Matteo TONNICCHI – “Tourbillon” (racconto breve)

 

Scaffale

 

TOURBILLON


 

Un ‘tourbillon’.

Lui: «In gergo tecnico, è una possibile ‘complicazione’ di un orologio. Serve per compensare i piccolissimi effetti della gravità sullo scappamento, garantendo alle lancette una marcia regolarissima».

Lei: «È lì, altrove: où on s’est retrouvés, on s’est séparés».

Al crepuscolo, una pioggerella finissima aveva appena iniziato a cadere; veniva giù leggera leggera. Dal cielo bluastro, flottando sui venti invernali, si disseminava al di sopra dei tetti. Poi planava più in basso, amalgamandosi alla bruma che riempiva le strade: andava a inspessire la cortina umida che ammantava la città tutta in veli lattei e trasparenti.

Incorniciato nella finestra come in un quadretto, quel moto lento e fluido animava l’altrimenti immobile paesaggio cittadino. Osvaldo lo osservava, seduto all’interno del suo caldo e confortevole laboratorio. La luce gialla di un lume gli rivelava il volto; si frammentava sui dettagli delle minutaglie di metallo sulla sua scrivania; creava sottili contorni dorati lambendo le venature dei mobili e delle pareti di legno.

Osvaldo guardava; non vedeva nessuno là fuori. I volumi di nebbia sembravano giocare a cancellare ogni colore, ogni forma: giocare a cancellare il mondo.

Eppure Serafina era da qualche parte, sotto quel cielo, immersa nel bianco freddo e ovattato di quei veli. Veli bianchi, come quelli che le ondeggiavano dal capo, quando declamò il suo ‘sì’ all’altro spezzandogli il cuore. Cuore che aveva battuto veloce, nell’aulire del roseto dove si erano dati segretamente appuntamento la prima volta; la prima volta che la vita aveva lusingato Osvaldo con disegni pronti a venir meno.

Venir meno a quel bacio che egli ancora sentiva sulle labbra, dopo più di cinquant’anni: dolcissimo, se chiudeva gli occhi al ricordo di quello che giurava essere l’istante più bello della sua vita; amarissimo, se li riapriva alla realtà della sua ineludibile solitudine.

Davanti ai suoi occhi, quell’orologio da taschino. Lavorava a quell’ordigno di ruote dentate dal giorno di quelle maledette nozze; ne aveva cambiato il progetto innumerevoli volte. Ora che si era fatto vecchio, sembrava essersi deciso a completarlo, per permettere che quell’oggetto, finalmente, potesse lacerare il giorno e dividerlo in ore.

L’ultima complicazione che voleva aggiungere era il ‘tourbillon’: non aveva mai provato a incorporarne uno, nei tanti orologi che aveva prodotto durante la sua vita. Aveva sempre temuto la creazione di quel minuto dispositivo, una delle vette più alte della micromeccanica, lasciando ogni volta che fossero i suoi operai a occuparsene; era per lui un cimento che lo lusingava e repelleva, tra il desiderio di soddisfazione e il timore del fallimento: una voce che, incessante, gli risuonava funesta nel petto. D’altronde, col passare degli anni, Osvaldo aveva costruito un’aura di esagerata solennità attorno a quel compito: tentare era il suo modo di combattere con onore la sua personale sfida contro la voracità del tempo. E la vittoria avrebbe portato a un ambito trofeo: poter controllare la Gravità stessa, il Tempo stesso.

Scuotendolo da queste grandiose fantasie, una canzone semplice, che suggeriva ricordi lontani nel tempo, si mischiò al soffio del vento nel far tremare la finestra.

Da là fuori, per le strade, dietro il vetro della finestra dell’appartamento di Osvaldo, era possibile intravedere l’irradiarsi di quel chiarore giallo caldo. Serafina lo fissava, mentre camminava cantando nella città, in quella nuvola ghiacciata che la attanagliava; non aveva un posto dove andare, non possedeva null’altro che gli strati di pesanti stracci che indossava, le carabattole che si portava dietro in grandi sacchi di spessa e sporca canapa.

Serafina guardava; le sembrava di scorgere un viso accanto a quel lume lontano. Ma la distanza la confondeva, e l’alone di luce sembrava divertirsi a farla indovinare, velando le forme attorno a esso.

Poi, avvicinandosi, le parve di vedere proprio Osvaldo accanto a quel bagliore. Bagliore dorato, come quelli che, tra gli anelli su ciascun dito, tra i bracciali ammassati ai polsi, sfavillavano sotto al sole splendente della sua giovinezza. Giovinezza che pensò di poter rendere eterna, il giorno che si promise all’altro di fronte all’altare di quella chiesa; quella chiesa, dove lei sapeva nascondersi il cuore devastato di Osvaldo.

