Cinzia BALDAZZI – Schermo bianco, discorso alto (i libri “EraTre” e “Tracce di me” a Mentana)

 

Incontri


SCHERMO BIANCO, DISCORSO ALTO

 

Stefano Stufera Mecarelli, Cristina Prina, Cinzia Baldazzi

 

Montegrappa Edizioni ha presentato a Mentana i libri Tracce di me di Cristina Prina ed EraTre di Cinzia Baldazzi, Gianpaolo Berto e Concezio Salvi.

 

Peter Bogdanovich, nel lontano 1971, girava un film indimenticabile con Jeff Bridges e Cybill Shepherd, ovvero L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show), dove protagonista principale e conclusivo è un nitido schermo bianco. La fine del cinema fenomeno di massa e l’avvento della televisione? All’epoca il simbolismo imperante era talmente e volutamente vago per essere il più alternativo possibile, da rendere ipotizzabile una risposta univoca. Fatto sta che, dinanzi a un altrettanto nobile schermo bianco – il quale, questa volta, non alla televisione bensì alla letteratura invitava a cedere il posto – sì è svolta la presentazione di due libri editi da Montegrappa Edizioni: Tracce di me, raccolta di racconti di Cristina Prina, e la silloge EraTre, firmata dalla sottoscritta, dal poeta Concezio Salvi e illustrata dal pittore Giampaolo Berto.

Protratta fino a sera, nei Giardini di piazza Garibaldi a Mentana – all’interno dell’Estate Mentanese, fortemente voluta dal neo-sindaco Marco Benedetti – con un pubblico raccolto ma attento (tra cui gli amici poeti Alessandra Costanzo, Valerio Di Paolo con l’inseparabile Rossella, la giovane scrittrice Chiara Palmieri), ha ospitato vari dibattiti tra i presenti e gli autori. Segnalo le parole di Rosanna Montalbano sulla natura specifica dei versi di Salvi e dei commenti da me composti a loro riguardo: non “a dispetto”, ma potenziati – anche se spesso il potenziamento coincide con la dispersione eccessiva dei messaggi! – dalle voci squillanti dei bambini a giocare lì a pochi passi.

Ringrazio, per la presenza di “regia” generale, il fratello “di vita” e di lettura Fabrizio Fabrizi, e l’immancabile Giuseppe Filingieri, il quale, da buon siciliano, ha apprezzato l’iniziale ricordo di Luigi Pirandello in onore della tradizione garibaldina di Mentana (là dove uno dei Mille partiti da Quarto era proprio Stefano, padre del drammaturgo). A rappresentare, come dire, il paese d’origine di Concezio Salvi, ovvero Cabbia di Montereale nell’aquilano, è intervenuta Francesca di Paolantonio, ispiratrice tra l’altro del titolo del precedente volume Emé di Salvi del 2012. Per la Giunta comunale appena insediata ha partecipato Barbara Bravi, assessore alla Scuola, Cultura e Sport, e Daniele Goretti, ufficio stampa del Comune.


Al tavolo, con alle spalle lo schermo bianco, l’editore Stefano Stufera Mecarelli, dopo un saluto generale, ha presentato il libro Tracce di me, già conosciuto perché pubblicato mesi fa. Attraverso un colloquio di stampo psicanalitico vagamente sveviano, l’autrice Cristina Prina – donna, però, e caratterizzata in chiave prettamente femminile in questo suo intervento poetico sul corso del mondo – ha risposto a domande chiarificatrici sulla personale visione di poesia legata particolarmente ai racconti del libro e su quella in generale, sul concetto di autorità inquinato, sul problema del femminicidio. Ha dato poi seguito alla lettura di alcune intense pagine di un suo racconto, lasciando, come si deve, la risposta all’exploit della trama-intreccio finale – in realtà pienamente consumata da un certo punto di vista – alla coscienza di ciascuno di noi.

