Ruben SABBADINI – Web (racconto breve)

 

Io scrivo

 

 

WEB

Tirarsi su e accendere il computer era stato un tutt’uno, un riflesso condizionato, ma anche una sorta di istinto di sopravvivenza.

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Anche questa notte non mi avrebbero fatto dormire. Ero crollato alle undici in un sonno profondo per la stanchezza di una giornata di quindici, sedici, non saprei dire, ore di lavoro ininterrotto a quel file (la figura simbolo di tutto il libro, quella che, presumibilmente, l’editore avrebbe voluto in copertina, appena sotto al titolo, seminascosta dai nostri nomi) che Tom e gli altri aspettavano con impazienza.

Nella mia casa isolata sulla collina regnano una quiete e un silenzio unici e posso osservare dal terrazzo la città che si stende ai miei piedi avendo nelle orecchie solo i rumori della natura: uccelli per lo più e qualche latrato di cane in lontananza. Ideale per lavorare. Il suo isolamento non la rende appetibile sul mercato immobiliare, ma io non la cambierei con nessun altra. Ancora una volta non mi trovavo in sintonia con i  più, ma ormai cominciavo a farmene una ragione.

In quell’agosto torrido di città non era la prima volta che l’abbaiare dei cani in quel deposito ad un paio di chilometri di distanza – ma che era, con il nulla tra di noi, come se fosse ad un passo – mi svegliasse senza possibilità di redenzione per un paio d’ore. Sapevo che anche questa volta era una di quelle e, invece di lottare ostinatamente contro un nemico superiore, rigirandomi nel letto per ore in cerca di refrigerio e quiete, ho scelto di tirarmi in piedi e aspettare da sveglio che la notte e la stanchezza avessero la meglio, rispettivamente, sull’afa e l’ugola dei migliori amici dell’uomo.

Tirarsi su e accendere il computer era stato un tutt’uno, un riflesso condizionato, ma anche una sorta di istinto di sopravvivenza. Chi non fa un lavoro simile al mio non può capirmi, ma sono io il cottimista di me stesso; quello che ha il compito di pungolarmi per finire, che non vede l’ora di metter la parola fine per tacitare quelle voci nella testa che insistono a dire che è tutto sbagliato, che i calcoli non possono tornare, che ciò che penso possibile non è nel novero.

L’unica maniera di tacitare quelle voci è fargliela vedere io che avevo visto giusto e stendere la prova provata lì davanti a noi: un software funzionante che faceva esattamente quel che doveva e dava realtà ai miei progetti. Avrei dovuto smettere tanti anni fa quando, richiudendo lo sportello della macchina da cui io e la mia donna scendevamo per andare a fare l’amore, immediatamente ebbi chiara la soluzione a quel problema che mi aveva inchiodato al computer per quindici giorni. Se c’è qualcosa di più disumano, e umano insieme, di questo vi prego ditemelo; io non ne conosco.

I latrati in lontananza aumentano di intensità e, cosa insolita, anche i cani degl’inquilini del palazzo cominciano ad agitarsi: rispondono anch’essi abbaiando. Ma ormai sono sveglio e concentrato sul lavoro; riprendo da dove avevo interrotto, lucido dopo tre ore di sonno ristoratore e verifico una insolita produttività. Ormai il grosso è fatto, mancano i dettagli, calcoli noiosi e ripetitivi che richiedono, comunque, il massimo della concentrazione. Salvo nevroticamente ogni minuto il lavoro; troppe volte mi sono pentito di non averlo fatto.

Mentre mi concedo una copia di backup sul disco apposito, mi affaccio in terrazzo dove vedo stormi di uccelli in preda ad uno strano parossismo, saltano da un ramo ad un altro gracchiando le cornacchie e gli storni turbinano sulle nostre teste in modo caotico, cambiando precipitosamente direzione, descrivendo traiettorie che mai avevo osservato prima d’ora.

Gli ultimi ritocchi, un po’ di pulizia a nascondere i tratti necessari ai calcoli che l’utente finale non ha necessità di vedere, per dare forma solo a ciò che è indispensabile. Chi usa il nostro software non deve essere distratto dal suo funzionamento, deve poter introdurre, in modo semplice ed efficace, i dati iniziali e osservare le soluzioni che gli si palesano davanti agli occhi. Tutto ciò che c’è tra  gli uni e le altre è roba nostra (ispezionabile da un esperto per confermarne la correttezza) ma che l’utente ha il diritto di ignorare.

I gatti che normalmente stazionano in cortile cominciano un miagolio sempre più scomposto ma io, concentrato, sul mio lavoro, intenzionato a finire al più presto, non me ne curo. Ho messo la parola fine, faccio ancora qualche verifica, tutto va alla perfezione. Che ore sono a Buenos Aires? più o meno le otto di sera; Tom forse sta cenando con la sua famiglia. Allego il file alla mail e schiaccio invia; ora sta viaggiando sul web e sarà già arrivato in Argentina.

Sarà poi Tom che lo girerà agli altri come al solito; ma il pensiero degli altri si ferma a metà: la casa trema, la collina trema, la città trema sotto le mie finestre e, su di me, i cani del deposito, gli animali del palazzo, i gatti del cortile scende finalmente la quiete in questo torrido agosto. Gli storni continuano a volteggiare nevroticamente, le cornacchie a gracchiare e lo stridore del loro verso, con le sirene in lontananza, rompe un silenzio insolito anche per una notte estiva in città.

Autore: admin

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