Cinzia BALDAZZI – La Poesia in guerra con il Tempo. Incontro con Manuela Kustermann

L’incontro


 

LA POESIA IN GUERRA CON IL TEMPO

Conversando con Manuela Kustermann dopo il debutto di Dichiaro guerra al tempo, adattamento scenico dei sonetti shakespeariani.

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Roma, 1946. Alla sommità di Monteverde Vecchio, a Roma, al confine con il quartiere Gianicolense, si inaugura il Cinema Vascello, in una zona ancora non toccata dalla nascente edilizia di massa dell’immediato dopoguerra. Un salto di oltre quarant’anni, ed ecco la vecchia sala cinematografica subire una radicale trasformazione diventando teatro a struttura polivalente e dotandosi di nuovo ingresso, atrio e foyer. Siamo nel 1989: il regista Giancarlo Nanni e l’attrice Manuela Kustermann eleggono il nuovo Teatro Vascello sede della “Fabbrica dell’attore”, ne organizzano la stagione di spettacoli, lo trasformano in punto di riferimento cittadino per la drammaturgia contemporanea e di ricerca. Alla scomparsa di Nanni nel 2010, la Kustermann ne resta unica direttrice.

La incontriamo qui, nello studio tappezzato di fotografie e locandine, appena dopo il  debutto di Dichiaro guerra al tempo ai Giardini della Filarmonica, all’interno della 22^ edizione della rassegna “I solisti del teatro” in programma fino al 7 settembre. Cartellone ricco di proposte, tra danza, teatro, musica e performance, sotto la direzione di Carmen Pignataro. Trenta gli spettacoli, di cui nove prime nazionali: Una Voce (In)umana di Marco Carniti, La cricca della banca romana di Luigi di Majo, Social Life di Michele Cosentini, Girls like that di Emiliano Russo, Orfeo e Euridice di Graziano Piazza, Nothing like the sun con Paolo Bonacelli, Sandro Penna con Pino Strabioli, Uno, nessuno, centomila con Enrico Lo Verso, Nel corpo del giardino con Maria Paiato e molti altri.

Dichiaro guerra al tempo, con la regia di Daniele Salvo, presenta la Kustermann in scena con Melania Giglio in un adattamento drammaturgico dei sonetti di William Shakespeare. «Due donne di epoche diverse», spiega la Kustermann, «comunicano tra loro attraverso i versi shakespeariani. La prima abbigliata alla foggia elisabettiana, la seconda moderna. Ciascuna legge i propri brani, a volte recitano alternandosi l’una con l’altra».

Abitano la medesima stanza. Ovunque manoscritti, versi, spartiti musicali. «Il ruolo della musica è molto presente”, continua la Kustermann: «Elisa con Dancing, David Bowie con Heroes, Prince con Purple Rain, sul quale costruiamo una sorta di danza con gli ombrelli, poi Rihanna, Pink Floyd, e molti altri. È un confronto stimolante tra due mondi, la poesia elisabettiana e il pop-rock contemporaneo. Sistemi non paralleli, perché alla fine si incontrano: linguaggi provvisti ciascuno di un senso di verità, compenetrati in un’unica grande poesia».

Dichiaro guerra al tempo, 2016

Scritti probabilmente nell’ultimo decennio del ‘500, i Sonetti di Shakespeare costituiscono uno dei vertici della letteratura d’amore di tutti i tempi, soprattutto quello nei confronti della vita simboleggiata dall’amata o dalla natura antropomorfica, e contro la paura della morte, tormento incessante e innato nella mente del grande Bardo. L’autore vi si impegnò soprattutto tra il 1592 e il 1593, periodo in cui i teatri di Londra rimasero chiusi a causa di una pestilenza (la cui diffusione alimentò non poco il luogo topico poetico e psicanalitico dell’intera produzione shakespeariana legato alla ripresa del tema della distruzione fisica). Il tragico arresto della vita culturale e teatrale londinese fu, per certi aspetti, la sua fortuna: poiché a quei tempi l’estensore di opere teatrali era considerato uno scrittore minore, con la pubblicazione dei 154 sonetti ebbe modo di dimostrare al pubblico di essere in grado di comporre versi memorabili.