È stato poi il mio turno. Pochi anni dopo il film di Bogdanovic, alla metà degli anni Settanta, più o meno ventenne, già da tempo però interessata alla disciplina specifica della critica letteraria, non ricordo seguendo quale corso universitario mi trovai a confronto con Il critico ben temperato, testo fondamentale scritto nel 1963 da Northrop Frye, eccellente studioso canadese. Pubblicato in Italia da Longanesi con l’ausilio di due traduttori molto scrupolosi, raccoglieva alcune conferenze tenute in Virginia nel 1961, dunque da non potersi considerare ultime tappe di una ricerca ancora in atto. Tuttavia per me e tanti studiosi e studenti dell’epoca fu una rivelazione. Ne parlo poiché ispirandomi, pur liberamente, a questa teoretica, ho scritto con e sulle poesie di Concezio Salvi: riuscendo poi a ritrovare sia me che lui nei ritratti zen di Gianpaolo Berto, illustrazione irrinunciabile del messaggio completo del volume EraTre.

Ora, in genere, quando studiamo o cerchiamo di informarci su un argomento, scendiamo in campo uno di fronte all’altro, in un rapporto saldo e dialettico di noi come soggetto e l’oggetto preso in considerazione.

La critica letteraria, intesa nel senso tradizionale del termine, è invece ben più articolata. Infatti, determina immediatamente una sorta di triangolo, dove agiscono sempre un soggetto e un oggetto, di qua una persona o gruppo di persone, di là una serie di messaggi chiamati complessivamente letteratura. Poi, in terza posizione, ecco gente comune a studiare il tutto, che a loro, a noi, è rivolto. È il terzo lato del triangolo: colui che legge, da non identificare né nel poeta né nel critico.

Il primo nesso da chiarire è quello dello stile, in genere nei poeti studiati e celebrati definito “alto”. Ma in cosa consiste, nel concreto, uno stile alto? Consiste nel discorso ordinario, della gente comune alla quale è rivolta la critica: esprime la voce dell’individualità genuina, a ricordare la nostra autenticità interiore, in seno alla società dalla quale tentiamo di non essere fagocitati. Uno stile così articolato contiene in sé, dunque in voi, una peculiare capacità di penetrazione del messaggio, nuda, anzi “nuda e cruda”, in grado di suscitare la sorpresa del riconoscimento quando l’opera è intonata alle vostre corde. E soprattutto, non è uno stile ampolloso: ogni autentico stile alto è ordinario. Ad esso, la situazione eccezionale della poesia, dell’arte, conferisce valore ed efficacia simbolica ed evocativa straordinaria.

Per citare un polo di riferimento valido a “penetrare” il mondo di Eratre, suggerirei di tenere presenti le frasi del Discorso della montagna: lì non esiste alcun ambito di retorica, nemmeno alta, in quanto esse sembrano scaturire dalla nostra personale e irripetibile intimità, quasi l’anima volesse ricordare quanto le fu detto tempo addietro. Il Discorso della montagna, lo ricorderete, è un sermone rivolto da Gesù ai discepoli e a una grande folla, riportato nel Vangelo secondo Matteo (5,1-12). Tradizionalmente si pensa che Gesù lo abbia pronunciato su un’altura a nord del mare di Galilea, vicino a Cafarnao; spesso è paragonato con quello simile ma più corto del Vangelo secondo Luca (6,17-49), detto Discorso della Pianura. Alcuni commentatori pensano si tratti dello stesso, altri credono che Gesù predicasse cose simili in varie circostanze, altri ancora ritengono Matteo e Luca collezionatori di vari insegnamenti separati di Gesù.

Per molti pensatori, da Lev Tolstòj a Martin Luther King al Mahatma Gandhi, esso contiene i principali valori della fede cristiana. Il Discorso della montagna è insomma l’esplicitazione e l’approfondimento dei Dieci Comandamenti, completati da Gesù e a volte depurati di una certa durezza originaria contenuta nelle Tavole della Legge, nonché arricchiti di un significato universale: come dovremmo costruire la vita, condannare la violenza, amare il prossimo, tutelare la famiglia, praticare il lavoro, la natura, la coesistenza sociale.


