Chiara PALMIERI – “Quale delle due buste” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

QUALE DELLE DUE BUSTE

Andrea tirò un sospiro tra la musica, la poesia di quella serata, e una lacrima le bagnò il viso

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Era dicembre. Si diresse verso l’uscita del pub di via di Villa Pamphili leggera e con il cuore gonfio di speranza. “Lo sognerò ancora?”. Fuori, l’atmosfera era ovattata e l’aria gelida le cristallizzò il sale su quella guancia gonfia di pianto. La bruma della villa nella sera si era incamminata per la stessa via e avvolgendo il quartiere dava a questo un paesaggio da sogno. Le luci agli ingressi delle palazzine in stile liberty le strizzavano l’occhiolino e rendevano il tragitto verso casa più piacevole: immersa nella nebbia, la strada era un insieme di giallo e arancione delle luci mischiati con il blu della notte. La ragazza pensò per un attimo di non trovarsi a Roma, così disse di nuovo: “lo sognerò ancora?”. Bastava desiderare di sognare o sognare e basta: in quello che faceva non c’era mai stata una vera e propria presa di coscienza.

Viveva tutto nella sua interiorità e, non si sa come accadde quella sera, ma ad un tratto non si sentì di rimanere in casa. Un fremito le prese il cuore e una gran voglia di scappare la catapultarono in strada. Un clima da fantascienza, tre mesi dopo il funerale le tenebre del cosmo. Era ancora stordita, trascinata dietro quella vaga sonnolenza che accompagna la tristezza più cupa e senza lacrime; voleva solo non pensare che nel giro di poco suo padre era scomparso d’improvviso. Si sentiva sola, parlava con se stessa in cucina. Non c’era posto al mondo che amasse di più, la sala macchine dell’intera famiglia, l’universo dei giochi dove poter credere di essere, dove poter contare di vederlo ancora, lì. Ed ora, poteva ancora aspettarsi qualcosa se il tempo continuava a scorrere regolare?

Tra poco avrebbe varcato la soglia dell’appartamento e, infilandosi sotto le coperte, abbracciato il cuscino, Monteverde l’avrebbe cullata con i suoi miti.

Camminava lungo il muro della villa mentre il piombo e il muschio incastonati come gioielli nelle fessure rimandavano nell’aria l’odore acre, amaro, che Andrea aveva già in bocca. Era il sapore della memoria indelebile, dei ricordi di bambina quando ascoltava il padre raccontare un po’ a lei un po’ a se stesso l’avventura dei Mille. Quella dei garibaldini trovati nelle cantine del ristorante che si apprestava a superare con passo veloce, della storia d’amore tra Anita e Giuseppe.

Attraversò la strada e, guardando dall’altra parte, pensò: “trasuda storia in ogni suo angolo, questa via”. Non vedeva molto bene nella fitta umidità: salendo sul marciapiede si ritrovò davanti il grigiore dei palazzi nati da quelli che erano stati gli esercizi di stile del ventennio per le case popolari. “Certo”, ripeté Andrea, “da questo lato l’Unità d’Italia si guarda con un’altra prospettiva”.

Ad un tratto, la strada si fece vera, la nebbia sparita, e girando l’angolo in direzione di una ripida discesa, si accorse dei guanti di un buffo signore vestito di blu, cappotto e cappello. Era lui da lontano? Ma i guanti, erano di plastica. “Mio padre non ne ha mai portati di simili in vita sua”.

Era freddo, un freddo pungente e a nessuno sarebbe mai potuto venire in mente di proteggersi con dei guanti di cellophane. Così, nell’osservare lo strano tizio, scoprì due buste di plastica bianca: nell’insieme sembrava fosse uscito da un racconto dell’orrore con quei pesanti prolungamenti delle braccia sbilanciate verso terra. “Ecco, ora posa le buste e mi acchiappa con quelle mani appuntite”, pensò. Poi, quasi a farsi coraggio, continuò: “Magari sta solo aspettando l’ultimo autobus della sera e forse ha anche più paura di me”.

Gli passò accanto sforzandosi di tenere sotto controllo la situazione. “Fissa e immobile, dritta davanti a te, un passo dopo l’altro e il gioco è fatto, è quasi mezzanotte”, pensava senza alzare la testa, restando guardinga e pronta a digrignare i denti in caso di aggressione. Aveva incontrato uno dei tanti abitanti della città ai suoi margini, uno di quelli rapiti dal nulla che subdolamente suona alla porta e s’insinua nelle menti, fagocita i sogni, vampirizza i desideri.

Nella solitudine Andrea, nella pazzia il volto del signore, trasformato in una smorfia mista tra il sorriso e il terrore. Era la disperazione vaga di un uomo nel mondo. Sugli occhi un velo che irrigidì Andrea. A un tratto le buste si alzarono, le braccia, strane continuazioni, si aprirono quasi a tentare un abbraccio. Il cuore le cominciò a battere forte. Immediatamente Andrea pensò alle chiavi di casa e, infilando la mano in tasca, rapida le afferrò. Tutto si fece buio, un corto circuito, l’autobus non passava, neanche l’ombra di un cane per strada.

Pensò: perché proprio a me… Avrebbe voluto chiedere aiuto, ma nell’attimo in cui si girò, urlò: “Papà”.

 

-L’autrice, che ringraziamo, è una giovane laureata in Scienze della Comunicazione. Premiata per i suoi scritti in varie competizioni universitarie, da poco ha stabilito un rapporto costante con il racconto breve.

Autore: admin

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