Italo SPADA- Saggistica breve. L’occhio del cinema sul nucleo.famiglia


Saggistica breve




L’OCCHIO DEL CINEMA SUL NUCLEO.FAMIGLIA

Un dettagliato excursus- Da “La colazione del bebè” in poi

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Premessa

Non è difficile capire il motivo per il quale il cinema ha trattato e continua a trattare così ampiamente il tema della famiglia. I narratori, come è noto, attingono volentieri alla fonte dell’autobiografismo. I racconti, direttamente o indirettamente, affondano le loro radici in ciò che si vive, si conosce, si legge, si vede; per questo sentiamo dire spesso “la mia vita è un romanzo” che, tradotto in termini filmici, diventa “la mia vita è un film”. Più difficile scegliere, nel vastissimo elenco dei film che hanno trattato questo argomento, quelli più significativi. Da qui una precisazione e un invito. Selezionare alcune opere e collocarle all’interno dei sottotitoli scelti non è (non può e non vuole) essere l’unica strada percorribile. Chi legge, a seconda delle proprie conoscenze e seguendo l’invito di Umberto Eco, diventi pertanto lector in fabula e arricchisca a suo piacimento questa carrellata di storie, titoli e date.

La famiglia in posa de “La colazione del bebè”

Durante il primo anno della loro attività i fratelli Lumière, seguendo l’itinerario dei tipici amatori, ripresero alcune scene e quadretti di vita familiare. Si trattava di film di brevissima durata, documentari, reportage girati dal vero, teatro filmato. È con La colazione del bebè[1], scenetta familiare senza uno sviluppo narrativo, che la famiglia fa il suo esordio nella storia del cinema. Un bambino in tenerissima età è seduto a tavola in mezzo ai suoi genitori. Il padre (Auguste Lumière), in gilè e maniche di camicia, ha il cucchiaio in mano e cerca di fargli mangiare la pappa. La mamma ha un abito di seta a righe e osserva con tenerez­za gli atteggiamenti e le smorfie del bimbo che agita un biscotto. La scena è ripresa in piano americano perché lo spettatore possa apprezzare le  espressioni semplici e naturali dei tre inter­preti. Gli attori adulti sono “in posa”, come se aspettassero lo scatto di una macchina fotografica. Nonostante apprezzabili sforzi, si nota in loro il disagio di stare davanti a una macchina da presa e una certa preoccupazione ad eseguire gli ordini del regista. Ed è per questo che, alla fine, il personaggio più naturale (più cinematografico, se si vuole) appare proprio il bebè.

Brandelli di muro

Bypassiamo le prime stagioni del cinema per dedicare maggiore attenzione alla famiglia pedinata[2] da sceneggiatori e registi neorealisti. “I panni sporchi” che la censura fascista voleva far lavare in casa, vengono coraggiosamente stesi al sole. La famiglia in crisi de I bambini ci guardano[3], povera e sfortunata di Ladri di biciclette[4] e de La terra trema[5], smembrata dalle passioni di Rocco e i suoi fratelli[6], distrutta dalla guerra di Germania anno zero[7] e de La ciociara[8], illusa e delusa di Bellissima[9] sono amare testimonianze storiche. Si usciva dal secondo conflitto mondiale e le rovine e “i brandelli di muro” non si contavano solo per le strade. Uomini che non erano più tornati a casa, donne disperate, bambini laceri, ideali infranti, facevano del cuore “il paese più straziato[10]. Ritornano, con i versi di Ungaretti, immagini di altre famiglie decimate dalla Grande Guerra e ricordate da registi di vari paesi[11]. Relativamente alla cinematografia italiana, oltre Cavalleria di Goffredo Alessandrini[12], sarebbe sufficiente rivedere le sequenze di due film, entrambi del 1954: quelle dell’episodio Purificazione[13] di Lionello De Felice in Cento anni d’amore e quelle di Pietro Germi in Amori di mezzo secolo[14].