Ora, mi rendo conto di come io abbia di fatto elencato i temi e l’atteggiamento tenuto da tutti e tre, noi autori, costruendo passo dopo passo Eratre: Concezio con le sue poesie su amore coniugale, sesso, famiglia, amicizia, animali, piante, natura, città, politica, vita urbana; io con il proseguimento ai suoi versi, a volte personale, femminile, altre volte alienato nella figura del poeta, spesso sentenzioso, oppure sotto forma di invito a vivere e operare in un certo modo; Berto, con il tratteggio di volti di amici e conoscenti, ma anche di persone appena incontrate, quasi una rivisitazione contemporanea, trasparente, stilizzata dei celebri “ritratti di ignoto” del ‘500 italiano ed europeo, ma riletta in una prospettiva di apertura potente all’ “altro”, allo sconosciuto.

Si tratta certo di una traslazione, ma ha l’intento, almeno spero, di far capire quanto possa apparire straordinario uno stile ordinario, quanto possa risultare alto un discorso sulle pietre d’inciampo, su una staccionata, su un merlo colpito da un cacciatore, su un’antenata di paese, sul letto coniugale, sugli studi compiuti da un figlio, su un amore d’adolescenza, un alberello abbattuto, un cinghiale ucciso, un’allucinazione al supermercato.

Torniamo a Northrop Frye. La critica da lui considerata “ben temperata” dovrebbe interessarsi in primis del rispetto di una “buona grammatica”: in poesia significa ritmo ben sviluppato, in verso libero, con numero di battute e accenti prefissati, con rime alterne o baciate a seconda della scelta e del genere affrontato. Ma in realtà, quando scrivo, scriviamo, un commento di versi dei quali vogliamo parlare, noi critici siamo alle prese con una faccenda un po’ più seria. Ecco la poesia Rosso col blu, dedicata da Concezio alla moglie professoressa:


Mettevi voti alle mie poesie

come se fosse compito d’esame

la promozione presto conquistata

soltanto per l’originalità

scrivere è lucciola dell’anima

persa nel profondo della tenebra

cerca disperata nuova luce

pietre d’inciampo sono le parole

di tutte quante sempre preferivi

quelle che ti parlavano d’amore

sposa compagna amata d’una vita

cara accigliata mia professoressa

temo da sempre il tuo

rosso col blu.


Nelle poche righe sotto la poesia, ho scritto:

Da parte mia, aspiro a serietà e speranza di artisti capaci di dare e trovare la bellezza dell’anima, quando, perse “d’inciampo” per parole statuarie (non si volevano muovere!), fuggono e si gettano avanti parlando d’amore. In questa zona ho scavato a lungo: tra il nero della penna e il bianco della pagina, mentre con la bacchetta della grazia, della chiarezza, rendevi le frasi nude e libere da convenzioni.


Tra il pubblico, attenti lettori…

Ciò che il critico dovrebbe trasmettere non è dunque tanto un elegante – anche se corretto! – ornamento, quanto il mezzo per conseguire una vita cosciente. L’educazione letteraria ricevuta, insieme a tanti di voi, con Concezio e con Berto, non ha condotto semplicemente ad ammirare alta letteratura e grande arte figurativa, ma a impadronirsi della sua forza espressiva. L’obiettivo estremo di Eratre è dunque un fine etico e comunitario, non estetico o contemplativo, anche se quest’ultimo, io credo, rappresenti il più delle volte il mezzo ottimale per conseguire il primo.

Al tempo d’oggi, se la libertà di parola consiste per scelta in un discorso colto, non ha più senso considerarla semplicemente una reazione sfrenata all’ordine autoritario, ripetitivo, intimidatorio, dello stato sociale nel quale viviamo. Non dobbiamo considerarla, la libertà di parola, soltanto uno sfogo dell’Io lamentoso, giustamente insofferente, impaurito. La libertà di parola è la risposta verbale a situazioni umane vissute o latenti o alle quali abbiamo assistito: e la reazione in versi stabilisce un nuovo contesto liberatorio.

