Cinzia BALDAZZI – Alle radici del movimento hippy (Patrick Edera in concerto – Teatro Tor Bella Monaca, Roma)

 

ALLE RADICI DEL MOVIMENTO HIPPY. PATRICK EDERA IN CONCERTO



 

Il cantautore romano porta in scena musica e parole della controcultura hippy, con filmati rari, reading ed esecuzioni live – Al Teatro Tor Bella Monaca, Roma


Siamo a Roma, nel 1986. Al piccolo Marco Patrick Edera, bambino di undici anni, vengono messi di fronte due album: Made in Japan dei Deep Purple e The final cut dei Pink Floyd. Sceglierà il secondo, e per tutta la vita. L’anno successivo, i Pink Floyd pubblicano A momentary Lapse of Reason: il disco muterà direzione alle sue prospettive esistenziali, vastissime com quelle appartenenti all’età anteriore alla mitica fascia del teen-ager. Solo qualche mese dopo, ecco Patrick (già dodicenne!) suonare ai citofoni dei condomini per offrire un concerto privato.

Comincia così, in maniera semiseria, la biografia di Marco Patrick Edera. Tuttavia, come accade quando si incontra la musica dei grandi – non ha importanza se per destino benevolo o cieco fato – quella di Roger Waters e David Gilmour ha realmente lasciato nel giovanissimo fan un solco incisivo, al punto da farne indirizzare gran parte della poetica sulla traccia della psichedelia: in tale atmosfera creativa verrà più volte definito il “Syd Barrett italiano”. Nel 2015, lo spettacolo I Pink Floyd e la Stagione dei Figli dei Fiori ha intrapreso il cammino all’interno di un viaggio cantato e raccontato in giro per l’Italia, rievocando l’indimenticabile stagione rock del gruppo britannico, in una prospettiva però coinvolta nella nascita del movimento hippy.

Parte della rappresentazione è ora confluita nel recital programmato a Roma, nel Teatro di Tor Bella Monaca, per giovedì 27 ottobre: Patrick Edera in concerto, dove il musicista è solo sul palco, seguito dalla regia di Emilio Rotolo, a narrare in “parole e musica” la stagione di un movimento che qualcuno potrebbe considerare chiusa. «Tanti anni fa», spiega Patrick, «mi trovavo in un bosco vicino Mazzano, nei pressi di Roma, in compagnia di un “figlio dei fiori”, autentico protagonista degli anni ’60. Alla domanda “Quando è finito il periodo degli hippies?”, ha risposto senza esitazione: “Perché? È finito?».


Lo show è un lungo viaggio composto di tappe storico-geografiche, a iniziare dalla rivisitazione del sound dei vecchi saloon del Nevada sino alla sconfinata terra di Woodstock. La riflessione più matura viene riservata alla storia di San Francisco con filmati rari, esecuzioni dal vivo dei classici, racconti e reading. Sarà l’occasione anche per verificare e, nel caso, riconsiderare tanti luoghi deputati dell’identikit del movimento hippy: dalla rivoluzione sessuale come manifestazione di libertà privata e sociale, all’uso di stupefacenti in alternativa al modus vivendi borghese-istituzionale (i funghi allucinogeni, la cannabis), dall’abbigliamento variopinto e decorato, contrario alla classe studiata nei particolari del taglio europeo, agli slogan di pace ed eguaglianza: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, “Fate l’amore, non la guerra”.

Oggi possono sembrare semplici diktat, che di alternativo, siccome tali erano diventati, avrebbero ben poco. Sono troppo giovane (magari!) per poter ricordare come da impulsi, pensieri, moti di vita spontanei e assai provvisti di senso, essi finissero spesso per confondersi, ad opera di normali e comuni ambiguità e distorsioni sociali, in espressioni di un conformismo spietato. Nondimeno, per l’arte che li ha accompagnati, sono fondamentalmente convinta, da un punto di vista storico-critico, che si sia verificato un fenomeno del genere. La poesia autentica non è mai sola. Si alimenta da dove e con chi vive.

Il movimento hippy è stato infatti assai di più, come racconta lo spettacolo di Edera: ha elaborato una controcultura, ha costituito una delle componenti più esposte della protesta contro la guerra in Vietnam (legandosi idealmente all’attivismo di Jerry Rubin e alla New Left), ha eletto il primo rock psichedelico sua propria track-list, con la voce da brivido di Grace Slick a intonare White Rabbit. La prima “colonizzazione” (nel senso di stanziamento capillare) di San Francisco, nel giugno del 1966, segna una data storica, insieme all’insediarsi nella zona di Haight-Ashbury delle band diventate colonna sonora del movimento, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane.