Osvaldo, il ragazzo il cui ricordo l’avrebbe perseguitata: dolcissimo, ricordando la sensazione di essere desiderata con una rara inesauribile emozione, troppo grande per la comprensione di una giovane ragazza; amarissimo, al confronto del suo infelice matrimonio che, suggellato per un immaturo desiderio di eterno imprevisto, si logorò lentamente in una realtà dura, si risolse nella sua rovina.

Serafina si appoggiò di spalle alla porta del condominio, sotto l’alta finestra. Era stanca e intirizzita dal freddo; lasciò cadere le sue cose sul marciapiede antistante, dove la nebbia iniziò subito ad avvilupparle.

Chiuse gli occhi, quando dietro la sua schiena la porta si aprì dolcemente.

Approfittandone, entrata, l’anziana donna imboccò direttamente la larga scala a spirale che si trovò nell’atrio, riprendendo a cantare; a ogni scalino, le sembrava di percorrere in senso antiorario il quadrante di un orologio infinito; ogni suo passo si faceva sempre piu leggero e vitale, come se qualcosa stesse invertendo la Gravità stessa, il Tempo stesso. I bianchi capelli riacquistavano l’oro perduto, incorniciando in boccoli le guance che andavano a tornare floride; le vesti logore tornavano nuove di sartoria, aderendo strette ai fianchi che andavano a riassottigliarsi; dal lucernaio del palazzo, su un soffitto così alto da non essere raggiungibile dallo sguardo, la mezzanotte si alternava al mezzogiorno in una successione dapprima lentissima, poi sempre più incalzante, passo dopo passo.

«Devo aver sbagliato qualcosa. L’effetto è troppo forte» ripeteva Osvaldo, mordendosi il labbro inferiore, concentratissimo davanti al suo lavoro.

“No, non ricordo dove, non ricordo quando: è passato tanto tempo. Ricordo solo il bacio, e le rose,” si disse Serafina nella mente. Profumatissimi petali rossi iniziarono a piovere sugli scalini, facendosi subito copiosi; poi iniziarono ad unirsi assieme a formare nuove rose, a richiudersi in boccioli, a rimpicciolirsi nel vuoto; bianchi veli da sposa, dal nulla, andarono a sfiorare la testa della ragazza, per poi perdersi nel nero abisso della tromba delle scale.

Serafina aveva percorso abbastanza giri da essere tornata alla sua prima giovinezza, nel momento in cui la aveva lasciata. In quell’istante esatto, si trovò di fronte alla porta della stanza di Osvaldo. Bussò. E quando si incontrarono, quando si riconobbero, lontani da tutto, lì dove termini di stessa grafia ma significato lontano finalmente perdevano contesto e acquisivano unità, pourquoi se perdre de vue, se reperdre de vue?

Messo in moto, coi suoi colpi onde ’l metal rimbomba, l’orologio iniziò a ticchettare.

«Perdonami» si dissero entrambi stringendosi, «ma eravamo diversi; soltanto ora, ieri, domani siamo la stessa cosa».

 

Il medico all’ispettore di polizia: «No, niente di strano. L’uomo ha avuto un normalissimo infarto» disse, mentre due lettini venivano caricati sull’ambulanza. «Era anziano, succede. Se non me lo diceva lei, non avrei immaginato fosse proprio il famoso orologiaio. Mi sorprende che un personaggio così benestante sia venuto a stare in questo paesino, in un condominio così modesto. I vicini dicono che quell’uomo abbia passato qualche anno qui, in gioventù. Avrà avuto dei ricordi».

Dopo pochi attimi di silenzio, aggiunse: «L’altra è solo una barbona. L’hanno trovata lì, sulla soglia. Penso sia stato per colpa del freddo fortissimo, nel suo caso. Avrà cercato riparo, e avrà trovato chiuso. Li ho mandati insieme; ho messo la stessa data e ora del decesso, ma sono due casi indipendenti. Se vuole può precedermi, poi quando la raggiungo ci penso io a far sistemare i documenti ».

Prima di scomparire nel veicolo, l’ispettore fece un’ultima domanda. Questa colse il medico visibilmente alla sprovvista: «Ah, perché me lo chiede? Sì, ho toccato quel complicato orologio sulla scrivania. Mi ha incuriosito, so che non avrei dovuto».

Aggiunse: «Ma era rotto: pur provando a regolarlo, le lancette si sollevavano da sole, tornando a unirsi».

Lì, in alto: dove c’è il mezzogiorno, la mezzanotte.

 

 

Romano, classe 1984, Matteo Tonnicchi vive a Brighton dove lavora come ingegnere informatico. È autore di racconti e traduttore di testi dal giapponese. Con il racconto Tourbillon inizia la sua collaborazione alla rubrica di narrativa breve di “InScena\Scénario”.

Autore: admin

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