Angelo PIZZUTO – Scaffale. La vita (di)versificata (un insolito volume di C.Baldazzi, C. Salvi, G.Berto)

 

Scaffale

 


LA VITA (DI)VERSIFICATA

 


Nell’insolito volume, a tre firme, EraTre – Montegrappa Edizioni

 

****

E’ la seconda volta, nell’arco di poco tempo (dopo l’incontro con Maurizio Minniti), che mi trovo a scrivere di un libro firmato, fra i coautori, da Cinzia Baldazzi: quindi nelle impegnative, non occultabili ‘due parti in commedia’ di chi, della scrittrice, è – da tanto tempo – amico e collega. Condizione oggettivamente proficua, e consolidatasi negli anni, che decuplica la necessità, lo sforzo (la deontologia) della straniazione nel valutare (peraltro da non ‘addetto ai lavori’, essendo io solo giornalista e critico teatrale) i progressivi cimenti in cui si avventura la curiosa, coraggiosa, intraprendente ‘ragazza’.

Forte, va detto, di una preparazione, sensibilità, dote rabdomantica di ricercatrice, spigolatrice, analista di letterature comparate che – lo dico con sincera ammirazione – mettono spesso ad affettuoso disagio: per quel  loro ‘substrato’  di variegata cultura e incrementata conoscenza, cui il dono della memoria, delle connessioni remote, delle intermittenze coinvolgenti ragione e sentimento offrono l’ulteriore qualità del parere inusitato, azzardato, dettagliatamente in contropiede (la ‘mia’ Agatha Christie della critica), quasi sempre mirato al cuore dell’espressione artistica, comunque e arditamente confutabile (per quanto mi riguarda, solo in occasione di alcune messinscene sulle quali ci si ritrova, per sfida, diletto o senza saperlo, ad “essere in due a scriverne” – e su uno stesso giornale).

Durante la torrida estate, ecco quindi il nuovo ‘scherzo’, e incitamento alla scrittura recensiva, pervenutomi dalla Cinzia Baldazzi coerente con se stessa quindi ancor più  spericolata, insofferente, ondivaga nelle sue avventure di conoscenza e creatività di rimbalzo (speleologa dell’ ‘altrui sentire’) che la affianca, compagna di cordata, a un poeta e un pittore di cui, confesso, non conoscevo nulla. Stimolo ed occasione quindi per documentarmi ed apprezzare nella misura più schietta e spoglia di cerimonie un’ottantina di poesie di Concezio Salvi – rigorosamente numerate e commentate – qua e là intervallate da ritratti in bianco e nero di Gianpaolo Berto il cui segno essenziale è la partitura stilizzata  del bozzetto, del ritratto di volti schivi e delicati nel loro tratto\percezione  di essenzialità disadorna, riflessiva, pensosa, pudibonda.

Formula enucleante allestimento e contenuti  di EraTre, libro costruito a sei mani: da un poeta di origini abruzzesi, ma  da tempo residente nell’ ‘enclave vicina e lontana’ da quella Roma, amata e persecutoria, che anch’io condivido; da Cinzia Baldazzi,  qui assimilabile alla sua primaria  funzione (o  borgesiana ‘finzione’ ?) di scrittrice e critico letterario; e da Gianpaolo Berto, pittore classico e insieme – apprendo-  apprezzato artefice (nell’accezione di ‘rischiare in proprio’ cara a Carmelo Bene) di acrilici, collages e assemblaggi di derivazione Dada e Pop.

Sotto il profilo struttural-tipografico, il volume allinea i singoli componimenti di Salvi, seguiti ciascuno da altrettanti commenti di poche righe della Baldazzi. Interpretazione critica? Impressioni personali? Proseguimento della lirica? Io sarei propenso ad un ‘accompagnamento’ nella comprensione, se non sapessi da una vita che la poesia esige di non essere ‘capita’, tutt’al più prestarsi all’esegesi, alla mera ipotesi di ispirazione ed eco remote.  Le voci lontane e sempre presenti che ‘assillano’, rifocillano e ri-dilaniano chi, per grazia o amabile ‘accidente’, di poesia si invaghisce, ‘dissuga’ e poi disperde (il proprio raziocinio, la propria corda civile: ma è un bene).

Critico e poeta concordano: “A noi basta che sia il lettore  a farsi un’idea, un’emozione, un diniego e un cenno d’assenso”.  Il maestro Berto, nel frattempo,  ha colmato il vuoto degli spazi bianchi tra una pagina e l’altra con una quarantina di ‘ritratti zen’, volti di amici e conoscenti tratteggiati a pennarello. Non un semplice ‘cadeau’, ma una snellente linea di continuità, solidale ed affettiva, per chi ‘condivide l’arte’, ma lavora con strumenti diversi da pennello, matita e carboncino.


Da lettore comune, da percettore di accadimenti che vagano  fra le quinte d’un teatro e le ‘ombre elettrico-digitali’ del cinema (o di qualsiasi immagine in movimento fantasmatico) non posso che riferire ‘solo’ quel che sento, e senza tanti filtri dell’intellegibile: ovvero che le poesie di Salvi e i brevi commenti della Baldazzi si muovono, sostanzialmente e senza voli pindarici, sotto il segno  della consonanza, della omogeneità e di un dialettico canone di rifrangenze (emozionali, semantiche, l’un l’altro debitrici e chiarificatrici).

