Claudio CAMERINI – “Sergio Endrigo. La voce dell’uomo” (un libro di D. Fasoli e S. Crippa)

 

Scaffale

 

SERGIO ENDRIGO. LA VOCE DELL’UOMO

La chitarra del cantautore.


In libreria un volume dedicato al cantautore istriano scomparso nel 2005. Saggi, interviste, discografia, testimonianze.

 

3.000 canzoni e 2.000 dischi nuovi all’anno, 300 case editrici con 1.200 impiegati, 50 case discografiche con 4.000 collaboratori, 2.000 cantanti (di cui 500 incidono dischi), 450 autori professionisti, 42.000 strumentisti e orchestrali, 300 funzionari Rai-Tv, 3.500 addetti di aziende stampatrici, 50 giornalisti specializzati, 70 cover designers, 2.500 negozi (con 7.500 venditori).

Questi i numeri essenziali dello stato della canzone italiana nel 1962, come lo raccontavano il giornalista Daniele Ionio Prevignano e l’autore Giulio Rapetti in arte Mogol, gettando per primi uno sguardo sul cosiddetto “piacere dei tre minuti”, in quel momento diventato un’industria in grado di offrire da vivere a circa 250.000 individui.

Nello stesso anno – dopo una nobilissima gavetta con il complesso di Riccardo Rauchi e una serie di importanti cover e la partecipazione a Sanremo 1961 – si presenta alla ribalta il ventinovenne Sergio Endrigo con la hit Io che amo solo te, la maggiore tra le tante collaborazioni con l’orchestra di Luis Enrique Bacalov. Endrigo “entra” quindi nel momento di massimo sviluppo dell’industria discografica leggera nazionale, eppure già segnata dalle compromissioni con i passaggi televisivi, i servizi fotografici, le esigenze della cultura di massa.

«Quando feci il primo servizio fotografico nel ’62, il fotografo Glauco Cortini mi disse: “Endrigo, sorrida!” ed io risposi: “Sto sorridendo”. Lui di rimando: “Ma non si vede…”». La fama del “cantante triste” lo accompagna per tutta la vita, come «invenzione giornalistica ripetuta all’infinito», accanto alla tigre di Cremona, alla pantera di Goro, all’aquila di Ligonchio e così via.

Lo raccontava a Doriano Fasoli, poco tempo prima della scomparsa nel 2005: quella conversazione è raccolta nel bel libro Sergio Endrigo. La voce dell’uomo, firmato dallo stesso Fasoli insieme a Stefano Crippa. Il volume contiene tutti i testi delle canzoni, dalle memorabili Teresa, Mani bucate, La colomba, L’arca di Noè, attraverso Io che amo solo te e Viva Maddalena! fino a La rosa bianca, Lontano dagli occhi, La ballata dell’ex, ed è concluso da una dettagliatissima discografia curata da Luciano Ceri.

Sergio Endrigo con la moglie Lula nel 1968.

A questo interprete si deve «il primo vero soprassalto di modernità nella canzone del dopoguerra, il primo micidiale attacco portato al perbenismo piccolo-borghese»: lo scrive Bruno Lauzi nell’affettuoso ricordo in prefazione. Proprio lui, il genovese Lauzi, che all’epoca se la prese non poco per la replica di Endrigo a un suo pezzo.

Nel 1966 Bruno Lauzi pubblica un 45 giri con il lato A riservato a La donna del sud, dove canta: «Una donna di nome Maria / è arrivata stanotte dal Sud, / è arrivata col Treno del sole / ma ha portato qualcosa di più…. / Ha portato due labbra di corallo / e i suoi occhi son grandi così…». Endrigo ascolta il brano e, in risposta, scrive Il treno che viene dal sud. Per rendere evidente il richiamo alla canzone, ne cita espressamente i versi iniziali, per poi prendere decisamente la strada della cronaca e di una cruda realtà contemporanea: «Il treno che viene dal sud / non porta soltanto Marie / con le labbra di corallo / e gli occhi grandi così. / Porta gente nata tra gli ulivi, / porta gente che va a scordare il sole…». Dal Treno del Sole, il collegamento nato per sostenere l’emigrazione verso il Settentrione (e che le Ferrovie dello Stato  inopinatamente cancelleranno nell’estate del 2014), «discendono uomini cupi /  Che hanno in tasca la speranza /  Ma in cuore sentono che /  Questa nuova questa bella società /  Questa nuova grande società /  Non si farà /  Non si farà».

