Cinzia BALDAZZI – L’anteprima dell’anno: “Americani” (la pièce di Mamet all’ Eliseo di Roma)

 

 

Il mestiere del critico

 

 

L’ANTEPRIMA DELL’ANNO: “AMERICANI”

 

foto Bepi Caroli

In scena fino al 30 ottobre una versione di Glengarry Glen Ross curata da Luca Barbareschi con regia di Sergio Rubini – A Roma, al Teatro Eliseo

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«Il pubblico non soffre, non stupisce, non si meraviglia né gioisce più di quanto non abbia fatto l’autore», leggo poco prima di uscire di casa. «Ipotizzare che uno scrittore possa, grazie alla sua padronanza del mestiere, sfuggire o evitare lo sforzo creativo è un errore pari a confondere lo studio della teologia con la preghiera. Le regole della drammaturgia sono poche, la loro applicazione è difficile, il loro prodotto insolito, originale e sorprendente, vale a dire: drammatico». Sono affermazioni appartenenti a David Mamet, grazie al quale, dopo la pausa estiva,  sarei tornata a sedere in platea per una recensione teatrale: accanto all’incoraggiante stato d’animo  di poter riprendere “alla grande” un’attività alla quale tengo moltissimo – con cui sono “cresciuta” nel senso effettivo del termine – dinanzi a tali prospettive d’impegno, confesso di aver provato inquietudine. Di sicuro, con un posto apriori garantito a lato dell’autore, utopicamente in persona: ma pur sempre lì per conto mio, per voi. Speriamo – ho “pensato” – di saper rendere il messaggio mametiano secondo modalità adeguate alle sue condizioni creative: al “pensiero” di tutti il grande Mamet attribuisce, del resto, grande importanza e rilievo nella drammaturgia: «Nel corso degli anni, vari giornalisti e altre persone rispettabili mi hanno chiesto: “Dove prende le sue idee?”, al che di solito rispondo: “Le penso”. Mi permetto di scherzarci su perché la verità è ben più orribile: non lo so; ne ho pochissime».

Ironicamente rincuorata dall’evidente battuta di spirito, mentre lascio la macchina per salire le scale dello storico spazio di via Nazionale dove ho visto per l’ultima volta Romolo Valli, il mio mito assoluto delle scene, chissà perché penso a lui, ancora in fila al botteghino per ritirare il biglietto dell’anteprima inaugurale della stagione al Teatro Eliseo con Americani, ovvero il celebre Glengarry Glen Ross: capolavoro complesso del commediografo, sceneggiatore, produttore cinematografico, regista e saggista statunitense David Alan Mamet, originario di Chicago, figlio di ebrei russi, con il padre  avvocato, specializzato in diritto del lavoro (e si vede…) e la madre insegnante. Ha ottenuto due nomination agli Oscar per lo screenplay de Il verdetto nell’83 e di Sesso & potere nel ‘98. E soprattutto, nell’84, proprio con Glengarry Glen Ross ha vinto il Premio Pulitzer, adattandolo in seguito per lo splendido film diretto da James Foley e distribuito in Italia con il titolo Americani.

L’edizione in cartellone sino al 30 ottobre, tradotta da Luca Barbareschi (lo scorso giugno inoltre pubblicata, insieme alla versione italiana di American Buffalo, dalla casa editrice Sillabe), vede scendere in campo – in particolare in quello di una feroce rappresentazione del mondo degli affari di ordine capitalistico statunitense, “trasportata” a Roma e dintorni – performer come Sergio Rubini (regista), Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari, Roberto Ciufoli, Gianluca Gobbi, Giuseppe Manfridi e Federico Perrotta.

Sono emozionata: l’intero incasso verrà devoluto alle popolazioni colpite dal terremoto. Non bastasse, chiuso il sipario (forse al fine di personalizzare in misura maggiore la raccolta fondi), verrà offerta un cena speciale a base di gnocchi alla amatriciana accompagnati dal buon vino di casa Tognazzi. È pieno di fotografi, scambio saluti con gli amici, ed eccoli pronti a immortalare l’ingresso di Umberto Orsini in giacca chiara, Franco Nero con codino, la giornalista del TG2 Maria Concetta Mattei in bianco, Rocco Papaleo, Giulio Scarpati, Rosanna Cancellieri, il regista Giulio Base con la moglie p.r. Tiziana Rocca. Mi guardo intorno soddisfatta, stringo le mani per ammirazione, affetto, rispetto.

