Ruben SABBADINI – “Cythia” (racconto breve)

 

Io scrivo


CYTHIA



Non dico di essere un gran che con le piante, non ho proprio il pollice verde, ma me la cavo; niente a che vedere col mio amico Augusto che dire che è negato è poco. Sgomberato lo studio mi aveva fatto omaggio di una Cythia, una specie rara tropicale, forse australiana, non ricordo, che la mia bibbia personale in fatto di piante indicava come un vero e proprio tormento per ogni allevatore. Una sorta di contraltare vegetale del Panda che si nutre esclusivamente di bambù, di cui distrugge un boschetto al giorno, e che ha una tale resistenza all’accoppiamento che sembra che il rischio d’estinzione se lo vada proprio a cercare; la nostra a suo modo lo emula: vuole luce viva tutto il giorno (ma sistemata all’aperto da Augusto aveva sofferto non poco, forse il caldo estivo o la temporanea siccità di qualche ora) e ci fa la grazia di una sola foglia nuova l’anno. Quindi quando la presi tremai per il suo precario stato per il quale l’Ente Protezione Vegetali, se ne esistesse una qualche sorta, avrebbe già messo Augusto agli arresti, avendo dato concreta prova di un preciso reato contro l’ecosistema.

Ho provato a essere obbediente, ma non è cosa: luce viva non ne ho trovata (e poi che vuol dire esattamente? quanti lumen? per quanto tempo? siano più precisi per favore, altrimenti facciamo a occhio, a «che dici qua va bene?», «boh, proviamo») e ha trovato collocazione nell’unico angoletto libero, non lontano dalla finestra, ma neanche vicino, che potesse ospitarla. Se qualcuno si permettesse di dire che stava lì per caso mi offenderebbe ma, certamente, non andrebbe tanto lontano dalla realtà; stessa cosa, per la prima parte e per l’identica avversativa, se dicesse che sono stato fortunato.

Ma quando uno è fortunato spesso, è legittimato, o no, ad attribuirsi (o, meglio, a lasciarsi attribuire) qualche merito? Lascio ai lettori la risposta nel mentre mi accingo a raccontarvi il resto.

La nostra, debitamente potata delle foglie più esterne, bruciate dal sole, veniva sistemata nell’angolino faticosamente individuato e liberato, precipitosamente, dalla precedente inquilina più disponibile ad un’altra collocazione. Sulla potatura mi permetto una piccola digressione: si tratta della più evidente dimostrazione dell’assenza di pollice verde nel mio schema corporeo. Ogni foglia tagliata, in ogni pianta, rappresenta per me una coltellata autoinferta in pieno petto, una ferita che mai più abbia a rimarginarsi. Quando, in passato, si era dimostrato necessario, avevo ceduto volentieri le cesoie a un qualche amico sadico (se ne trova sempre qualcuno) piuttosto che soffrire.

Immaginate allora cosa potesse significare in una specie che produce solo una nuova foglia l’anno! Eppure potai, e potai ancora, fino a sette volte potai ogni volta come se l’avessi fatto a me. La mia bibbia preconizzava che avrei dovuto aspettare ben sette anni (neanche avessi rotto uno specchio!) per recuperare lo status quo ante, eppure potai.

Per uno come me una cosa come questa è quasi inconcepibile: sono uomo prudente, non facilmente preda dell’impulso, che evita di correre rischi, che si mette al sicuro per abitudine più che per istinto. Un pavido insomma! Eppure avevo avuto l’occasione nella vita per riscattarmi, per rischiare e, infine, vincere. La luce viva aveva colpito pure me?

Me la sono rimirata per una settimanella, un po’ rachitica, piangendo per i suoi trascorsi tormentati e maledicendo Augusto, poi, un dì, vidi spuntare lì nel centro, su quella che sembra una pigna, alcune timide foglioline appena percettibili. Fedele al libro sacro, intuivo che così avrei trascorso i prossimi sette anni: a misurare il millimetro di crescita mensile in attesa che, sommati, raggiungessero l’agognata meta dei 70-80 cm di una foglia adulta. Viceversa non passarono neanche sei giorni che i boccioli misurassero qualche centimetro e poi ben di più, fino a che assumessero sempre più forma e dimensioni di esemplari adulti; e poi non uno per volta, sì che bisognasse che un primo raggiungesse il suo stato maturo prima che altri lo imitassero, ma in nove contemporaneamente. Quindi la vita mi aveva riservato l’enorme privilegio di tenere sotto controllo, in un tempo limitato, l’intero sviluppo embrionale di una foglia di Cythia ed, in particolare, quelle spirali, prima ridotte a quasi un punto, che manifestavano via via la propria foggia per poi dischiudersi e, infine, assumere sempre più la forma di aghi fini  e rigidi a disegnare una foglia che ricorda quella di una palma; ma la Cythia non è una palma e ci tiene, almeno secondo la mia bibbia, a non esservi confusa.

Questa storia vegetale insegna a noi umani, qui a rappresentare il Regno animale, molte cose; il lettore, senz’altro non sprovveduto, non avrà mancato di avvedersene. Ne cito solo un paio: rispettare un libro sacro non vuol dire non vederne le imperfezioni e che, a volte, se si ha il coraggio di cedere sette, si può produrre nove.

Autore: admin

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