Lucia TEMPESTINI- Punto di (s)vista. L’ Axis mundi di Libby Day (note su “Dark Places”)

 

 

Punto di (s)vista

 


L’ AXIS MUNDI DI LIBBY DAY

 

“Dark Places”

Regia di Gilles Paquet-Brenner   con Charlize Theron    produz. Francia 2015

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Nonostante l’accumulo impressionante di tòpoi caratteristici del genere thriller, la narrazione in “Dark Places” si presenta molto ben organizzata, nella perfetta, inquietante misura dell’alternarsi di presente e passato, e nel disvelare a poco a poco, con accorti depistaggi, una verità sconcertante.

La storia è innescata dalla misteriosa strage di una famiglia (madre e due figlie, unica sopravvissuta Libby, la bambina più piccola).

Ci troviamo in uno di quei villaggi dell’America profonda, ricoperti di polvere e derelizione, descritti in mille film: miseria interiore e materiale, adolescenti fragili e aggressivi, persi fra droghe di risulta e satanismo da B-movie, sesso precoce usato come antidoto alla noia. Non sorprende granché, trattandosi di una delle manifestazioni dell’angustia mentale di certe minuscole comunità statunitensi (e non solo), la marcata ostilità dei nuclei familiari un po’ meno colpiti dall’indigenza verso chi invece si trova in piena bancarotta domestica.

La scarsità di mezzi che accomuna tutti (interessante l’accenno agli agricoltori rovinati da istituti bancari privi di scrupoli), anziché generare solidarietà, fa deflagrare odio e disprezzo, fino al vero e proprio ostracismo persecutorio.

E’ questo il motivo principale per cui Ben Day, ragazzo troppo povero e “strano”, fuori dai canoni, viene accusato prima di pedofilia e subito dopo di essere il responsabile dell’uccisione della madre e di due delle sorelle. Libby, piccola e traumatizzata, non può riordinare la sua memoria in frantumi, ed è quindi facile per la polizia “indirizzare” i ricordi della bambina.

Il complesso personaggio di Libby (straordinariamente interpretato da una Charlize Theron ruvida, ferita a morte e inchiodata a una non-vita) rappresenta uno dei due cardini sui quali ruota l’intero film. L’altro è l’uso allegorico degli ambienti chiusi, che molto sarebbe piaciuto a Hawthorne, e un po’ anche a Lovecraft.

Attraversiamo zone solo apparentemente circoscritte, mondi paralleli come ad es. una smisurata lavanderia deserta che suscita inquietudini agorafobiche à la Kubrick, o mondi di sotto legati agli istinti e alla sopravvivenza, cavità dove abita il più profondo dei crepuscoli, vere carceri sotterranee dai chiaroscuri piranesiani.

Anche la casa di Libby slitta verso la rappresentazione metaforica. La ragazza è materialmente sommersa dai reperti del passato, che occupano tutto lo spazio fisico disponibile. Scatoloni, cassette di legno, vuoti a perdere, com’è ormai diventata anche Libby, sorta di tomboy aptofobico connotato dalla malagrazia tipica di chi ha perso troppo presto l’innocenza  e si difende chiudendosi dentro un carapace (non sai quante persone ho picchiato).

Ma, come il Krapp di Beckett, non ricerca il “tempo perduto”, perché i ricordi non sono ricostruiti e rielaborati nella memoria in qualcosa di vivo e proteiforme, bensì ridotti a materiale inerte cristallizzato per sempre. Lo sguardo retrospettivo risulta passivo a causa della stasi emotiva.

Così la vita di Libby appare bloccata da 28 anni. La ragazza non studia, non lavora, sopravvive dalla notte della strage grazie ai sussidi e alle donazioni volontarie che negli Stati Uniti sono una pratica diffusa in casi come questo. Però avvengono continue tragedie, continui crimini; col tempo l’attenzione dell’opinione pubblica diminuisce fino a scomparire, distolta da altri sopravvissuti da sostenere economicamente.

Accetta quindi un’offerta di denaro dal Kill Club, un gruppo di detective dilettanti (sovvenzionato da squilibrati autentici) ossessionati dalla missione di ottenere la revisione di processi celebri. Sono convinti che la ragazza abbia mentito in sede giudiziaria e le chiedono di ricostruire l’accaduto.

Con evidente riottosità la ragazza comincia a cercare, in sé e fuori di sé, le tracce confuse degli eventi. Ha un colloquio con il fratello, in carcere da decenni. Rintraccia il padre, spacciatore violento e fallito, che Shakespeare definirebbe uomo bestiale, non onorato con forma umana, annidato in un abisso di buio scavato all’interno di un hangar e prossimo alla morte. Ritrova nel cuore la figura disperata e dolce della madre e a poco a poco risale il suo axis mundi. Fino a scoprire e accettare la verità, con tutto il carico di amarezza e liberazione che questo comporta.

La vita può ricominciare a seguire il suo corso.

Certo, Paquet-Brenner poteva fare di meglio, per es. evitare un finale alla maniera di The woman in white di Wilkie Collins. Come se si trattasse di un romanzo a puntate vittoriano, annoda con pedanteria persino i fili più sottili, e sceglie una conclusione luminosa e discretamente enfatica che confligge con quanto visto in precedenza. Cancellando ogni segno di ambiguità e oscurità ottiene solo di svuotare la storia. Peccato, si tratta comunque di un film da vedere.

luciatempestini0@gmail.com

Autore: admin

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