Chiara PALMIERI – “Il bit” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

 

 

IL BIT

 

Benedetta era rientrata tardi a casa, stanca e sballata si era sdraiata sulla branda senza cuscino con il tarlo di doversi comunque svegliare presto per racimolare qualche spicciolo. Qualcosa, però, l’avrebbe condotta su altri binari. Via Fonteiana si era svegliata insieme agli animali di Villa Pamphili alle prime luci dell’alba. Sorseggiato il caffè con il giornalaio e fatto appena in tempo ad affacciarsi nelle case dei suoi abitanti, aveva potuto scalzare i minuti contati dalle radio e dai televisori rigorosamente accesi sulla rassegna stampa. Veniva investita dal bit quotidiano delle news. Il ritmo martellante, ininterrotto, era un chiasso babelico, a volte in forma dialettale, la corsa di un autobus diretto alla stazione.

Questa via confonderebbe chiunque, anzi, tra i percorsi di Roma, stordisce. Comincia con la Villa più antica e vasta, l’eleganza delle palazzine in stile Liberty e finisce inghiottita dalla megalomania delle abitazioni popolari del Ventennio: il Trenta. Passando per questa strada, il fiato viene strozzato alla gente, sempre frettolosa da una direzione all’altra.

Il Trenta è un esercizio di stile inaugurato intorno al 1941, quando era di un bianco accecante: oggi è il numero civico di un complesso, confuso in un’atmosfera grigia che lascia appena intravedere tante finestre, tante verande, una accanto all’altra.  Osservandolo dall’esterno si avverte, si sente dentro, un tipo di emozione simile a quando si ascoltano le parole di quel motivo dove si canta una piccola macchia sul sole che è la stessa da sempre, la stessa di ieri. Quasi vivere lì dentro fosse respirare davvero l’epoca del postnucleare.  Sono tanti, lì, forse troppi: egiziani che gestiscono la pizzeria all’angolo, bengalesi con negozi alimentari, e tante famiglie di origine romana di generazione in generazione stabilite a Monteverde. Anche Benedetta abita lì insieme ai suoi tre cani.

Quella mattina si era svegliata dicendo: “Non ho intenzione di chiedere neanche un centesimo in giro, oggi”. La ragazza ha una tempra forte, sa gestire il quotidiano con lo spirito libero tipico di quel vento che solamente a ventitré anni sai cavalcare. Uscì di casa vestita di tutto punto, con gli abiti lerci del giorno prima e di quello prima ancora, di due misure più grandi dalla testa ai piedi. Il suo lavoro era chiedere in giro denaro e quegli abiti la facevano sentire più a suo agio. Salutò i ragazzi del muretto: “Ehi Betta, dove li hai lasciati oggi i cani?” le chiese uno dei soliti bulletti, non ottenendo però risposta.

Aveva già in mente il piano salariale della giornata, da Via Fonteiana alla stazione Trastevere dove signori, studenti e vecchiette sarebbero stati i salvadanai da spaccare. Il tam tam  dei pensieri era come una tempesta di sabbia nella sua testa, le bastava un granello per farla salpare via da se stessa. In quei momenti il cuore dettava legge e la contraddizione tra l’umiliarsi per chiedere denaro agli estranei e la voglia di sopravvivere le strozzavano la voce. Dentro di sé continuava a ripetersi: “Non voglio chiedere niente”.

Era, infatti, scappata di casa: lo zio, un padre per lei, la volle aiutare e, vivendo fuori città, le aveva prestato la casa al Trenta. Il patto però era quello di cominciare un percorso di vera autonomia a partire dalla ricerca di un lavoro. Gli studi si erano fermati alla maturità e di continuare non c’era speranza, troppa fatica per lei, in quella situazione. Scelta migliore -l’unica? – l’accattonaggio. Ma l’orgoglio cresceva e la stanchezza nel piegare la mano ad ogni passante del quartiere la logoravano nel profondo. Si sentiva stretta nei panni da stracciona, l’età della ribellione a casa le si era rovesciata contro e ora si ribellava alle scelte una volta compiute, pur convinta.

Così quella mattina corse fino alla fermata dell’autobus in arrivo, continuando a ripetersi di non chiedere neanche un centesimo in giro. Saltò sopra la corsa: ma non riusciva a respirare lì dentro e le ragazzine strillavano perché l’autista aveva chiuso le porte ignorando i loro zaini. Facendo attenzione ai controlli si avviò verso le porte centrali restando pronta a scendere. Il caos le annebbiò la vista, si rese conto che avrebbe dovuto mangiare qualcosa. Ad un tratto diventò  pallida, decise che non sarebbe certo arrivata alla stazione. Pensò a quella giornata iniziata male, così atterrò sul marciapiede tre fermate dopo sedendosi sui gradini di un portone, cercando la faccia tosta per chiedere una colazione gratis a qualcuno.

Tirò fuori una sigaretta spenta dalla tasca, l’accese pensando che in altri giorni sarebbe riuscita a rendere possibile l’impossibile, ma oggi proprio no. Le vennero le allucinazioni sulla serata passata. Cercò di alzarsi e non ci riusciva, lo fece ancora, ma cadde a terra e sentì in lontananza il 118 arrivare proprio quel venerdì.

 

– Dopo la pausa estiva, Chiara Palmieri riprende la collaborazione a “InScena\Scénario” per la rubrica della narrativa breve.

Autore: admin

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