M.&C. – Musica e Cartoons

A riportare la musica nelle case[15] provvedono Robert Stevenson con Mary Poppins[16] e Robert Wise con Tutti insieme appassionatamente[17]. Dal cielo di Londra e da un convento di Salisburgo arrivano governanti di bambini orfani che hanno lo stesso volto[18] e la stessa determinazione a ricomporre il nucleo familiare. Nel 2004, Éric Lartigau, convinto dell’universalità del tema della famiglia[19], per vincere il silenzio e l’isolamento che si abbatte sui sordomuti de La famiglia Bélier[20], farà ricorso alla lingua dei segni e al canto. Gestualità e musica che esplodono nei cartoons dove ricorrono sia il tema della ricerca di una parte mancante della propria famiglia, sia quello di scoprire il mistero delle proprie origini: figli e cuccioli che cercano i genitori e genitori che cercano figli e cuccioli. Si va dalla piccola Anya di Anastasia[21] che non si rassegna a rimanere orfana, a Mulan[22] che compie leggendarie imprese al posto dell’infortunato padre e a quelle di Chihiro che ne La città incantata[23] lotta contro la potente maga Yubaba che ha trasformato in maiali i suoi genitori; dalla gabbianella Fortunata de La gabbianella e il gatto[24] che trova amorevole accoglienza in Zorba e nella comunità dei gatti del porto di Amburgo, a Coraline di Coraline e la porta magica[25] che, trascurata dai genitori, si rifugia in un posto magico e segreto; dalla tenerezza del cerbiatto Bambi[26] rimasto orfano per colpa di un cacciatore, alle avventure di Billy il koala[27] e dell’imbranato Po nella serie Kung Fu Panda[28]; dalle ricerche del tenero Simba de Il Re Leone[29], a quelle del padre del pesciolino Nemo e della pesciolina Dory[30].  In alcune produzioni della Disney appaiono, invece, le famiglie “strane o incomplete” delle fiabe e dei romanzi. E così in Biancaneve e i sette  nani[31] la principessa, esiliata e perseguitata per essere “la più bella del reame”, trova solo fratellini che le faranno da padri e ai quali farà da mamma; in Pinocchio[32] c’è il padre, ma manca la madre (la Fata Turchina ha più che altro il compito di bella, amorevole e celestiale madrina); in Cenerentola[33] ci sono una madre-matrigna e due sorelle-sorellastre, ma manca il padre.

La brutta famiglia

Dalla fantasia alla realtà. La “brutta famiglia” è quella che ha usurpato il termine e l’ha fatto diventare sinonimo di clan fuori dalla legge. Nella trilogia de Il Padrino[34] di Francis Ford Coppola la famiglia Corleone mette le sue mani sul gioco d’azzardo, sulla prostituzione, sul traffico della droga, sulla banca del Vaticano. La guerra con altre famiglie mafiose procurerà attentati, imboscate, vendette, faide a ripetizione. Il massacro non risparmierà nemmeno appartenenti alla stessa famiglia. Nei 10 capitoli della saga de La piovra, realizzati dalla TV italiana e mandati in onda dal 1984 al 1999[35] per un totale di 65 ore, le famiglie mafiose non si contano. Come non si contano più le famiglie della camorra e della ‘ndrangheta della serie I Soprano[36], de L’onore dei Prizzi[37], di Carlito’s Way[38], di Fratelli[39], di Brother[40], di Placido Rizzotto[41], de I cento passi[42], di Era mio padre[43], di Angela[44], di Io non ho paura[45], de La siciliana ribelle[46], de L’intervallo[47], de La mafia uccide solo d’estate[48], di Anime nere[49].

Non solo mafia nell’elenco delle brutte famiglie. Si va dall’umorismo nero delle vecchiette di Arsenico e vecchi merletti[50] e de La famiglia Addams[51], all’horror de La famiglia omicidi[52]; dalla criminalità de Il clan dei Barker[53], alla fantascienza nera dei morti-viventi e dei viventi-morti di The Others[54] e alla cronaca ispiratrice di deviazioni in Room[55] di Lenny Abrahamson e ne Il clan[56] di Pablo Trapero.

