Giuseppe ARDIZZONE- Nel profondo Nord (racconto breve)

Io scrivo



NEL PROFONDO NORD



La prima volta che la vidi rimasi impressionato dalla sua vita, regolata dai tempi della fabbrica, e dall’eleganza del suo centro storico. In determinati orari, la città sembrava svuotarsi della maggior parte dei suoi abitanti.

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La mattina presto, i tram silenziosi portavano gli operai, ancora semiaddormentati, lungo Corso Unione Sovietica verso Mirafiori: il grande cuore pulsante della città.
Altri si dirigevano al Lingotto; mentre, fuori città, lo stabilimento di Rivalta attirava tutti quelli che abitavano a Tetti francesi, Orbassano, Rivoli ecc.
A seguire, c’era poi l’ondata della scuola e degli impiegati che andavano in ufficio.
Dopo, improvvisamente, più niente.
Via Roma si dispiegava elegante da Porta Nuova a Piazza Carlo Alberto e sino a Piazza Castello ,dove si possono ammirare il Palazzo Madama ,il Palazzo Reale il Teatro Regio e l’Armeria Reale , con i suoi migliori negozi, nella piena tranquillità del mattino.

Sotto i portici, protettivi dalla pioggia e dalla neve, i passanti si attardavano a guardare le vetrine eleganti, scambiandosi sorrisi d’approvazione. Per lo più, erano signori e signore, avanti nell’età, generalmente dall’aspetto educato e facoltoso, d’origine piemontese. Pochissimi stranieri. Qualche meridionale, specialmente donne e bambini non ancora in età scolastica, dalle parti più vicine a Porta Nuova e del quartiere limitrofo, delimitato da Via Sacchi da una parte e da Corso Umberto, fino a Corso Vittorio e Piazza Statuto, dall’altra.
Accanto, quasi parallela a Piazza Carlo Alberto, la splendida Piazza Garignano, con il palazzo omonimo ed il ristorante del “ Cambio”, famoso per le sue specialità della cucina tradizionale piemontese e per essere stato uno dei preferiti dal Conte Camillo Benso di Cavour.

Era, per me, affascinante osservare le vetrine e l’ambiente delle antiche pasticcerie e cioccolaterie prospicienti su Piazza Carlo Alberto.
Come resistere alla voluttà dei tipici gianduiotti e quale sorpresa, per me meridionale,   osservare l’eleganza e la bontà di quei magnifici pasticcini “mignon” dai mille sapori, che raggiungevano l’eccellenza nel ripieno di una panna soffice e delicata.!
Contrariamente a quanto accade nel Meridione, dove per la maggior parte dell’anno, grazie ad un clima favorevole, i locali tengono i tavoli per i clienti per lo più all’esterno, a Torino era bello osservare la cura degli ambienti interni dei locali,dedicati ai tavolini per le consumazioni dei clienti, Specialmente quelli più antichi presentavano delle splendide decorazioni in legno.
Mi sembrò di essere in un film quando, per la prima volta, m’inoltrai nel centro della città, sottobraccio ad una ragazza, all’interno di una fitta nebbia rischiarata dalle luci giallastre dei lampioni. Camminavamo, come all’interno di un soffice palcoscenico, scoprendo le vetrine illuminate dei negozi .
Quante volte rimasi affascinato dalla neve che cadeva lenta, imbiancando le strade ed i tetti delle case! Non l’avevo mai vista!

Era piacevole tornare a casa per ripararsi dal freddo, in inverno, accolti dal dolce tepore dei termosifoni accesi e, di corsa, sedersi a tavola per gustare una fumante “ bagna cauda” accompagnandola con un vino rosso dal sapore pieno come un“ dolcetto” o un “nebbiolo”.
Per noi meridionali, Torino, Milano e poche altre città erano state il Nord: quella metà ambita e desiderata di una vita migliore attraverso la possibilità di sfuggire alla disoccupazione o di trovare un lavoro più remunerativo rispetto a quello delle campagne. E poi, era bello trovare una città con servizi funzionanti. I trasporti   con i tram che ti portavano in tutti gli angoli della città : La pulizia delle strade mentre al sud,spesso, trovavi angoli colmi di spazzatura. Il verde pubblico ben curato. Sevizi sanitari di qualità e scuole in cui non mancava niente. Insomma, avevi la sensazione che tutto fosse diverso.