Certo, nella canzone non esistono intenzioni polemiche, come evidenziare o denunciare quello che nel brano, pur bello, di Lauzi, non potrebbe esserci: ma al profugo istriano non sfugge la dura situazione di sradicamento di quanti sono costretti ad emigrare, il dolore, la rabbia, la dubbiosa e debole speranza in un domani migliore.

Più o meno contemporaneamente, si assiste a un analogo dialogo a distanza: al Ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano replica Giorgio Gaber con La risposta al ragazzo della via Gluck. I tempi non sono cambiati: semplicemente, i due cantautori fanno notare la gestione di una politica governativa edilizia a dir poco contraddittoria. Di qua la cementificazione delle aree verdi, di là l’abbattimento di vecchi palazzi: il ragazzo di Celentano non trova più i suoi prati, quello di Gaber riceve l’avviso di sfratto per far posto a un giardino. Tempo dopo, nel 1980, toccherà a Roberto Vecchioni, con L’anno che è venuto, controbattere a Lucio Dalla, il quale l’anno prima aveva lanciato L’anno che verrà: più sfumato il significato “contestatorio” della replica – da «Caro amico ti scrivo» a «Caro amico non scrivermi» – finalizzati come sono, entrambi i brani, a tentare di chiudere, nel bene e nel male, l’orribile decennio degli “anni di piombo”.

Un disco interamente in portoghese: un sogno realizzato.

Intanto Endrigo precisa passo dopo passo la propria fisionomia di artista: un grande senso per la melodia, una scrittura musicale profondamente romantica e malinconica. Tuttavia sarà proprio a lui – così scarsamente prodigo di sorrisi, così totalmente refrattario all’esposizione mediatica – a inaugurare, con il recital nel marzo 1970 al Piccolo Teatro di Milano (su arrangiamenti del fido Bacalov), l’one man show dei cantanti, la formula di spettacolo con il cantautore nel ruolo anche di entertainer destinata a grande successo solo a partire dal decennio successivo.

Intorno a questo periodo il suo percorso artistico comincia a compenetrarsi con il mondo della poesia. Sia dall’introduzione di Stefano Crippa, sia dalle dichiarazioni rilasciate a Doriano Fasoli, emerge quanto decisivo sia stato l’apporto testuale di poeti e scrittori: Giuseppe Ungaretti (Di queste case), Rafael Alberti (La colomba), Gianni Rodari (Ci vuole un fiore), Vinicius de Moraes (Il pappagallo), e Pierpaolo Pasolini, Paul Fort e molti altri. Alla cerchia dei collaboratori e degli amici si aggiungono Chico Buarque de Hollanda e Toquinho, incarnazioni di amore e trasporto per il Brasile confluiti nella realizzazione di un vecchio sogno, un album in portoghese intitolato Exclusivamente Brazil.

Più problematico l’approccio e il rapporto con i colleghi italiani. Di Lauzi si è già accennato: su De André il rammarico di non averlo conosciuto abbastanza, un ringraziamento a Battiato per un paio di cover, il  ricordo affettuoso e amorevole di Jannacci. Su Tenco, Bindi, Paoli, Gaber, Conte, De Gregori, così risponde Endrigo a una domanda specifica di Fasoli: «Non sono un critico musicale e, quindi, non mi permetterei di dare dei giudizi pubblici sui cantautori citati».