«L’eredità è incalcolabile», spiega Patrick Edera: «Parte dal modo di vestire e termina con il Nobel a Bob Dylan. Le discipline olistiche oggi attuali e tanto di moda prendono le mosse dal lontano Woodstock, e anche prima. Basterebbe citare Jack Kerouac con I vagabondi del Dharma per indovinare da dove veniamo». È vero, la Beat Generation di fine anni Cinquanta influenzò lo sviluppo della cosiddetta controcultura del decennio successivo, quando il termine beatnik lasciò lentamente il passo a hippy. Colori sobri, lenti scure e barbette a punta, vennero sostituiti da tessuti con fantasie oniriche, bandane e pantaloni a zampa di elefante. E l’esibizione degli Who in piena notte a Woodstock, nell’agosto del 1969, consacrò alcuni stereotipi del look, con Roger Daltrey a intonare See Me Feel Me a petto nudo e capelli lunghi (non diversamente da quanto andava facendo anche Robert Plant con i Led Zeppelin, i quali però a Woodstock non vollero andare, e per loro non fu un gran male, in realtà).

«Oggi tanti pensano in quel modo senza considerare l’apporto della radice hippy alla nostra storia», lamenta Edera: «Manca invece l’applicazione di quel pensiero, la possibilità di farlo esplodere di nuovo. Oggi c’è troppa paura del domani». E, aggiungo io, non senza motivo, visti i tempi… «Quando la supereremo”, prosegue, «quando torneremo sinceramente uniti, allora avverrà un altro Rinascimento».

Il concerto ha totalizzato in due anni oltre novanta repliche in giro per l’Italia (piazze, locali, teatri, auditorium), guadagnandosi il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione nelle tappe all’interno di università e scuole e ottenendo il finanziamento della Comunità Europea per l’esibizione nel prestigioso MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna, il 30 settembre scorso. «Sarebbe semplicistico affermare che lo spettacolo è rivolto a tutti», puntualizza Patrick: «Non è vero. Si rivolge a chi “cerca qualcosa”, giovani e meno giovani, a chi mostra il fianco emotivo con una realtà che non è solo intrattenimento ma anche coscienza».

L’idea è in certo senso nata tra Roma e Viterbo, nel borgo medievale di Calcata, un paese pacificamente invaso dagli hippies: «Ho vissuto lì per molto tempo, li ho conosciuti, e oggi mi ritrovo a cantare di loro e del loro tempo. È stato concepito in questo paese magico, alla Grotta dei Germogli, un locale situato dentro una grande caverna ricoperta da mosaici, sotto la guida del texano Pancho Garrison».


Cantautore, organizzatore di eventi, ricercatore, arrangiatore, studioso di scienze religiose e spirituali, da poco collaboratore artistico del Caffè Letterario “Mameli27”, Patrick Edera alterna l’attività di musicista (al suo attivo, cinque album e oltre settecento esibizioni) a quella di promotore di eventi culturali: nel 2015 ha creato la “Festa della conoscenza”, occasione di incontro di tradizioni spirituali e filosofiche per un confronto sui temi riguardanti l’esistenza umana.

«Partecipare a un evento organizzato dal “Movimento dei Germogli”», racconta Edera, «è come tuffarsi in un mare d’imprevedibilità. Qui, a Calcata, penserete di andare a un concerto e invece troverete un filosofo confrontarsi con un esperto di fisica quantistica, quando non direttamente un guru indiano a esporre le meraviglie dell’esistenza terrena. Non abbiamo la presunzione di cambiare il mondo. Non ci sono riusciti Socrate, Buddha, Gesù, Krishna. Figuriamoci noi». Sono d’accordo con Patrick: del resto, nessuno di loro ha mai inteso farlo.

Già a fianco di artisti importanti (Eugenio Finardi, Claudio Lolli), titolare di un premio alla carriera da parte del Comune di Roma, riconosciuto autore di rango attraverso l’esecuzione di alcuni suoi brani da parte dell’Orchestra di Palazzo Barberini, Patrick ha un rammarico: «La figura del cantautore è stata uccisa. Ma io vedo in questa sua fine l’opportunità di un’evoluzione della persona che si nasconde dietro al cantautore. Persona non più vincolata a un repertorio da promuovere per vendere dischi o avere momentanei applausi, ma la possibilità di portare un messaggio nuovo. È tutto da scoprire. Bisogna solo trovare il coraggio di smettere di credere che davvero sia tutto finito qui, in un telefonino». Da studiosa di vecchia data, potrei sorridendo suggerire che Patrick, da persona-personaggio, voglia magari scambiarsi di ruolo con la creatura, vera protagonista della messa in scena teatrale e di vita del mondo pirandelliano.

Se fosse anche solo un gioco, sarebbe comunque da apprezzare. Non resta che unirsi all’auspicio di Patrick e immaginare l’avvento di una nuova scena “umana”, e non solo musicale.


Patrick Edera in concerto

regia Emilio Rotolo

Teatro di Tor Bella Monaca

27 ottobre 2016, ore 21.00

Via Bruno Cirino, 33 ROMA


Autore: admin

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