Franco LA MAGNA- Borghesia ricca, nobiltà spiantata (“Il marchese di Ruvolito” di Martogliio)

Lo spettatore accorto

BORGHESIA RICCA, NOBILTA’ SPIANTATA

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“Il marchese di Ruvolito” di  Nino Martoglio- Catania, Teatro Brancati

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L’incontenibile aspirazione d’una borghesia “arripudduta” (nel complesso e colto dialetto siciliano, incomprensibile vocabolo che si riferisce a quanti si sono rapidamente arricchiti, magari in modo non proprio trasparente, conservando però tutta la goffaggine e la primitiva ignoranza), contrapposta ad una ormai declinante aristocrazia, che tuttavia conserva la spocchia e l’apparente disprezzo per quella classe sociale ormai padrona delle leve economiche e quindi del potere e della vera divinità che da sempre domina e regola i destini dell’uomo: il denaro

Il “vulcanico” Nino Martoglio, con “Il marchese di Ruvolito” – sua ultima commedia dialettale scritta poco prima della orribile morte – affronta con la leggerezza e con la travolgente ironia che ne caratterizza la produzione letteraria, un reale snodo storico: l’assurda, ridicola e bizzarra ambizione della borghesia siciliana (si pensi al don Calogero Sedara del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa) d’inventarsi aristocratiche discendenze, una parte di sangue blu, acquisito non si sa bene come, magari procacciato come un qualsiasi altro bene materiale da millantare quasi ad imprimatur dell’improvviso benessere.

Sulle smanie blasonate dell’incandescente e ciarliera donna Prazzita Timurata (che sogna per la figlia l’acquisizione d’un titolo nobiliare, mandandola in sposa allo squattrinato baronello di Mezzomondello), Nino Martoglio costruisce una sapida drammaturgia, infarcita di grottesche caratterizzazioni piroettanti intorno al vecchio marchese di Ruvolito, bonario venditore di blasoni per sfuggire alla miseria (e qui come non pensare al delicatissimo e sognante “Durante l’estate” di Ermanno Olmi), che infine – nuovamente inorgoglito dallo stemma gentilizio – con inaspettato soprassalto d’orgoglio sventa i piani del baronello, attribuendo al giovane Adolfo (ricco borghese di cui è innamorata la figlia di Prazzita) l’altisonante titolo di Marchese di Gebbiagrande, salvando anche se stesso dall’indigenza.

Commedia corale, recitata da un numeroso e affiatato team attoriale catanese, ben coordinato dalla regia di Giuseppe Romani, su cui spicca l’anziano mattatore Tuccio Musumeci (anche apprezzato Direttore artistico del Teatro “Brancati” e amatissimo “divo” locale- nella foto, in alto) nei panni del Marchese, appaiato da un’impetuosa e linguacciuta Rossana Bonafede (donna Prazzita) e da uno stentoreo Riccardo Maria Tarci (don Jiabicu Tinurata), entrambi portatori (insieme al resto degli arricchiti) d’una divertente parlata siculo-italiana con cui Martoglio schernisce la sua sgangherata borghesia “arrupudduta”, regalando al pubblico momenti di esilarante comicità.


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“Il Marchese di Ruvolito”, commedia in tre atti di Nino Martoglio

Interpreti/Personaggi: Tuccio Musumeci (Il Marchese di Ruvolito), Rossana Bonafede (donna Prazzita), Riccardo Maria Tarci (don Jiabicu Timura), Giovanni Strano (Adolfu), Claudio Musumeci (il baronello di Mezzomondello) Turi Giordano (don Neddu Grisi), Maria Rita Sgarlato (donna ‘Nzula), Roberta Andronico (‘Mmaculata), Fabio Costanzo (Tanu Conti), Enrico Manna (il signore Mangialardo), Donatella Liotta (la signora Mangialardo), Antonio Castro (il barone di Mezzomondello), Marina Puglisi (Teresina), Daniela Ragonese (Marianna), Savi Mannà (Capostazione, Notaio, Ufficiale Giudiziario), Luigi Nicotra (Servitore).

Regia: Giuseppe Romani; Scene: Susanna Messina; Costumi: sorelle Rinaldi; movimenti coreografici: Silvana Lo Giudice.

Produzione: Teatro della Città

Autore: admin

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