E qui si entra direttamente nell’analisi della figura personale di Endrigo all’interno del mondo industriale della musica leggera. Secondo Ernesto Bassignano e Felice Liperi, il nostro sarebbe «totalmente fuori dalle mode», e risulterebbe «uno dei pochissimi ad aver partecipato a manifestazioni tipicamente “nazional-popolari” come il Festival di Sanremo o Canzonissima, senza farsi minimamente manipolare e continuando a coltivare e frequentare gli ambienti più impegnati politicamente e culturalmente. È insieme riuscito – uno dei pochi – ad appartenere con coerenza al mondo dei cantautori “impegnati” senza coltivare il discorso politico in modo ideologico». Infine, «ha saputo vivere ai margini del grande business con dignità e distacco».

Gli ultimi anni.

A parte la modalità di vivere l’impegno di una politica senza ideologia (qualsiasi cosa voglia dire…), il personaggio-Endrigo in realtà si mostra assai più complesso di quanto lo descrivano Bassignano e Liperi. Ben lontano dall’essere un outsider, un contestatore, oppure un solitario, peggio ancora un “puro”, esente da compromessi e ricatti, ha costruito la propria immagine attraverso decisioni sicuramente sofferte e tormentate, ma lucidamente indirizzate all’obiettivo di comunicare un universo di riferimento poetico preciso e sorrette dalla volontà di continuare a vivere ed operare, in ogni caso, dentro quel mondo. È vero, come spiegava Gianni Borgna riferendosi a Paoli, Bindi, Tenco, Lauzi, De Andrè, Endrigo, Ciampi e Meccia, che «queste canzoni rappresentano l’altra faccia degli anni Sessanta, l’altra faccia del miracolo economico», ed «esprimono il desiderio di una vita meno conformista, il rigetto dei falsi valori del benessere, la difficoltà e la fatica dell’amore». Ma niente accade al di fuori delle strategie industriali, nulla avviene senza l’intervento del produttore discografico o dell’agente: una canzone di protesta non esce nonostante l’establishment discografico, ma grazie ad esso. E di questo Endrigo era perfettamente consapevole, assieme ad estimatori insospettabili di lì a venire, come Cristicchi, Cammariere, la Mannoia, Baglioni, Zero.

Si potrebbe quindi sostenere che il modus operandi di Endrigo sia stato soltanto uno – e personalissimo – dei tanti possibili all’interno dei meccanismi discografici, pubblicitari, televisivi, giornalistici. E non sussiste contraddizione, ad esempio, tra le partecipazioni “pilotate” a trasmissioni televisive come “Studio Uno” del ’65, in un duetto al cloroformio con Lelio Luttazzi, o l’esecuzione de La casa a “Senza rete”, seduto con la chitarra (in completo nero con i calzini bianchi in bella vista), e il trascinante, emozionante concerto con Marisa Sannia a L’Avana, quando migliaia di cubani si alzarono in piedi a cantare con loro La rosa bianca di José Martì.

Un disco sul Treno del Sole.

Forse il miglior esempio di un tal modo di lavorare, scrivere, cantare, è stato Endrigo in persona nel 1967, pochi mesi dopo la “polemica” con Lauzi, pubblicando per la Cetra un 45 giri con la sua Il treno che viene dal Sud insieme a una cover de La donna del Sud di Lauzi. A riprova, certo, di un confronto costruttivo tra due visioni diametralmente opposte della società da parte dei cantautori, ma anche della capacità dell’editoria musicale di inglobare e digerire ogni, pur minimo, spunto polemico per trasformarlo – con l’assenso e l’appoggio degli artisti stessi – in un momento di business.

Così le parole più belle le ha scritte proprio Bruno Lauzi nella prefazione a Sergio Endrigo. La voce dell’uomo. Per amare Sergio, scrive, «devi essere uno che ama l’autunno più della primavera, i giorni di pioggia più dei tramonti infuocati, le scogliere dalmate più delle distese sabbiose della costa romagnola». Conclusione: «Lui ha l’aria di volersi così poco bene che hai tutto lo spazio per amarlo».

 

Doriano Fasoli, Stefano Crippa

Sergio Endrigo. La voce dell’uomo

Discografia a cura di Luciano Ceri

Roma, Edizioni Alpes, 2016, pagg. 188, € 16

Autore: admin

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