È giunto il momento di spiegare il mio apporto stilistico alle poesie di Concezio Salvi e alle raffigurazioni di Berto. I commenti possono essere considerati prosa influenzata dalla poesia, poesia influenzata dalla prosa, prosa e poesia influenzate in entrambe le direzioni dal ritmo associativo creatosi tra me e Concezio.

A questo punto mi chiedo: sono forse uno scrittore irrequieto e sperimentale intenzionato a procedere oltre, fino a produrre una forma estrema di prosa, influenzata il più possibile dalle caratteristiche della poesia, senza tuttavia cessare di essere prosa? L’impatto della letteratura sulla mia critica, e le reazioni in esso procurate nel concetto sviluppato di poetica, è però interessato e orientato da una teoria generale. Essa non può, non deve essere di genere impressionistico, né sviluppata come effetto di cause occasionali o ripetitive dalla letteratura, sulla poesia, sulla mia scrittura.

Lo sapete, c’è sempre un’aria di sospetto intorno a tutto ciò che è teoria. Ma la teoria serve di sostegno al critico, poiché quella dell’esperienza reale è inadeguata, la natura stessa dell’esperienza è casuale e precaria. In particolare, i momenti di consapevolezza intensa sul proprio essere, e sul modo in cui concepiamo i suoi rapporti con la poetica, non sono necessariamente promossi o confermati in relazione alla letteratura. Quando lo sarebbero, non è detto si manifestino. E quando lo sono, non è detto siano appropriati. Nella filosofia, nella Scuola di Francoforte, nella teoria di Max Horkheimer e Theodor Adorno, ho rintracciato un tal genere di consapevolezza, poeticamente ritratta nella poesia Ciliegie dedicata da Salvi alla famiglia originaria.


Ho còlto le ciliegie di mio nonno

da radica dell’albero di

fin’ottocento

lo piantò bambino quel mattino

tornava con l’asino e col fieno

è nutrimento forte di mia stirpe

da pianta figlia che piantai in Sabina

dalla montagna pascoli aquilani

nell’ubertosa terra degli Ereti.

Ho colto le ciliegie a San Martino

c’era il respiro antico del mio avo

lo stesso che

mi fece uomo.

 


Accanto ai versi, ho precisato:

Dalla radica dell’albero di ciliegio del nonno, con le mani capaci e le finestre della casa aperte al sole del mattino, come quando – ancora da bambino – lo piantò, sono state còlte ciliegie rosse. Succhiandole, è come se l’amore si nutrisse del suo sangue delizioso e dall’inconfondibile aroma. Non è vampirismo, ma procreazione della gioie future, e del senno del poi, quando la “pianta figlia” si nutrì, dalla montagna dei pascoli aquilani, fino alla “ubertosa terra degli Ereti”, confermandosi nutrimento saldo della stirpe natìa. È giusto, negli stagni come nei vivai, la vita da sola non finisce, ma forse cade nell’oblio: e questo no, non accade, se si diventa uomini prestando ascolto, a ruota, a chi ama e ha amato noi, nella conoscenza dialettica di Dio, bellezza e bontà.

Infine, la consapevolezza critica l’ho raggiunta nella splendida e disperata lettura poetica di Walter Benjamin, mio maestro per eccellenza, al quale vorrei dedicare, in chiusura (con il permesso dell’autore), la poesia di Concezio Nei miei sogni:


Tu che navigasti in mia presenza

negli infidi marosi dell’amore

intrecciate chiome in bionde trecce

strisce di luce nei profondi astrali.

Cuori solitari intransigenti

non massi di scogliere rifrangenti

insieme naufragammo  senza scampo

pur con vele poste sopravvento.

Amore amore ho questa preghiera

ritorna ad abitare nei miei sogni.

 

In realtà Walter Benjamin, prima di staccarsi dalle scogliere verso il mare, pur naufragando senza scampo, i miei sogni non li ha mai disertati.

Autore: admin

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