La famiglia allargata

La famiglia normale (quella senza problemi, dove tutto fila liscio, si va d’accordo e ci si ama) è poco appetibile e relativamente filmica. Sarebbe come raccontare che un treno arriva in orario. Per dare uno sviluppo alla trama e attirare gli spettatori deve succedere qualcosa. E allora ecco l’idea di narrare (o di fare narrare “in soggettiva” da uno dei componenti) le strane famiglie e/o le famiglie allargate. Matrimoni e convivenze tra persone dello stesso sesso[57], vite in comune ma solo pro bono pacis[58], reazioni dei figli adolescenti[59], intrecci e tradimenti tragicomici[60], segreti e bugie[61]. In un certo qual modo diventano famiglie allargate anche quelle dove entra a far parte della famiglia un animale. Come in Io e Marley[62] di David Frankel, dove un cucciolo di labrador sconvolge e allieta la vita di marito, moglie e tre figli, e nel poetico Il cane giallo della Mongolia[63] della regista mongola trasferita in Germania, Byambasuren Davaa,  dove un cagnolino, salvato da una bambina di 8 anni, salva a sua volta la vita al fratellino della sua padroncina ed entra a far parte di diritto della famiglia nomade.

Gioie e dolori

In Gruppo di famiglia in un interno[64] Luchino Visconti sintetizza le gioie e i dolori del vivere insieme: passione e tradimento, stimoli e fastidi, comunità e solitudine, amore e morte. Insofferenze, insicurezze e frustrazioni che accomunano la famiglia colta e benestante americana in  Interiors[65] di Woody Allen, a quella dei poveri pescatori di Lampedusa in Respiro[66] di Emanuele Crialese. Sono i ragazzi, spesso colpevolmente ignorati dai genitori in crisi, a soffrire i continui mutamenti di gioie e dolori che si respirano dentro casa. Cristina Comencini, sulle orme del padre Luigi[67] e non nuova all’analisi di problemi familiari[68], ne Il più bel giorno della mia vita[69]affida alla piccola Chiara il compito di scavare nei rapporti familiari e glieli fa imprimere nella memoria tramite la videocamera che ha ricevuto in regalo per la sua prima comunione. Temendo di essere abbandonato nel bosco come Pollicino, il piccolo Nicolas[70] si rifiuta di accettare l’idea della nascita di un fratellino che prenderà il suo posto nel cuore dei genitori. Qualcosa di analogo aveva provato anche Sergio, il bambino di 9 anni, protagonista de L’estate di mio fratello[71] di Pietro Reggiani. Piccoli turbamenti che crescono con l’età e costringono adolescenti e giovani a dover rinunciare troppo presto alla spensieratezza dei loro anni per assumersi – come avviene nel film del brasiliano di Cao Hamburger L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza[72], in Juno[73] di Jason Reitman e nel cinema dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne[74] – precoci responsabilità e oneri al posto dei loro genitori. Tra le pareti di casa l’occhio del cinema scopre un universo di felicità e amarezze: famiglie serene che per cause esterne o interne esplodono all’improvviso[75] e altre che dopo liti, incomprensioni e conflitti ritrovano l’importanza del dialogo[76]. Da qui, rimorsi e prese di coscienza per errori commessi[77], sorrisi per la nascita di un figlio[78], pianti per la morte di un componente[79], soddisfazione per gli obiettivi raggiunti dopo anni di fatica e di lavoro[80], allegria per un matrimonio da festeggiare nonostante i pregiudizi razziali[81].

4 registi per le nostre famiglie

Zoomando nella vasta produzione del cinema italiano, è giocoforza selezionare.

Scegliamo quattro prestigiose firme: Fellini, Olmi, Rosi, Scola. Nei capolavori che ci hanno consegnato, dietro le singole storie familiari, affiorano usi e costumi di città di provincia, tradizioni popolari contadine, sogni realizzati o meno di proletari ed emigrati, vizi e virtù della borghesia. Come dire che l’obiettivo si allarga sulla famiglia Italia.

