Cinzia BALDAZZI – “Amore” o della parola ripetuta (la pièce di S. Scimone e F. Sframeli al T. India, Roma)

 

Il mestiere del critico


 

“AMORE” O DELLA PAROLA RIPETUTA

 


 

Torna in scena l’atto unico di Spiro Scimone con la regia di Francesco Sframeli – Al Teatro India, Roma

 

Dell’amore: cosa esiste di più bello dell’amore per una donna come me, che ha voluto – nonostante i tempi passati e attuali – sempre conservare una buona dose di romanticismo d’antan? E Amore è proprio il titolo dell’atto unico di Spiro Scimone in cartellone al Teatro India di Roma, assieme al partner storico e regista Francesco Sframeli, che mi appresto, dopo aver attraversato un lungo spazio sterrato, a vedere per poterne “parlare” insieme. A pochi passi dal botteghino, sono ancora incollata al telefonino con una, carissima, di voi. E la promessa è invariata: cercherò di trovarvi un posto accanto al mio.

Di Scimone, protagonista del teatro di ricerca, so bene quanto non creda nelle entità assolute, e per conoscere lo spazio in cui si trova con noi, nelle sue rappresentazioni, sia convinto della necessità di percepirne e farne percepire i limiti. La sua breve pièce di cinquanta minuti, dedicata al nobilissimo sentimento, al legame affettivo e sessuale alle origini dell’umanità stessa, si potrebbe dire, è tutta racchiusa in tale contesto. Pertanto sarei pronta ad assistere, a essere chiari, a divagazioni amorose non in stile prevertiano o alla Paul Éluard.

È quasi se palcoscenico e platea si trovassero di notte nell’oscurità: una volta entrati in sala, prima di sedere non è possibile misurare con gli occhi le pareti dello spazio. Per farlo, dovremo essere aiutati dagli autori. Mi chiedo infatti dove abbia inizio il “rappresentato”, con i quattro attori in scena, e dove finisca, con noi ad assistere in una prigione di muri di pietra (le tombe-giaciglio, unici elementi in campo), con virtuali porte di ferro (ogni serie di handicap affettivo, sessuale, psico-fisico, linguistico, dei quali ascolteremo “gioie e dolori”) ad ostruire ogni soluzione conciliante, ma con grandi finestre, sia pure misteriose, in contraddizione con le fessure anguste concesse dall’allineamento sociale e relazionale rappresentato, spalancate verso il futuro. È vero che, a metà dello spettacolo, appare chiaro come il futuro coinciderà la morte. Purtroppo per noi, non sono Scimone e Sframeli a deciderlo: è il nostro destino.

Al centro, in uno spazio spoglio, con i cipressi dagli effetti bronzei disegnati sullo sfondo, dunque sorgono un paio di lapidi di marmo bianco, inclinate verso gli spettatori e sormontate da una lastra decorata di croci. Non sono stupita: eros e thanatos camminano insieme dalle origini e il presagio funebre non vuol dire affatto che la passione non viva un suo itinerario ricco e coinvolgente.

Nel buio, però, silenziose entrano due ombre. Riaccesa la luce, una donna è lì, seduta a lavorare a maglia e, quasi fosse un’esortazione confortante, dichiara: «Amore, oggi tocca a noi», rivolgendosi al marito intento a spruzzare intorno aria profumata. Indossa uno stretto e dimesso cappottino rosso, ha i capelli raccolti sul volto segnato: nondimeno, dell’età lontana rimane traccia nelle ballerine nere con adolescenziali calzini bianchi. Provo un senso di tenerezza, ben oltre l’impulso di pena suggerito dal quadro di una femminilità matura, alle soglie della vecchiaia, nel quale ognuna di noi, prima o poi, si raffigura.

La memoria del passato è formidabile. I momenti di intimità di allora si ribaltano nei medesimi gesti, ma ora il “contenuto” è differente: da sposini era bello lavarsi i denti insieme, adesso tuttalpiù si mettono in comune le dentiere. In gioventù bruciava il fuoco della passione, e nemmeno tanto, a dar retta alla signora: l’uomo, infatti, non può cancellare il ricordo traumatico di un incontro interrotto dall’arrivo dei vigili del fuoco. Da allora, sembra, l’atto sessuale in procinto di concludersi non si è ripetuto.