D’improvviso avverto una sensazione: è come se la figura di Valli, in qualche angolo dell’anima, mi indicasse la strada giusta da percorrere nell’importante e significativa serata dove siamo coinvolti noi presenti. E ne comprendo il motivo: nello sguardo “a più obiettivi” del nostro grande attore, con il cappello in mano di Martino Lori, ignaro – l’unico – del sommo inganno ai suoi danni (in Tutto per bene di Luigi Pirandello), oppure, svelto, elegante ma senza ricercatezza, nella giacca viola con risvolti e alamari neri di Lamberto Laudisi, ostinato e incauto difensore della verità-cattiva a ogni costo (in Così è se vi pare), ho percepito di aver potuto vivere già con lui una sorta di anticipazione originale e e indipendente, in un’area creativa di chiave visionaria poi, in ordine cronologico, liberamente recepita e gestita da Mamet. Certo, “diversa” nella storia, nella lingua, comunque immancabilmente studiata per mettere in luce azioni, catene di trama-intreccio orientate (anzi, alimentate) da una profonda coscienza dell’arco del mistero vivo nel conflitto onnipresente tra verità e menzogna.

Mi riferisco alla poetica di Mamet, da tanti critici denominata “del doppio fondo”: attrazione verso il mistero, lotta spietata fra verità e menzogna, che ha del resto costituito l’istituzione principale del teatro e del cinema di Romolo Valli, nelle vesti di interprete. Mi riferisco ai suoi molteplici ruoli drammatici – non solo alle creature pirandelliane citate, per eccellenza sotto tale punto di vista – e, largamente, all’intera sua modalità di rappresentazione simile alla poetica di David Mamet: quest’ultima appare finalizzata e potenziata da uno straordinario tocco capace di delineare con coraggio di verosimiglianza – spesso turbata, coinvolgente, mai rassicurante – una galleria di personaggi contrapposti in violenti e ironici scontri in apparenza verbali, in realtà cosali, concreti, efficacemente materiali, a volte persino coincidenti con dolorosi o strazianti colpi bassi: è la bolgia del real estate di Americani, il girone infernale della competizione tra colleghi per spartirsi terreni e immobili da proporre a un mercato già in crisi, sintetizzata in una delle frasi di lancio nel Theater District di New York: «Amici veri. Amici generosi. Amici per la pelle. Degli altri».

foto Bepi Caroli

Sulle note di regia, Sergio Rubini spiega: «Americani è una critica alla società capitalistica. Ti impressiona in quanto anticipa le bolle economiche, i mutui subprime, la Lehman Brothers, il naufragio dell’economia folle. Racconta di sette personaggi, figure di poveracci che un sistema disumano creato dagli umani costringe a sgomitare per restare a galla».

L’immediatezza evocativa, l’intraprendente vivacità, la fedeltà al gergo della strada (un turpiloquio insistito e notevole), la rete di battute con cui Mamet riesce a costruire e a de-costruire le storie, realizzano l’autentica cifra espressivo-artistica, l’universalità, ben oltre l’attuale orizzonte di globalità massmediale. Al contrario, riconducono a una cosalità della vita resa arte secondo iniziative polivalenti: lo hand-made di ispirazione autenticamente statunitense, per noi di ordine rinascimentale. I suoi uomini fanno tutto, da soli o con altri: se avessimo il compito di elencare ciò che Mamet “non ha fatto” per il cinema in sé, ad esempio, probabilmente dovremmo limitare la risposta a due mestieri: l’elettricista, forse, o il doppiatore. Il resto, per Mamet c’è stato, avendo rivestito i ruoli significativi tipici della settima arte, della letteratura, della drammaturgia, della poesia in versi.

Oggi è conosciuto nel mondo per aver scritto film del livello de Il postino suona sempre due volte e Gli intoccabili, ma sfugge comunque alla classificazione facile di sceneggiatore, essendo artista poliforme e incredibilmente prolifico: 28 film (di 9 dei quali regista), 34 opere teatrali, 3 fiction per la televisione, 21 saggi, 2 raccolte di poesie, 5 libri per bambini, 11 canzoni.

In apertura dell’anteprima, Barbareschi annuncia la raccolta di venticinquemila euro destinati alla gente colpita dal recente sisma: in seguito si sofferma sulla nuova stagione, ideata per essere (come fu nel dopoguerra con Visconti e la Compagnia dei Giovani) centro di cultura attivo, multimediale e informativo. Ricorda brevemente la gioventù, i lunedì sera al Piccolo di Milano con gli interventi di Pietro Citati e Claudio Magris. Invita poi alla ribalta Gianni Letta, presidente della Fondazione Amici del Teatro Eliseo.

