Marco CAMERINI – “Purity” (un romanzo di Jonathan Franzen)

 

 

Scaffale

 

 

PURITY, EDIPO ED ELETTRA… LEGGERE CORREZIONI

 


 

Cifra stilistica raffinata, psicologie conflittuali, geopolitica narrativa. In libreria Purity, ultimo romanzo dello scrittore statunitense Jonathan Franzen.


Non si deve amare per forza Jonathan Franzen – classe 1959, autore di quattro romanzi, saggista e collaboratore del New Yorker e Harper’s – né ritenere indispensabile tutto ciò che scrive (non moltissimo… è un bene). Reputiamo Le correzioni (2005) un capolavoro indiscusso della recente narrativa, in ogni caso – e finalmente – dopo Purity lo scrittore americano non vi verrà più sbrigativamente identificato e questo grazie ad un libro appassionante e convincente che alle Correzioni, paradossalmente, deve tanto.

Purity è un romanzo di psicologie complesse e conflittuali splendidamente delineate (in particolare quelle femminili): adolescenti seguiti nella loro formazione – grazie ad una scaltra tecnica narrativa che alterna analessi e inclusioni metanarrative, su cui torneremo – come Purity-Pip Tyler (sensibile, “consapevolmente carina”, sarcastica, intuitiva, capace di slanci di magica amorevolezza e masochistiche crisi di disistima, ipersensibile agli odori e ai colori – desidererebbe una retina a quattro recettori cromatici – come alle ingiustizie di un mondo “sporco”) e Andreas, figlio di quadri dirigenti della Germania Est nei difficili anni ’70; coltissimo e ambizioso, costruisce attorno alla propria personalità, carismatica e dispotica sino alla nevrosi, il Sunlight Project, piattaforma di leaker clandestini che denunciano, con presunta ambizione di trasparenza (contrariamente al sistema Assange), scottanti segreti militari, accordi transnazionali fra holding bancarie e organismi federali, scandali ecologici, ma anche tutto il peggio che può essere conosciuto e divulgato (al limite creandolo dal nulla) delle “vite degli altri”. Nessuna purezza, alla fine.

Personaggi, poi, adulti che non riescono a chiudere i conti con un passato imbarazzante e scomodo come Anabel, la madre di Pip (probabilmente il carattere più riuscito), “ammantata di opinioni drastiche”, artista mancata, erede ribelle e fascinosa di David McCaskill, magnate di una multinazionale alimentare del quale rifiuta il denaro (sporco anch’esso… tutti, ad un certo punto, vorrebbero essere puliti in Purity) allo stesso modo in cui sua figlia rifiuta gli squilibri sociali del pianeta, o Tom, l’ex-marito in bilico fra giornalismo d’indagine duro e puro, ambizioni letterarie e il sentimento autolesionista per la sola donna che, alla fine, ha veramente amato. Questi protagonisti (insieme ad altri: Leila, giornalista free lance e il marito Charles, godibile parodia dello scrittore americano – camminata e sguardo “fatali”! – stroncato, per la “febbrile muscolarità dello stile”, dal temutissimo recensore del “N.Y.Times” Michiko Kakutani), animano l’impeccabile intreccio ai limiti del noir, ossessivamente percorso da un orribile segreto e storicamente collocato in un asse cronologico che dalla caduta del muro di Berlino (vero luogo deputato della trama) giunge all’oggi dei consumi globalizzati, del materiale umano mercificato, del potere incontrollato dei social network, passando attraverso l’America border line degli squatter e le debolezze corruttibili dei regimi sudamericani.


Un ampliamento esponenziale dei confini geopolitici nella poetica narrativa di Franzen che sottende, alla fine, il suo intento di proporre un intrigante confronto fra il totalitarismo strisciante della RDT, sospesa fra mito marxista e il “rock proibito” di Michael Jackson, la STASI e il Bayern di Beckenbauer (la “Repubblica del Cattivo Gusto, in cui non c’era bisogno di psicologi, perché la nevrosi era una malattia borghese espressione morbosa di contraddizioni che non potevano esistere in uno stato operaio perfetto”, p. 122) e la non meno temibile dittatura della rete che, insinuante e subliminale, impedisce di consistere, come individui consapevoli e collettività responsabile, al di là di un hashtag o di un resettabile hard disk. In sintesi, “nella Germania Est degli anni ’70 potevi collaborare con il sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, che tu avessi una vita sicura e gradevole o che ti trovassi in prigione, era rimanergli estraneo. La risposta ad ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accumunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza” (p. 506).

