Salvo SCIBILIA- Dario Fo, lezioni da un maestro

 

La testimonianza

 

DARIO FO, LEZIONI DA UN MAESTRO

Dario Fo nel 1985 a Venezia

Un apprendistato di lavoro e tant’altro….

****

Milano, fine anni settanta. Facevo di tutto: come autista guidavo con gioia uno degli ultimi esemplari della Citroen dsPallas; ma andavo anche a prendere il phon speciale per Franca in via Lazzaro Papi, oppure la accompagnavo dalla sorella Pia che aveva in via Unione, una sartoria teatrale; ma scrivevo anche come “Soccorso Rosso” delle lettere ai compagni in carcere.

Aiutavo a scaricare il camion durante le tournèe mi piaceva sentire un gruppo di attrezzisti parlare spagnolo, erano i compagni cileni, rifugiati in Italia per sfuggire a Pinochet e accolti a braccia aperte da Dario. Ma non scrivo per il gusto di evocare una minutaglia di ricordi personali certamente di scarso valore e interesse. Scrivo perché indirettamente ho imparato alcune cose.

Eravamo al Teatro Regio di Parma, con “Tutta casa letto e chiesa” uno spettacolo, come si dice oggi, tutto al femminile, in scena c’era solo Franca. In quel periodo i dolori al gomito e al braccio, conseguenza delle violenze subite nel corso di un’aggressione fascista a Genova nel 73, erano particolarmente acuti.  Quando non eravamo troppo lontani da Milano, Dario (credo che non avesse la patente) la raggiungeva, c’era sempre qualcuno felice di accompagnarlo.

Quella volta Dario, appena arrivato, mi raggiunse all’interno di un palco. Qualcuno della compagnia disse a Franca per confortarlamentre era impegnata nei suoi monologhi, che era arrivato Dario. Lei stava male ma stringeva i denti e andava avanti a recitare. Poi qualcuno della compagnia mi fece segno e io andai dietro le quinte, si capì che Franca non ce la faceva ad andare avanti. Lo dissi a Dario e mi disse di riferirle di stare tranquilla.

Un minuto prima che venisse riaperto il sipario, Dario sorriseai tre o quattro spettatori che erano nel palco con noi e, con grande sorpresa del pubblico, comparve in scena al posto di Franca. Lo stesso sorriso che aveva dedicato ai tre spettatori del palco salutandoli lo estese all’intera platea. Ci fu un diluvio di applausi, poi le risate e gli applausi che si alternarono per tutto il tempo. E io capii che cosa significa improvvisare.

Una nozione che fino a quel momento era stata, almeno nella mia testa, la quintessenza del dilettantismo, si tramutava sotto i miei occhi in qualcosa di fragrante, profumato, immensamente godibile. Forse fu a partire da quel momento che ho cominciato ad amare un certo tipo di jazz.

Un’altra volta, eravamo in una sede della CGL, nella cintura di Milano, in un enorme salone, Dario recitava Mistero Buffo; solo chi ha avuto la fortuna di averlo visto diverse volte sa come e quanto ogni messa in scena sia un avvenimento a parte. Quella volta il palcoscenico era poco più di una predella sollevata a non più di due palmi da terra, elementi scenografici non ce n’erano, e neanche costumi; le luci erano un faretto a molla appeso ad una pertica addossata a una quinta e un microfono con filo che trasformava Dario in uno strano atleta pronto sul palco a sostenere un incontro di scherma. Mentre stava raccontando Le nozze di Cana, col miracolo del vino, nel momento in cui arrivò al punto E la madonna disse…

Il microfono andò fuori uso. Ma Dario non si scompose, andò avanti lo stesso, da grande mimo, senza bisogno delle parole continuava a raccontare e il pubblico a ridere. Ci vollero oltre cinque minuti prima che il microfono venisse riparato (o sostituito, non ricordo), un tempo immenso, a teatro. Quando la tecnologia gli ridiede la voce amplificata, Dario riprese dal punto in cui era stato costretto a interrompere: E la madonna disse…per dio! Ci fu un uragano di applausi. Dario è stato un grande artista, capace di far ridere e sognare, da affabulatore, da mimo per necessità, da uomo che ora dorme col sorriso degli angeli che disegnava nell’aria.

Autore: admin

Condividi