«Ma ora non arrivano i pompieri, amore. Ora no». Non ha finito di dirlo che, al contrario, ne irrompe una coppia in servizio: uno, il bravo Gianluca Cesale, spinge un carrello da supermercato attrezzato con sirena lampeggiante, manubrio e specchietti retrovisori. Dentro è rannicchiato il comandante-autista, lo storico Francesco Sfameli.


Anch’essi rievocano il passato, impegnati a spegnere le fiamme: «Ma ora le fiamme non si vedono…». E mentre gli “sposi” si nascondono dietro la lapide, i militari girano vorticosamente intorno alle tombe, con l’ufficiale impegnato in curve strette e pericolose con il suo piccolo volante da autoscontro. Non mi soffermo sui dettagli della trama-intreccio (scarsi seppure importantissimi, rilevanti), per non svelare il cuore dello spettacolo, assai importante costituendone, in effetti, la proposta migliore, nella povertà e semplicità voluta dell’allestimento, dei mezzi capaci di invogliare personali proiezioni immaginarie.

Tutti entrano in scena e ne escono (in realtà l’uscita sarà impropria…) come nostri fratelli: moglie e marito si allontanano progressivamente dal centro sicuro della gioventù erotica e domestica, comandante e sottoposto da quella lavorativa e mascherata dalla gerarchia. Nonostante ciò, è una sicurezza illusoria: la giovinezza, in ogni senso, aveva negato ogni diritto, tra i vari valori umani, per primo all’eros. Non soltanto perché è la società stessa a conoscere al suo interno solo gli individui scoperti, inseriti in essa, tenendo nascosta l’impotenza del partner e la mancanza di erotismo della donna, cercando per gli altri di occultare nella vita di caserma l’omosessualità emarginata e nascosta, in una versione nostrana del don’t ask, don’t tell d’oltreoceano.

La protagonista di Amore, a livello di messaggio, credo sia Giulia Weber (anche se, ho saputo, è la prima presenza femminile in assoluto nel teatro di Scimone e Sframeli), infelice compagna di un incontinente la cui caratteristica principale, di cui siamo costantemente informati, è oggi lo stato del pannolone, in passato l’assenza di desiderio («Tu, amore, non volevi mai andare fino in fondo…»). L’aspetto fondamentale della figura non consiste nella profondità della sua anima, piuttosto in quella della sua umanità, nella leggerezza dei pensieri su argomenti a dir poco drammatici. Dal profumo discreto dell’interiorità maniacale, trapela il presagio di una morte non combattuta a causa delle risorse insufficienti.


Il vigile meno anziano è ancora affettivamente esposto verso il capo: si offre di spalmargli una crema sulla schiena, ma si sente rinfacciare una forma di gelosia assai originale. Quando scorgeva l’eroico comandante, anni prima, riapparire dal palazzo in fiamme portando in braccio la persona salvata, era assalito da gelosia accecante. L’incendio, protagonista assoluto del racconto, oltre ad aver visto in campo la coppia omosessuale unita e tormentata dalla gelosia, nei confronti degli etero è invece temibile in sommo grado, perché una volta li coinvolge in casa mentre si stanno baciando, l’altra li coglie all’interno di un appartamento nell’atto di portare a termine l’atto sessuale.

Nell’Ottocento, lo scrittore e pedagogo austriaco Adalbert Stifter, rispetto ai disastri provocati da elementi della natura, tra i quali gli incendi, scriveva: «Il soffiare dell’aria, lo scorrere dell’acqua, la crescita delle messi, l’ondeggiare del mare, lo scintillio delle stelle, io li considero grandi: ritengo che la bufera che grandiosamente incede, il fulmine che fende le case, la montagna che erutta fuoco, non siano più grandi di quei fenomeni, anzi, li considero più piccoli, poiché sono gli effetti di leggi molto superiori». In chiave allegorica, i protagonisti di Amore, in gioventù, si dicevano scossi da irresistibile paura e meraviglia (il marito non la bacerà più dopo l’arrivo dei pompieri, questi ultimi sono sistematicamente interrotti dalle emergenze).