Il sipario si apre su un tavolo e due divanetti, allineati sul palcoscenico. I lampadari cinesi incorniciano in successione i personaggi sottostanti. Al centro, siedono gli agenti immobiliari Daniele Sonnino e Tommaso Mariani. Il primo, un tempo venditore di successo («Ho fatto 42 milioni di lire di commissioni nel ’79!»), è ora in disgrazia: spettinato, con una triste grisaglia over size, scarpe dozzinali e una cravatta esageratamente lunga, non riesce più a vendere. Assilla il capo chiedendo un buon elenco di compratori motivati. Ormai vige una classifica: i nomi migliori, quelli della preziosa lista A, possono essere assegnati a chi ha già chiuso molti accordi. Gli altri devono accontentarsi di nominativi giudicati poco affidabili. Senza mezzi termini, l’agenzia minaccia di fare a meno dei dipendenti meno brillanti. Daniele protesta: «Ma siamo americani, noi? Veramente volete licenziare gli ultimi della classifica?».

Mariani è inflessibile, però cede al gesto disperato del collega, disposto a corrispondere in cambio il dieci per cento del ricavato. Sonnino fruga nel portafogli, cercando soldi e lamentandosi del sistema: «Le classifiche, questa novità che viene dall’America!». Vuole due nomi per Casalpalocco, ne ottiene uno al Terminillo.

Si accende il lume a sinistra, dando luce a Giorgio Arnone e Giacomo Mossa. Anch’essi salesmen della Micci & Ponti, demotivati, rancorosi, confinati ai margini dei grandi guadagni, sono stritolati da un mercato immobiliare di cui vedono solo i resti (come il cinese Lia Cheng: «Stanno aprendo ristoranti dappertutto…»).

Il primo premio per il venditore, una Mercedes 190, è solo un miraggio: «Se non vendi, sei licenziato». Mossa ha un’idea: introdursi di notte nell’ufficio, rubare la lista dei contatti pregiati e venderli al concorrente Vanni Lepore. Il remissivo Arnone pensa a uno scherzo («Non stiamo parlando di questa cosa per farla, vero?»), poi, comprese le reali intenzioni del collega, si tira indietro. Viene minacciato: solo per il fatto di aver ascoltato il piano, ormai è complice.

Il terzo lampadario inquadra Riccardo Roma, figura di punta della ditta, giovane e ben vestito ma privo di “ricercatezza”. Parla di sesso, soldi, volgarità, per agganciare Gianni Boni, timido e riservato vicino di tavolo. Siede accanto a lui e con falsa nonchalance apre una cartellina invitandolo a valutare la possibilità di acquistare un immobile a Riva del Sole, vicino Pomezia.

foto Bepi Caroli

Calata la tela sul primo atto, nell’intervallo rammento a me stessa il percorso intenso e variegato del testo di Mamet. Andato in scena al Royal National Theatre di Londra nel settembre del 1983, Glengarry Glen Ross ha avuto risonanza mondiale con la “prima” statunitense a Chicago nel febbraio del 1984 e un mese dopo a Broadway, con Joe Mantegna, Robert Prosky e J.T. Walsh. Sui manifesti campeggia lo slogan «Menti. Imbroglia. Ruba. Tutto in orario di lavoro». Replicata a New York nel 2005 con Liev Schreiber, Alan Alda e Jeffrey Tambor, è di nuovo a Londra nel 2007 con Jonathan Pryce. Dopo una versione radiofonica con Stacy Keach, Al Pacino entra, nel 2012, nella parte di Shelley Levene. Nel film, Pacino impersona Rick Roma, mentre il ruolo di Shelley va a Jack Lemmon.

Il titolo originale indica le proprietà immobiliari menzionate nella trama: le Glengarry Highlands e la Glen Ross Farms. L’edizione italiana, lo abbiamo accennato, ha trasferito il racconto dagli Stati Uniti all’Italia, da Chicago a Roma. I luoghi sono quelli circostanti la capitale: Casalpalocco, il Terminillo, Pomezia, l’Olgiata, edifici e terreni proposti con successo ai consumatori tra gli anni ’70 e i primi ’80. L’epoca diviene identificabile da citazioni di prodotti e nomi tipici: la Plastilina, il Pongo, la Coccoina, la Mercedes 190. La traduzione di Luca Barbareschi, con l’adattamento di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, ha inoltre italianizzato i nomi: Rick Roma diviene Riccardo Roma, Shelley Levene è Daniele Sonnino, George Aaronow è Giorgio Arnone e così via.