Anche dal punto di vista culturale, per me, il Nord rappresentava la presenza diffusa di una cultura di sinistra, sviluppatasi ancora di più con la lotta partigiana. Le lotte nelle fabbriche del 68/69, saldatesi con il movimento degli studenti, avevano ulteriormente contribuito a rafforzare una mentalità del cambiamento e di una maggiore giustizia sociale che trovava in Torino una delle capitali di quello che chiamavamo il Movimento Operaio. Le lotte dell’operaio massa alla Fiat facevano parte della storia. Più volte, più tardi nel tempo, trovandomi a conoscere e parlare con anziani operai Fiat ,ormai in pensione, ho provato la sensazione di una certa comunanza d’esperienze e di un’epoca che ci ha visti insieme a cercare una nuova società. La Resistenza non era una parola vuota a Torino . Avevo letto con attenzione le pagine di Fenoglio sulla lotta partigiana nelle Langhe  e la presenza politica di quell’esperienza era stata molto forte nella cultura della città.

Quello che invece in qualche modo non pensavo di trovare era il diffuso senso della patria ed il forte legame fra le forze armate e la popolazione. In special modo ho potuto vedere l’affetto che la gente riservava al corpo degli Alpini.
Un anno, mi trovavo temporaneamente a Torino, a casa di mio zio, quando la città fu invasa dagli Alpini che l’avevano scelta per la loro festa annuale.
Uscimmo per strada a vedere sfilare questi giovani e meno giovani Alpini insieme ad un amico di mio zio: una penna bianca.
Era stato, infatti, un ufficiale e aveva fatto l’ultima guerra nel corpo degli Alpini. Ne aveva viste tante e raccontava che spesso il suo rapporto con gli alleati tedeschi non era stato fra i migliori. Loro avevano tutto ed erano ben equipaggiati
-“noi spesso arrancavamo e, nonostante questo, la prima volta che ho puntato la pistola contro qualcuno è stato proprio a seguito di un litigio con un ufficiale tedesco che inveiva violentemente contro di noi perché ritardavamo la marcia e prometteva provvedimenti punitivi verso i miei soldati”
Ma quelli erano altri tempi!

Incontravamo per Via Roma gruppi di reduci, di giovani  e di  congedati che alla sola vista della penna bianca del nostro amico lo circondavano d’affetto.
Canti, risate e l’immancabile bicchiere “de vin “ univa quella grande famiglia degli Alpini in un unico corpo vivente.
L’indomani, alla sfilata ufficiale, mentre si passava per Via Garibaldi, dai balconi dove era esposta la bandiera italiana, le donne gridavano in coro:
–         “Viva gli Alpini”
–         “ Viva l’Italia”
Non avevo mai visto una cosa del genere!
Il sentimento patriottico, in quegli anni di contestazione studentesca e di lotte operaie, era stato visto, al contrario, spesso come un retaggio di un passato da dimenticare, un sentimento nazionalistico sbagliato ed, al limite, inopportuno.

Quella spontaneità e quell’amore per i propri figli che, andando nel corpo degli alpini, erano diventati dei soldati ed erano sempre lì pronti a difendere la propria terra e le proprie famiglie mi fece pensare che non vi era niente di sbagliato in quel sentimento: Era l’uso improprio del nazionalismo da cui si doveva diffidare. Quello che porta all’egoismo ed al conflitto; ma, non la sana relazione della gente con le proprie abitudini, la propria terra e la propria cultura. Specie   se questo rappresenta solo un biglietto da visita da mostrare all’altro che proviene da un altro paese.
Tornai a casa con mio zio e la penna bianca commossi e soddisfatti di quella giornata. Ci aspettava una buona cena calda insieme, annaffiata da un discreto barolo. Dopo, continuammo a discutere e a giocare a carte, sostenuti dallo spirito di una buona grappa.

Torino, per me era questa:
-La Fiat, le strade silenziose, la vita scandita dai tempi della fabbrica, l’eleganza del centro storico, la presenza di noi meridionali nei quartieri periferici, Porta Palazzo con le sue bancarelle e tanti prodotti tipici del Sud, gli ottimi vini rossi e gli spumanti, le storie degli Alpini e della Resistenza, le donne bionde ed eleganti che ti sfilavano attorno con un discreto sorriso sulle labbra e nello sguardo, il Museo Egizio, Superga, la Sacra Sindone che ho avuto la fortuna di vedere, i portici che ti riparavano dal mal tempo, il fiume Po e il Valentino, le storie sulle lotte della fabbrica, una cultura dell’impegno e del servizio, Via Po ed i suoi negozietti, gli appartamenti con i pavimenti di legno scricchiolanti sotto il peso dei nostri passi, la nebbia ..la neve. la giovinezza!

Autore: admin

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