Ruben SABBADINI – “Paratattico” (racconto breve)

 

 

Io scrivo

 

 

PARATATTICO

 


 

Ho questione seria, che mi opprime e mi blocca la scrittura. C’è chi dice che sono paratattico. Oddio è grave? si guarisce? o per sempre sarò allontanato dai veri amanti della Letteratura? Lo sapevo di essere un abusivo, di essere entrato nel salotto buono con gli scarponi sporchi di fango, che non è il posto mio. Sono paratattico, ecco la questione e si attacca a ciò che scrivo come un virus. Dovrei scrivere in camera sterile e, anche lì, probabilmente, riuscirei ad infettare ciò che esce dalla mia penna.

Non vorrei si sapesse, mi spiacerebbe essere additato, di sottecchi, per le vie del borgo. Io qui ci devo vivere tutti i giorni e la stigma di paratattico vorrei evitarla.

Non ho ben capito se sia malattia ereditaria o si acquisisce, nel qual caso dove e come. Dovrei rileggere gli scritti di mio padre, ma ho paura di trovare lì, da una lontana infanzia, i miei prodromi. Son sicuro che la paratassi sia stata, se non altro, agevolata dai miei studi scientifici. Non si passa indenni per quelle forche caudine. Il Nostro diceva di noi che “ci nutrivamo di pseudoconcetti”, i concetti, quelli loro, albergavano in altre facoltà. Per fortuna eravamo pochi, un’infima minoranza e l’infezione rimaneva circoscritta. Inoltre i più tra noi sapevano bene di esser di altra razza e mai avrebbero varcato i portoni dei templi dell’Arte, se non in punta dei piedi e sicuri di essere stati invitati. Ad ogni buon conto sapevano bene fosse prudente fermarsi nelle ultime file, spettatori abusivi.

Qualcuno, invece, non aveva sufficiente cognizione del sé e pensava, ingenuamente, che questo nostro Novecento avesse portato, insieme alla democrazia, anche l’uguaglianza. La presunzione li aveva portati, sparuto gruppo, a sentirsi pari e ad organizzare convegni di filosofia, persino. Furono messi a posto in un lampo. Il mio maestro Enriques fu pubblicamente bacchettato per tanto oltraggio, barcollò ma non si piegò (ed era troppo educato per piegarsi alla Bertoldo, dovettero passare quasi cinquant’anni perché lo facessero prima i Corvi e poi gli Indiani metropolitani). Ma il monito fu chiaro a tutti: ciascuno al suo posto, i paratattici con i loro, similes cum similibus.

Inoltre la malattia è malattia recente, novecentesca. Ed io, ma non i miei feroci critici, sono uomo del novecento. Di quelli che non credono alla Verità, che scorgono la complessità del reale nelle sue mille sfaccettature e se ne beano, perché lì c’è la ricchezza: la figura ambigua, quella che può essere letta in diverse maniere, financo antitetiche, è il nostro emblema. Capite bene che non sia un dogma che, rifiuto di verità rilevate e paratassi, vadano a braccetto; ciò non toglie che, talvolta, la nefasta commistione si palesi e che, quando questo avvenga, la miscela possa essere ancor più esplosiva dell’incontro tra composti dell’azoto e glicerina (per gli immuni da paratassi segnaliamo che Nitrum è il nome latino di Azoto e questo, se non spiega la similitudine, la rende intellegibile ai più).

Comunque sintomi gravi li ricordo fin dalla gioventù: della letteratura odiavo (per rischi di complessità e tedio) le lunghe descrizioni, l’indugiare nei particolari, il voler dir tutto e palesare ciò che sarebbe stato meglio celare, lasciandolo all’immaginazione. Scoprii il mio 25 Aprile (metafora che dovrebbero capire tutti nei due opposti schieramenti) nell’Impressionismo di cui divenni fanatico (qualche paratattico estremista direbbe fan, ma io non vado così oltre). Cos’è l’Impressionismo in Letteratura? forse qualcuno gli negherebbe cittadinanza, addirittura potrebbe, poggiandosi su certa tradizione, considerarlo un ossimoro. Io però amo i centauri (sineddoche di ardua decodifica) e me ne nutro (il senso metaforico, dovrebbe esser ben chiaro, altrimenti morirei di fame). Eppure quelle rapide pennellate che adombrano una ricchezza che non appare sono la mia cifra.

Vado al sodo, lo so, mentre ad altri piace indugiare e crogiolarsi e ricamane nella lingua fino a rimanervici impigliati per sempre. È lì il loro rifugio, nella bella forma che trasla la bella morte di antico retaggio. Io, di converso, amo la vita e includendo in questa il lettore che ha spirito proprio e propria intelligenza (nel senso etimologico) e ce la fa da solo, senza la nostra guida, a ritrovar la strada; noi dobbiamo solo accennargli il sentiero, meglio un tratturo che si rinnova in ogni stagione.

Probabilmente sono irrimediabilmente paratattico e la condanna è certa: sarò fuori dei giochi, lontano dai riflettori, emarginato per il mio handicap. Dovrei smettere? farmi da parte? lasciare a chi è del mestiere? Ma non si riduce al silenzio una voce, mai, e non c’è bisogno di Voltaire per ricordarcelo. E poi mai con un epiteto!

Autore: admin

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