Proseguiva Sifter: «Ma quando cominciarono a capire, quando il loro sguardo cominciò a dirigersi sulle connessioni» (per noi, l’impotenza del consorte e la discriminazione dei gay in divisa), ebbene, «i singoli fenomeni tramontarono e si levò sempre più in alto la legge, i fatti meravigliosi cessarono». Al primo ingresso, il comandante (impersonato da Francesco Sframeli) lamenta: «Oggi le fiamme non si vedono più». Come nella natura circostante, quella dove divampano incendi boschivi, le leggi generali operano silenziose e incessanti, se in qualche modo fulmini, tempeste, risacche, non vengono contrastati con i migliori mezzi a disposizione.


«E solo l’animale, che soggiace all’uomo, è l’eroe della vita», scriveva Karl Kraus. È la sofferenza “da cani”, riproposta in maniera ossessiva dal giovane militare a commento del dolore provato negli anni di lunga fedeltà al comandante, in una delle ricorrenze commoventi dello spettacolo. Lo scrittore austriaco precisava le ragioni della scelta di paragonarsi all’animale: «Vero specchio di virtù della creazione, in cui fedeltà, purezza, gratitudine ci sorridono da tempi perdutamente lontani». Nesso centrale della pièce, i dialoghi intessuti di iterazioni continue, strazianti, provocatorie, mettono a nudo l’anima: i quattro personaggi hanno sofferto, soffrono “come cani”, ma hanno reagito, reagiscono, da esseri umani.

Scriveva il medico russo Ivan Petrovič Pavlov: «Nel mondo animale in sviluppo, nella fase umana, è avvenuta un’aggiunta eccezionale al meccanismo dell’attività nervosa. Per l’animale la realtà viene segnalata esclusivamente mediante eccitazioni». In Amore, Scimone mette in scena appunto le sensazioni legate al sesso. Non solo: le tracce di queste eccitazioni nei grandi emisferi, «giungono direttamente alle cellule dei ricettori uditivi, visivi e altri dell’organismo». I protagonisti non sentono il richiamo sonoro della sirena né vedono alcunché, perché intorno all’esserci, al trovarsi, non c’è nulla. Ma, per quanto possa personalmente credere, nel profondo, che lo sguardo di un cane, di un cavallo, di un gatto, possano “parlare” una loro lingua, ad essi la parola manca. Mentre per noi, spiegava Pavlov, «la parola ha costituito un secondo sistema segnaletico, essendo ‘segnale dei segnali».

Prendiamo in prestito proprio da Pavlov alcune righe per commentare l’intero tessuto tecnico-semantico dei dialoghi di Amore: «Numerose eccitazioni tramite la parola ci hanno da una parte allontanati dalla realtà e dobbiamo tenerlo continuamente presente per non travisare i rapporti con questa. D’altronde, è stata proprio la parola a farci uomini». E i nostri eroi, dello strumento linguistico fanno l’uso massimo possibile. Scelgono alcune entità lessicali, le ripetono, se le scambiano identiche reciprocamente (senza coniugare in prima persona i modi verbali) per dimostrarne il significato universale, non personale. Appena un accenno di turpiloquio si affaccia nel discorso femminile, lui la osserva sorpreso e si sente rispondere: «Le parolacce, amore. Invece di pensarle, ho iniziato a dirle».

Certo, sono termini frequenti e insistiti a un livello che non prediligo al massimo, sebbene la loro struttura fonetica, lo scarno patrimonio del vocabolario, la conseguente tecnica rappresentativa e le costruzioni semantiche del messaggio poetico siano autorevole connotato della sfera dell’arte: ovvero, avverto la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa che, nonostante l’apparente reiterazione, è stato appositamente creato per liberare dalla percezione dell’automatismo, complice di tante discriminazioni, del tentativo di nascondere (per paura di essere ritenuti inferiori) tanti handicap con possibilità di soluzione.


