Umberto ROSSI- La tragedia di un uomo pacifico (Gabriele Lavia in “L’uomo dal fiore in bocca”)

 

Lo spettatore accorto*

 


LA TRAGEDIA DI UN UOMO PACIFICO

UOMO DAL FIORE IN BOCCA (L') - 
regia Gabriele Lavia

“L’uomo dal fiore in bocca”

di Luigi Pirandello
Regia: Gabriele Lavia
Scene: Alessandro Camera
Costumi: Elena Bianchini
Interpreti: Gabriele Lavia, Michele Demaria e Barbara Alesse
Produzione: Teatro della Toscana e Teatro Stabile di Genova

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Luigi Pirandello (1867 – 1936) scrisse L’uomo dal fiore in bocca nel 1922 su sollecitazione di Anton Giulio Bragaglia che gli chiese un testo per il Teatro Sperimentale degli Indipendenti. Il commediografo gli propose un copione tratto dalla sua novella Caffè Notturno, scritta nel 1918, pubblicata, poi, col titolo La morte addosso nelle Novelle per un anno. In teatro quel testo diventò L’uomo dal fiore in bocca.

Gabriele Lavia, in veste di adattatore e regista, ha ripreso quel copione, che è il più breve di tutta l’opera del drammaturgo e scrittore, rimpolpandola con pagine tratte da altri testi pirandelliani sino a costruire uno spettacolo che dura un’ora e venti. Un uomo, che ha appena saputo di essere afflitto da un male incurabile, incontra un altro viaggiatore nella sala d’aspetto di una stazione. Fra i due nasce un dialogo, in verità più un monologo da parte dell’ammalato che non un confronto a due vero e proprio, sulla vita, la morte, le relazioni con le figure femminili. Questo, in fondo, il vero tema dello spettacolo con il rapporto amore – odio fra maschi e femmine. Il moribondo palesa la sua avversione nei confronti dell’altro sesso, rappresentato dalla moglie che lo segue e lo spia muta da lontano e che, suggerisce l’attore e regista, forse è il simbolo di quella morte che l’uomo si porta appresso come un’ombra.

L’altro è oppresso di molti pacchetti che ha dovuto ritirare, interrompendo una vacanza, per far piacere ad una consorte e una figlia dolcemente dispotiche. Sono due facce, quella metafisica del destino che grava sull’umanità e quella pratica della vita quotidiana, di un’unica tragedia che incarna le sorti dell’intero genere umano. Una prospettiva dominata dal pessimismo anche se il finale, con la conclusione del rumoroso temporale che ha dominato la scena per tutto lo spettacolo, lascia intravvedere un filo di speranza, meglio di accettazione di un destino immodificabile. Gabriele Lavia propone il classico spettacolo in cui rifulge la capacità affabulatrice degli attori anche a scapito dell’originalità della lettura del copione. Una proposta di taglio non modernissimo, ma corposamente classica.

Autore: admin

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