoccolma (tenendo conto del fuso orario, speriamo…). «La notizia del Premio Nobel mi ha lasciato senza parole» ha detto a Sara Danius: «Apprezzo moltissimo questa onorificenza». L’Accademia chiude così la dichiarazione ufficiale: «La Fondazione darà maggiori informazioni al più presto».

Dopo oltre cinquant’anni che noi, a milioni in ogni paese, lo seguiamo (idealmente anche in questa prossima mostra di quadri a Londra…), Dylan ha evidentemente pensato fosse il momento di condividere il sommo riconoscimento culturale mondiale, come del resto ha fatto per gli altri premi (il Pulitzer, la Legion d’Onore, i Grammy Awards, l’Oscar). Lo so, lo sappiamo, la giuria è composta proprio da quella gente di Blowin’ in the Wind che a lungo non ha risposto alle domande del vento e si è voltata dall’altra parte. Sono proprio l’élite di chi ha criticato ciò che non poteva capire: ma «scrittori e critici», «senatori e membri del Congresso», ciò nonostante hanno dato importanza alla “chiamata”, hanno compreso che la ruota stava girando, come cantava in The Times They’re A-Changin’.

Non ho più l’età per coltivare nuove utopie personali: eppure, mi piace pensare che gli accademici e, insieme, «le montagne che ora posso scivolare verso il mare ascoltando il vento”, abbiano voluto “ringraziarlo” di essere stati “avvisati” in tempo. Riconoscendo, così, l’avvertimento lanciato a quella generazione (la loro) oltre mezzo secolo fa.


Sara Danius ha collegato il contributo dylaniano alla letteratura con quello dei poeti dell’antichità greca: «Se guardiamo al passato, oltre 2.500 anni fa», ha dichiarato, «troviamo Omero e Saffo, i cui testi poetici erano concepiti per essere ascoltati, spesso con l’aiuto di strumenti musicali, e la stessa cosa avviene con Bob Dylan. Ancora oggi leggiamo Omero e Saffo, li apprezziamo, egualmente con Dylan. Lui può essere letto, dovrebbe essere letto».

Nell’intervista al “Telegraph”, Dylan idealmente si collega alle parole della Danius: «Credo sia così, in qualche modo. Alcune mie canzoni, come Blind Willie McTell,  Ballad of Hollis Brown, Joey, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Hurricane, e altre, sicuramente hanno una “qualità” omerica». Dylan non è mai stato, ovviamente, uno che ha spiegato I propri testi: «Lascio siano gli altri a decidere. Gli accademici dovrebbero saperlo. Io non sono qualificato a farlo, non ho opinioni in merito».

Cosa pensare, quindi, Bob? È capitato anche a te. La storia cambia e questa volta il ruolo borghese di “vincente” ti è toccato in sorte. Sono certa, pertanto, che hai il timore di poter diventare presto il “perdente”. Ma non succederà, perché, se accadesse saremmo – saresti – in grado di annunciare ciò che si modifica di giorno in giorno, di momento in momento. E se da oltre cinquant’anni, a questa rassicurante anche se utopica possibilità, noi che abbiamo sempre creduto nei tuoi messaggi, abbiamo ormai rinunciato – vivendo ogni giorno lontani da qualsiasi prospettiva di intervento risolutore, sia pure in qualche misura attendibile, non potendone coltivare alcun programma adeguato – ebbene, adesso è giunto il momento per mostrare come l’impegnativo training non fosse vittimista, deprimente, distruttore, ma ci avesse insegnato a nuotare in un momento in cui le acque crescevano intorno.

La quiete temporanea, per chi è rimasto a galla, è sempre esistita, e la nostra, la tua, ora è grandiosa e luminosa. Non fa niente se magari indosserai lo smoking e leggerai la prolusione davanti al re Gustavo VI di Svezia. Perché la misera e indifesa Hattie Carroll, da lassù, ti sta sussurrando: «Ma voi che filosofate sulle disgrazie e criticate tutte le paure, toglietevi il fazzoletto dalla faccia. Non è il momento per le vostre lacrime». È, infatti, il momento della gioia.


Autore: admin

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