Fellini, dunque, e il suo Amarcord[82] della Rimini Anni Trenta con le feste paesane, la scuola, le adunate fasciste, i personaggi tipici. Al centro, la famiglia di Titta: padre, madre, figli, il nonno che si perde nella nebbia, lo zio matto che si rifiuta di scendere dall’albero perché “vuole una donna”. Olmi, ne L’albero degli zoccoli[83], sposta l’attenzione sulla campagna bergamasca di fine Ottocento. Non una ma quattro famiglie proletarie alle prese con piccole e grandi difficoltà giornaliere: quella dei Ménec sfrattata dalla cascina per avere abbattuto un albero dal quale ricavare gli zoccoli per il figlio; quella della vedova Runk che crede nei miracoli e impasta religiosità e cultura popolare; quella di Stefano e Maddalena che si corteggiano, si sposano e adottano un bambino; quella del Finard che litiga e inveisce persino contro le bestie. Ricordi legati al tempo passato per i Tre fratelli[84] di Rosi, meridionali emigrati, che si ritrovano nel paese di origine per piangere la morte della madre, consolare il vecchio genitore che non si è mai staccato dalla sua terra e rivivere emozioni e sogni della loro infanzia. Sullo sfondo dei rispettivi bilanci di vita il malessere di un’Italia che sta facendo i conti con le lotte operaie e il terrorismo. È dedicato alla famiglia borghese, infine, La famiglia[85], splendido affresco di Ettore Scola. In nove “capitoli” si snoda non solo la vita di Carlo (dal battesimo alla festa dell’80° compleanno), ma anche quella di varie generazioni. Nell’appartamento collocato in zona Prati (come dire: nel cuore di Roma e, pertanto, nel cuore dell’Italia), dal 1906 al 1986, non passano solo nonni, padri, nipoti e pronipoti con le loro aspirazioni, i loro litigi, i loro amori e le loro delusioni, ma avvenimenti storici che vanno dalla prima guerra mondiale all’avvento del fascismo, dalla seconda guerra mondiale al dopoguerra e agli anni della ricostruzione e del boom.

E altri 3 per le famiglie degli altri

La selezione di nomi e titoli si impone anche per quanto riguarda la cinematografia straniera. Film che si fanno largo in una marea di titoli con la potenza delle loro immagini e senza un preciso criterio. Come Fanny e Alexander[86] dove Ingmar Bergman, riprendendo temi a lui cari, mette a nudo miserie e nobiltà dell’agiata famiglia borghese degli Ekdahl. L’austerità del protestantesimo, la canonica come casa, la rigida educazione imposta dai genitori, il rifugio dei bambini nelle marionette e nel teatro e soprattutto quello che ha detto lo stesso Bergman[87], autorizzano a leggere questo film come un racconto autobiografico, un diario rispolverato dal regista svedese prima di congedarsi definitivamente dal cinema: Alexander è Ingmar, nonna Helena è la stessa nonna della sua infanzia, il pastore Vergérus è il padre-padrone del quale non è mai riuscito a liberarsi. Altra famiglia borghese, ma con problemi diversi, in Spanglish[88] di James L. Brooks, un film che, presentato con il sottotitolo di “Quando in famiglia sono in troppi a parlare”, lascerebbe immaginare uno sviluppo da commedia esilarante. Si riderà solo a tratti e fino a quando la bella governante messicana Flor e la sua deliziosa figlia Cristina non porteranno scompiglio nei già minati rapporti affettivi e sentimentali dei membri della famiglia Clasky.

Dalla Svezia e dall’America all’Iran. In un film tanto bello quanto sconosciuto al grosso pubblico (Piccoli ladri[89]) ecco una famiglia lontana anni luce dai turbamenti religiosi e affettivi della borghesia occidentale. Lui è un ex talebano assente per lungo tempo da casa; lei, credendolo morto e per assicurare un tozzo di pane ai suoi due figli, si è risposata e, accusata di adulterio, è finita in carcere. In un primo momento ai due bambini viene accordato il permesso di passare la notte con la mamma, poi cambia il regolamento e li ritroviamo per strada. Per non morire di fame e per non dormire all’addiaccio, ma soprattutto per ricongiungersi alla mamma, i due fratellini si convincono di non avere altra scelta oltre quella di rubare e di farsi arrestare.

Liberi di non credere. Con Piccoli ladri non si è cercata una chiusura ad effetto sul genere “apri e chiudi parentesi” (dal bimbo nutrito e felice con i genitori al suo fianco de La colazione del bebè, agli affamati e abbandonati fratellini di Kabul), né si sono voluti richiamare correnti filmiche distanti nel tempo e nello spazio (dal neorealismo italiano di Paisà[90] al neo-neorealismo del Nuovo Cinema Teheran). L’accostamento è venuto spontaneo e, una volta avvertito, non si è trovato di meglio per chiudere questa ricerca.

Note di riferimento



[1] “Le déjeuner du bébé”, Francia, 1895

[2] Il termine fa riferimento alla poetica di Zavattini che sosteneva il “pedinamento” delle persone come fonte di idee e di soggetti filmici.