Tesi da discutere, certo, comunque se in questo fondo ideologico che alimenta l’invenzione romanzesca consiste, probabilmente, “quell’ottava in più grazie alla quale la voce di Franzen si è ampliata”, secondo il giudizio del Kakutani “reale” che campeggia in quarta di copertina, rimane il fatto che, a nostro avviso – chissà se lo scrittore sarebbe d’accordo – il vero tema trasversale che sottende ed amplifica tutti gli altri è il rapporto di odio/amore che lega i personaggi in quanto genitori/figli: padri mancati e ossessivamente cercati dalle figlie, (in)consciamente proiettati – fisicamente e psicologicamente – nei rispettivi uomini. Madri detestate dai figli ma patologicamente amate, uccise mille volte e altrettante resuscitate, rimosse a forza attraverso una nevrosi erotica compulsiva ma alla fine invocate (“Qualcuno mi aiuti, per favore. Mamma, ti prego, aiutami”, p. 580…non possiamo dir altro se non che è un uomo adulto a pronunciare queste parole, nello spannung della trama).

Azzardiamo un’ipotesi: Purity è (certo non solo) un romanzo sulla mancata rimozione del complesso edipico, vero topos, a ben vedere, di tanta letteratura novecentesca e qui sorprendentemente descritto anche nel suo equivalente femminile: Elettra, insomma, accanto al figlio di Giocasta, Jung e Freud. Così Pip cerca per l’intero romanzo suo padre e ne trasferisce l’immagine su Andreas, quest’ultimo vede la madre giovane in Annagret – la ragazza amata da adolescente – dopo “averla cercata in cinquantatre ragazze senza trovarla. Era terribile quanto l’amasse” (p. 175) e con altrettanta intensità avverte la mancanza di un padre che si è imposto di disprezzare, Tom non metterà mai via la figura della madre Clelia (splendida la scena della morte di lei, a Berlino) e ci fermiamo, pena svelare troppo: crediamo basti per dimostrare quanto Purity debba a Le correzioni, opera in cui lo scrittore ha dimostrato in modo autorevole e definitivo di saper trattare le dinamiche familiari – inclusa l’analisi finissima delle problematiche di coppia – con straordinaria efficacia. Alla fine, “su tutti i vivi e su tutti i morti” (J. Joyce, I morti) cade una pioggia che lava e, forse, veramente purifica, auspicio di un futuro in cui a splendere non sia il sole artefatto ed ipocrita di un orizzonte virtuale ma quello, illuminante e provvidenziale, della riscoperta di sentimenti reali, animati da una fiduciosa, reciproca offerta d’amore.


In conclusione un cenno allo stile di Franzen, inconfondibile per ampiezza di registri e precisione: oggi che la narrativa postmoderna sembra arrendersi al caos, disattendendo la profetica lezione del nostro Calvino – che in Sfida al labirinto del 1962 (!) postulava la necessità di non cedere all’inferno dei linguaggi settoriali – e, ad esempio, G.R. Hallberg, nel francamente sopravvalutato Città in fiamme (2015) rinuncia (è un suo diritto) al potere chiarificatore della scrittura ricorrendo a tutti i codici espressivi della comunicazione post-verbale per tradurre il disordine del nostro presente (quanto grande Gadda?), in questo contesto, dicevamo, Franzen conferma la sua fiducia nella “letteratura di parole”.

Raramente (pp. 33, 65, 67 e passim) cede alla tentazione di riprodurre, con caratteri tipografici diversi, il contenuto di mail o file e ne potrebbe tranquillamente fare a meno. Certo i lettori ricorderanno gli inserti visivo-iconografici di J.S. Foer e M. Haddon in Molto forte, incredibilmente vicino e Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, ma le tecniche narrative non sono assimilabili, trattandosi, in questi casi, di punti di vista interni adolescenziali e  comunque il discorso ci porterebbe lontano. In realtà i riferimenti colti più o meno seriosi (De Beauvoir, S. Bellow, Corot, Modigliani – “l’unico pittore che non ha mentito sulle donne, anche con i colori” –, Shakespeare – Amleto è citato serialmente, ovvio –, Hegel), le aperture liriche (cfr. la scena d’amore p. 414), il sottile, accattivante umorismo (Tom e Anabel dialogano attraverso un peluche “ventriloquo” nei momenti di burrasca sentimentale e se volete conoscere le probabili esternazioni di Kierkegaard nell’intimità…!?) continuano a sembrarci punti di forza di una cifra stilistica sontuosa e raffinata, che ha saputo ricorrere anche all’espediente narratologico del “romanzo nel romanzo”.

Forse per esorcizzare l’asettica impersonalità della comunicazione digitale, molti in Purity scrivono: lo fa il padre di Andreas e il V capitolo è il file di un romanzo intitolato Un fiume di carne, scritto da Tom: tentativi magari disperati di testimoniare la propria versione (e le eventuali “correzioni”) circa lo stato delle cose. Con sincerità e, per quanto possibile…purezza.

 

Jonathan Franzen

Purity

Torino, Einaudi, 2016, pp. 642, € 22

 

Autore: admin

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