Il secondo atto spalanca allo spettatore il vasto spazio del salone della Micci & Ponti: un tavolo, due scrivanie, il diagramma con le vendite tristemente in calo, l’archivio. Nella notte qualcuno si è introdotto nel locale e ha sottratto, oltre agli apparecchi telefonici, le liste dei compratori. Intorno al capufficio Tommaso, l’unico intento a raccogliere i fogli da terra e a rimettere in sesto gli scaffali, Mossa, Roma e Arnone discutono l’accaduto, imprecando e avanzando ipotesi sul ladro, fino all’arrivo dell’euforico Sonnino con l’annuncio trionfale della chiusura di una trattativa di ben otto lotti di terreno al Terminillo per un valore di cento milioni di lire. Mariani si complimenta freddamente, Roma lo addita ad esempio di ottimo venditore, Mossa si allontana invidioso e accidioso, insultando e minacciando di passare alla concorrenza. Nella stanza del capo si è insediato il commissario di polizia per svolgere l’indagine sul furto.

Rimasto solo con Roma, Sonnino si lancia in un lungo e appassionato racconto della tecnica, da consumato professionista, dispiegata per convincere il signore e la signora Borghi a firmare la proposta: è il celebre monologo della penna, con la stilografica tenuta in alto come un trofeo, simbolo dell’agognata firma strappata alla coppia di acquirenti. Si diffonde una voce: Micci e Ponti sono in arrivo con le lettere di licenziamento in bianco.

Anche Roma comunica un exploit: ha convinto Boni, l’avventore del bar, a firmare la proposta di acquisto per Riva del Sole. Ma il cliente irrompe nell’ufficio: la moglie vuole annullare il contratto, chiede indietro la caparra, minaccia di ricorrere ai legali e alla polizia. Roma dà il meglio di se stesso per convincerlo a mantenere il contratto, rassicurandolo: l’assegno non è stato versato. L’intervento di Mariani rovina però la messinscena, avvertendo Boni dell’avvenuto incasso. Il compratore, piangente, sempre più terrorizzato immaginando la reazione della consorte, si divincola e riesce infine a lasciare l’ufficio, inseguito da Roma.

Rimangono Mariani e Sonnino: quest’ultimo rinfaccia al capo di aver rovinato il collega mentendo riguardo all’assegno, in realtà non ancora portato allo sportello. Mariani sta per rientrare nella stanza, si ferma e, voltandosi, con un coup de théâtre tra i migliori della serata, chiede: «Ma tu come fai a saperlo?». In effetti lo cheque non è stato portato in banca ed è fermo sulla sua scrivania. Sonnino viene penosamente scoperto: solo lui, colpevole del furto, introdottosi di notte, può averlo visto giacente sul tavolo.

Incolpato, reo confesso, riceve da Mariani un ulteriore colpo di grazia: i coniugi Borghi, firmatari dell’accordo, oltre ad essere «morti di fame», sono «matti come cavalli»: si sentono soli e si distraggono parlando con i venditori, senza aver mai avuto in realtà alcuna intenzione di acquistare. In archivio è conservato un dossier su di loro, perditempo ben conosciuti nell’ambiente.

È ora Sonnino a essere interrogato: preso per il braccio, distrutto, viene trascinato nella stanza per l’inchiesta. Prima di essere condotto via, Riccardo Roma, rientrato e ignaro della confessione, gli chiede con entusiasmo di intraprendere insieme un’attività in proprio: «Questi sono gli anni Ottanta. Soldi veri, soldi a palate!».

Di soldi, in realtà, ne vedo girare pochi. E quei pochi, sono già spesi. Eppure, preferisco il dolore e le difficoltà della crisi alla tragedia dell’inganno.


 

Americani (Glengarry Glen Ross)

di David Mamet

Traduzione Luca Barbareschi   adattamento di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi.  regia Sergio Rubini

Con Sergio Rubini (Daniele Sonnino / Shelley Levene), Gianmarco Tognazzi (Tommaso Mariani / John Williamson), Francesco Montanari (Riccardo Roma / Rick Roma), Roberto Ciufoli (Giorgio Arnone / George Aaronow), Gianluca Gobbi (Giacomo Mossa / Dave Moss), Giuseppe Manfridi (Gianni Boni / James Jim Lingk), Federico Perrotta (ispettore Balducci / Baylen)

Scene Paolo Polli, costumi Silvia Bisconti, luci Iuraj Saleri, regista collaboratore Gisella  Gobbi Produzione Teatro Eliseo. Immagini in prova di Bepi Caroli. Ritratti di Jasmine Bertusi

Autore: admin

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