Entrambi con la capacità, non a buon mercato, di padroneggiare contenuto e contenitori ‘in controluce’ di condivise atmosfere: l’amore e gli  affetti del gruppo di famiglia in ‘interni ed esterni’ (anche nella sua atavica sfida di nucleo fondante), innanzitutto – e  poi la ‘reverie’ della  terra d’origine (comunque inalienabile, anche se la detesti), gli amici già scomparsi, la natura imperterrita, la paternità responsabile (quindi accompagnata da patemi), gli animali, le piante, i luoghi, il ricordo della gioventù, l’eros… e tanto altro che mi sfugge.

Salvo quella compositiva attitudine alla versificazione sciolta, limpida, problematica che, personalmente, mi riporta all’emozione dei primi incontri con la ‘stoica stanchezza’ di Pavese, con lo sbigottito sguardo-fanciullo di Pascoli e Penna, alle georgiche evocazioni  irreali e fiabesche (guizzi sorprendenti per un poeta come Salvi, che non mi pare abbia voglia di divagare o divagarsi) del londinese Walter John De La Mare, sconosciuto ai più ma protagonista della scena letteraria londinese di inizio novecento, specie per i suoi “poems for children”.  Più in sintesi: la Baldazzi parla in prima persona come donna e scrittrice; altre volte “per conto di” Salvi, come fosse lui a ‘proseguire in prosa’  quindi a  commentare, in doppia tonalità, ciò che è appena emerso in lirica o ponderato sonetto.


Addentrandoci nella lettura ci si domanda poi quali sono da considerarsi i nodi o gli snodi tematico-stilistici del libro. Non pochi, tutti di complessa, talvolta disarmante, o imbarazzante, urgenza espositiva.

Essere padre, ad esempio. E, di fronte, di completamento, l’essere madre, e uomo e donna progenitori di vita altrui, fecondata scommessa che non è più la propria, ma biologicamente responsabile di un altrui (non postulato) viaggio terreno. Centralità della figura della moglie del poeta, quindi, compagna e ‘vestale’ di ‘misteri e complicità dell’eros’, icona multiforme “accigliata e severa” quando, per deformazione professionale, è costretta  a ‘dare ordine’ al disordine della micro-moltitudine del coro di famiglia (e mi tornano in mente alcune pagine de “L’amore coniugale” che fu bel romanzo di Giorgio Montefoschi, poi le ‘poesie dal grande talamo’ che, negli anni Sessanta, ci raccontò Giorgio Soavi, gran ‘flaneur’ e critico d’arte ‘dai nervi fragili’, come diceva di se stesso).

La nozione di  tempo. Il canzoniere di Concezio Salvi non tralascia di  immaginare, coltivare un’idea del domani capace di trasformare ciò che è pregresso in un vissuto concluso, compiuto, esaustivo. L’elegia sugli amici scomparsi, il ricordo degli amori di gioventù, l’immagine dei figli, i loro studi, il loro proiettarsi nel futuro sono vividi fermenti di una riflessione che esonda, per fortuna, da quella ‘speranza’ per convenzione o abitudine, detestata da Pasolini, Zavattini, Luigi Tenco  e pochi, altri maestri del mio seminario di gioventù.

L’eros, il ‘sentire’ della Baldazzi. L’atmosfera delle visioni erotiche della poetessa cinquecentesca Gaspara Stampa si ritrovano, turgidi o sublimati dalla distanza temporale (la nozione del ‘non più ripetibile’) nei versi di Salvi – impermeabili ad anacronismi e manierismi – tra gli estremi cronologici della gioventù, degli incontri fuggitivi, nascosti, dei primi amori rapportati e quelli attuali di una famiglia tradizionale, dove – e per sua fortuna – la vocazione alla monogamia dei corpi non ha mai smarrito i richiami delle ‘resurrezioni’ erotico- giovanili, non comuni nel lunghi, coinvolgenti (spesso logoranti) rapporti a due.

La società intorno. Ex contestatore in anni ‘formidabilmente perduti’, oggi inserito – come fosse immaginato da Paolo Volponi – nel meccanismo del capitale finanziario, fra gli ingranaggi del lavoro borghese, Concezio Salvi non lamenta alcun paradiso perduto, sogno infranto o ideologia tradita, ma rileva, con compostezza d’animo e di stile, le contraddizioni del potere costituito: quasi a pervenire nei suoi versi a un rifiuto meditato, non velleitario, dello status quo che prima appiattiva prassi e desiderio, ora non è più ‘garantito sul campo’ a nessuno di noi.


P.S. In prima e quarta di copertina campeggiano, e noi apprezziamo, otto raffigurazioni di Berenice ad opera di Gianpaolo Berto, a metà tra l’arte africana che tanto entusiasmò gli artisti europei negli anni Venti e le suggestioni della pop art, da Warhol a Rauschenberg. È proprio lei, Berenice, la giornalista Jolena Baldini, che con quello pseudonimo tenne una longeva rubrica sul quotidiano “Paese Sera” il cui logo era una lunga treccia disegnata, nel tempo, da Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Corrado Cagli, infine dallo stesso Berto, suo compagno negli ultimi anni.


****


Cinzia Baldazzi, Gianpaolo Berto, Concezio Salvi

EraTre

Monterotondo, Montegrappa Edizioni, 2016, pag. 140, € 10,00

 


Autore: admin

Condividi