Francesco NICOLOSI FAZIO- Fabbrica di cultura, cultura della fabbrica (in morte di Dario Fo)

 

Testimonianze



FABBRICA DI CULTURA, CULTURA DELLA FABBRICA

18/06/2014 Roma. Letterature. Festival Internazionale di Roma, XIII edizione. Conferenza stampa di Dario Fo

La scomparsa di Dario Fo come scomparsa del popolo

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Un personale ricordo. Nel 1995 a Montegrotto furono premiati Vanessa Redgrave e Dario Fo. Il futuro premio Nobel si prestò a qualche domanda. Un triste governativo colse l’occasione per un insulto: “Invece di Dario Fo, lei dovrebbe chiamarsi Dario Fu!”. La risposta del grande Dario fu sibillina e pressoché inspiegabile: “Tutti i miei testi sono stati tradotti nelle lingue scandinave”.

Solo all’assegnazione del Nobel capimmo: condizione necessaria per conferire il premio Nobel per la letteratura è che l’autore sia stato pubblicato in Svezia. La grande “fabbrica” culturale mossa da Dario Fo lavorava da anni per l’obbiettivo raggiunto. Ci aspettiamo che, in altro articolo, ci ricordi quella atmosfera culturale Salvo Scibilia.

Tra qualche secolo speriamo che si parli ancora di Dario Fo, non sappiamo con quale giudizio. Oggi, controvoglia, sintetizziamo: grande autore, buon scrittore, discreto attore. Certamente grande operatore culturale, la sua organizzazione è stata una “fabbrica della cultura”. Un grande amore per l’umanità che si materializzava mediante una fucina di idee e variegate attività culturali.

Ma Dario Fo era diventato l’operatore culturale più vivace nella buia Italia degli anni settanta, anche grazie alle fabbriche. Le fabbriche occupate dove lui rappresentava i suoi spettacoli “vietati” nei teatri ufficiali, teatri di un’Italia che purtroppo tanto ricorda quella odierna. Ma anche perché dalle fabbriche veniva il “popolo” dei suoi spettatori, come pure i temi sociali delle sue opere.

Ecco, rispetto agli anni settanta, l’enorme differenza che ci angoscia: oggi non ci sono più le fabbriche. E con le fabbriche è scomparso pure il popolo. Oggi è scomparsa pure ogni traccia di solidarietà, siamo una informe massa di piccolo-borghesi, che non riescono ad individuare il loro ruolo in una società artatamente e volutamente “fluida”. Oltre la crisi questo è il motivo della grande alienazione odierna.

Proust ci descrisse la scomparsa della nobiltà a causa della prima guerra mondiale. La seconda guerra (già ci avvertirono Adorno e Quasimodo, nel parlare di poesia) e la presente terza guerra mondiale hanno completamente distrutto il popolo. Quest’anno triste, dopo Eco e Pannella, mancando pure Dario Fo, non possiamo più nemmeno sperare in un aiuto, magari sotto forma di uno sberleffo irriverente.

Autore: admin

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