Con ciò si spiega, nell’opera di Scimone e Sframeli, l’atteggiamento nuovo, per modo di dire (vista la lunga vita, ormai, del teatro di sperimentazione), di fronte all’oggetto scenico, ridotto per un verso a una banale presenza tale da non dover distrarre lo spettatore dall’ “ascolto”  di quanto esso comporta; dall’altro, trasformato e modificato, secondo una celebre definizione del critico letterario Viktor Šklovskij: «Questo atteggiamento nuovo di fronte all’oggetto, che si riduce al renderlo più percettibile, costituisce appunto quell’artificio che, secondo noi, crea l’arte». Ora la lastra funeraria si trasforma: sui lati si aprono due cassetti, vengono estratti lenzuola e cuscini, in un attimo il letto matrimoniale è pronto. Tirata la cordicella pendente dalla croce, a mo’ di abat-jour, la luce si spegne. From the cradle to the grave, dalla culla alla tomba: il cerchio si è chiuso.

Ora, sempre seduti sulla lapide, la moglie fa il pedicure al marito, mentre lui si lima le unghie. «Dobbiamo andare», avverte la donna: «A fare il viaggio, il nostro viaggio. Come quando eravamo giovani». Si innesca di nuovo il meccanismo della memoria, delle azioni compiute o rimaste nella sfera delle intenzioni. L’uomo guarda nel vuoto, o fissa sperduto gli occhi della compagna: «Non me lo ricordo». Pronta è la risposta: «Me lo ricordo io, amore…».

L’ingresso della bumper car dei pompieri avviene ora in silenzio: osservano i coniugi assopiti, tirano fuori la biancheria, si coricano. Le coppie, quasi fossero vicini di casa in conversazione dai balconi, scambiano consigli. Lei non può fare a meno di nascondere le pulsioni senili: «Amore, da vecchi possiamo fare tutto quello che ci siamo dimenticati di fare da giovani», e torna il buio.

Gli amici vigili sono ancora svegli: il contrasto sentimentale li riporta indietro nel tempo, agli incontri clandestini dietro l’autobotte, alle indecisioni del capo sulla “posizione”, alle idee chiare del sottoposto, fino alla fatale, ricorrente, interruzione dell’allarme a richiamarli in servizio. La giornata si chiude con un bacio. Anche il secondo sudario viene tirato. «Sotto il lenzuolo ora c’è solo il silenzio».

Lasciando la sala, sono còlta da infinita tristezza, analoga a una forma di dolore, seppure durante la pièce abbia sentito pronunciare la parola “amore” con una frequenza rare volte sperimentata, e con grande risonanza emotiva. All’esterno, mi sorprende il volto di Pier Paolo Pasolini illuminato da uno spot, un gigantesco mural sulle rovine della ex-fabbrica Mira Lanza ora risorta come spazio teatrale e multimediale. Perché lui? mi chiedo. Volgo lo sguardo verso la strada e, al di là degli alberi, oltre la sponda del Tevere, scorgo il gazometro, luogo fisico di incontro di tanti personaggi del suo mondo poetico.

Infine, capisco tutto. La Musa, questa volta, acconsentendo volentieri ad abitare alla periferia del grande centro storico romano, sotto l’egida del lontano Teatro Argentina, ha dato voce alla «distinzione tra gli uomini pieni di pregiudizi e quelli che ne sono immuni». Ad averlo detto non sono io, bensì Max Horkheimer, amato e rimasto impresso nella memoria dei miei vent’anni.


Amore

di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli

con Francesco Sframeli (il comandante), Spiro Scimone (il marito), Gianluca Cesale (il vigile), Giulia Weber (la moglie)

scena Lino Fiorito
luci Beatrice Ficalbi
foto di scena Paolo Galletta

produzione Compagnia Scimone Sframeli
in collaborazione con Théâtre Garonne Toulouse

Autore: admin

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