[3] De Sica, 1944

[4] De Sica, 1948

[5] Visconti, 1948

[6] Visconti, 1960

[7] Rossellini, 1948

[8] De Sica, 1960

[9] Visconti, 1951

[10] Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso

[11] Come Rex Ingram (I quattro cavalieri dell’Apocalisse, USA, 1921), Henry King (La suora bianca, USA, 1923),  Russell Crowe (The Water Diviner, Australia, Turchia, USA, 2014)

[12] Italia, 1936

[13] Eduardo De Filippo, nei panni di un attendente incaricato di consegnare l’ultima lettera del suo tenente all’amata, si rende conto di come la guerra abbia cambiato i sentimenti della donna e non la ritiene degna di ricevere quella testimonianza di amore.

[14] Antonio e Carmela, due ragazzi di un paesino dell’Abruzzo, sono separati dalla guerra subito dopo il matrimonio e quando sta per nascere il loro primo figlio. Alla fine della guerra, quando viene annunciata la vittoria, Carmela, non sapendo ancora che  Antonio è stato ucciso proprio al suo primo assalto, scende in piazza e si unisce ai festeggiamenti.

[15] “Lei ha riportato la musica in questa casa” dirà, in Tutti insieme appassionatamente, il Comandante Georg Ritter von Trapp a Maria, la bella governante dei suoi 7 figli rimasti senza mamma.

[16] USA, 1964

[17] USA, 1965

[18] Quello di Julie Andrews

[19] « Credo che la famiglia sia un soggetto universale. È un tema che mi piace e mi interessa, poiché è il luogo dove nascono tutte le emozioni primarie, le sensazioni animali. Adoro esplorarlo. Le risate e le lacrime, l’ingiustizia provata da qualcuno confrontata con la verità sentita da qualcun altro. »

[20] Francia, 2014

[21] di Don Bluth e Gary Goldman (USA, 1997)

[22] di Tony Bancroft e Barry Cook (USA, 1998)

[23] di Hayao Miyazaki (Giappone, 2001)

[24] di Enzo D’Alò (Italia, 1998)

[25] di Henry Selick (USA, 2008)

[26] Diretto da D. Hand, J. Algar, B. Roberts, N. Wright, S. Armstrong, P. Satterfield, G. Heid (USA, 1942)

[27] di Deane Taylor (Australia, USA, 2015)

[28] Prodotto dalla Dreamworks Animotion (USA) e diretto da Mark Osborne e Johm Stevenson nel primo episodio  del 2008, da Jennifer Yuh nel secondo episodio del 2011, da Jennifer Yuh  e Alessandro Carloni nel terzo episodio del 2016

[29] Creato dalla Walt Disney Pictures e diretto da Darrell Rooney e Rob LaDuca (USA, Australia, 1998)

[30] Alla ricerca di Nemo e Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton (USA, 2003 e 2016)

[31] di W. Cottrell, W. Jackson, L. Morrey, P. Pearce, B. Sharpsteen e supervisione di David Hand (USA, 1937)

[32] di W. Jackson, B. Sharpsteen, H. Luske, B. Roberts, N. Ferguson, J. Kinney, T. Hee (USA, 1940)

[33] di W. Jackson, H. Luske, Clyde Geromini (USA, 1950)

[34] Parte I (USA, 1972); Parte II (USA, 1974); Parte III (USA 1990)

[35] 1984: Damiano Damiani, con Michele Placido Commissario Cattani; 1985: Florestano Vancini, con Michele Placido Commissario Cattani; 1987: Luigi Perelli, con Michele Placido Commissario Cattani; 1989: Luigi Perelli, con Michele Placido Commissario Cattani; 1990: Luigi Perelli, con Vittorio Mezzogiorno Commissario Licata; 1992: Luigi Perelli, con Vittorio Mezzogiorno Commissario Licata; 1994: Luigi Perelli, con Patricia Millardet Giudice Silvia Conti; 1997: Giacomo Battiato, con Raoul Bova, ufficiale dei carabinieri Carlo Acuti; 1998: Giacomo Battiato, con Raoul Bova, ufficiale dei carabinieri Carlo Acuti; 1999 : Luigi Perelli, con Patricia Millardet Giudice Silvia Conti.

[36] Serie televisiva statunitense in sei stagioni, dal 1999 al 2007

[37] di John Huston (USA, 1985)

[38] di Brian De Palma (USA, 1993)

[39] di Abel Ferrara (USA, 1996)

[40] di Takeshi Kitano (USA, Giappone, Gran Bretagna, 2000)

[41] di Pasquale Scimeca (Italia, 2000)

[42] di Marco Tullio Giordana (Italia, 2000)

[43] di Sam Mendes (USA, 2002)

[44] di Roberta Torre (Italia, 2002)

[45] di Gabriele Salvatores (Italia, 2003)

[46] di Marco Amenta (Italia, 2009)

[47] di Leonardo Di Costanzo (Italia, 2012)

[48] di Piff (Italia, 2013)

[49] di Francesco Munzi (Italia, 2014)

[50] di Frank Capra, USA, 1944

[51] Dalle vignette umoristiche, alla serie televisiva e a film diretti da B. Sonnenfeld (USA, 1991 e 1993) e D. Payne (USA, 1998)

[52] di Niall Johnson (Gran Bretagna, 2005)

[53] di Roger Corman (USA, 1970)

[54] di Alejandro Amenàbar (USA, Spagna, Francia, 2001)

[55] Irlanda, 2015

[56] Argentina, Spagna, 2015

[57] Il vizietto di Edouard Molinaro (Italia, Francia, 1978), I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko (USA, 2010),

[58] Il banchetto di nozze di Ang Lee (Taiwan, USA, 1993), Baciami ancora di Gabriele Muccino (Italia, 2010)

[59] Genitori & figli: agitare bene prima dell’uso di Giovanni Veronesi (Italia, 2010)

[60] Io, loro e Lara di Carlo Verdine (Italia, 2010), Cosa voglio di più di Silvio Soldini (Italia, 2010)

[61] Mine vaganti di Ferzan Ozpetek (Italia, 2010)

[62] USA, 2008

[63] Germania, 2006

[64] Italia, 1974

[65] USA, 1978

[66] Italia, 2002

[67] Incompreso (1966), Voltati Eugenio (1980), Un ragazzo di Calabria (1987)

[68] Va dove ti porta il cuore (1996), Matrimoni (1998), Liberate i pesci (2000)

[69] Italia, 2002

[70] Protagvonista ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori di Laurent Tirard (Francia, 2009)

[71] Italia, 2005

[72] Brasile, 2006

[73] Canada, 2007

[74] La promesse (1996), Rosetta (1999), L’Enfant (2005), Il matrimonio di Lorna (2008).

[75] La vita è bella (Italia, 1997 ) di Roberto Benigni,  Il papà di Giovanna (Italia, 2008) di Pupi Avati, Gli equilibristi (Italia, 2012) e I nostri ragazzi (Italia, 2014) di Ivano De Matteo, Nahid (Iran, 2015 ) di Ida Panahanden, Julieta (Spagna, 2016) di Pietro Almodòvar.

[76] Simon Koniansky di Micha Wald  (Belgio, Francia, Canada, 2009),  Noi 4 di Francesco Bruni (Italia, 2014), Un padre, una figlia di Cristian Mungiu (Romania, 2016)

[77] La prima cosa bella di Paolo  Virzì (Italia, 2010)

[78] Tesoro è in arrivo un bebè (USA, 1988) di John Hughes

[79] La stanza del figlio (Italia, 2001) e Mia madre (Italia, 2015) di Nanni Moretti

[80] Almanya – La mia famiglia va in Germania di Yasemin Samdereli (Germania, 2011)

[81] Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer (USA, 1965), Non sposate le mie figlie di Philippe de Chauveron (Francia, 2014)

[82] Italia, 1973

[83] Italia, 1978

[84] Italia, 1981

[85] Italia, 1987

[86] Svezia, 1982

[87] “Questo film è un arazzo, un’immensa tappezzeria dove ognuno può scegliere cosa vuol vedere”.

[88] USA, 2004

[89] di Marzieh Meshkini (Iran, 2004)

[90] di Roberto Rossellini (Italia, 1946). Il riferimento è allo scugnizzo napoletano Pasquale che, nel secondo episodio, ruba le scarpe a Joe, il soldato afro-americano ubriaco.

Autore: admin

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