Nella voce della Kustermann, con accanto la Giglio, prende forma lo strumento d’eccellenza per conoscere se stessi, cioè il confronto utopico delle parole – espressione dello spirito, nel viaggio di arte e realtà, tra microcosmo e macrocosmo – con l’altro, il mondo, la poesia, la bellezza, la caducità. In tal modo nasce una conversazione infinita, così, come almeno sembra, dovrebbe essere la spazio-temporalità dell’universo, con un gioco di sentimenti vissuto fino in fondo. Ma vissuto come? Con il pretesto strumentale del punto di vista, della Weltanschauung totalmente femminile di Manuela, ora e in passato interprete indistinto di personaggi di sesso differente: nelle rappresentazioni dell’epoca non era infatti prevista la partecipazione di donne, quindi identità opposte, in uno stesso personaggio effettivo, venivano mediate e, attraverso studiate interruzioni, distinte.

Qui non siamo più dinanzi a ciò che è e ciò che appare, ma il cammino della Kustermann coglie l’invito dei testi originari – nel moltiplicarsi dell’impatto artistico della messa in scena ripetuta – a procreare per perpetuare la bellezza. Solo nei sonetti conclusivi della raccolta compare una misteriosa dama scura della cui bruttezza il poeta si lamenta e che molto probabilmente è solo un simbolo della morte.

Dichiaro guerra al tempo, 2016

Dopo il debutto ai Giardini della Filarmonica, e la ripresa di qualche giorno fa a Marina di Pietrasanta per il 37° Festival La Versiliana, Dichiaro guerra al tempo ha chiuso le repliche di questo mini-ciclo estivo a Sepino, dando appuntamento alle tournéè della prossima stagione (tra cui Bari, Milano, Napoli, Udine) in una versione arricchita da scenografie e proiezione di video.

Il mondo poetico dell’autore di Stratford-upon-Avon è fortemente e saldamente connotato da un’impronta logico-linguistica di natura simbolica, tale da sorreggere l’intera sua produzione teatrale: basti pensare al Macbeth, all’Amleto. Nei sonetti, come si configura un simile discorso? «Ho scelto quelli meno conosciuti, che avessero come tema il Tempo nello Spazio », risponde la Kustermann. «Shakespeare era in qualche modo ossessionato dal Tempo che scorre. Rispondeva con una volontà generatrice, con l’idea di trasmettere qualcosa ai posteri, come il tramandarsi attraverso i figli, con la paternità. Reale? Simbolico? Chi può dirlo…».

Il drammaturgo era angosciato dall’incombenza della morte, concentrato sulla speranza/possibilità di un superamento tramite l’immortalità del messaggio poetico, grazie alla sua ripetibilità oltre la decadenza fisica dell’autore. «Sicuramente la riflessione poetica sul Tempo prende la strada del pensiero della fine ultima: per Shakespeare, la Poesia resisterà alla Morte, la affronterà, vivrà nel futuro». Ricorrere di nuovo al sonetto 55 può risultare utile a ricollegare le fila raccolte intorno allo spettacolo Dichiaro guerra al tempo, con la sua appassionata difesa della Poesia attraverso una dichiarazione di immortalità, di superiorità rispetto agli orrori del mondo, alle ostilità, al disprezzo, alla guerra: «Non il marmo, né i monumenti d’oro / vivranno più della potente rima».

Circa dieci anni or sono, alla domanda su quali autori avessero dato un senso in più alla propria recitazione, la Kustermann citava Ibsen e Cechov, ma subito dopo aggiungeva: «Non mi stancherei mai di recitare e approfondire Shakespeare…». Appena diciassettenne, nel 1963, debutta nella parte di Ofelia in Amleto di Carmelo Bene. È il primo di una serie di incursioni nel repertorio shakespeariano, riproposti a scadenza più o meno decennale. Quello che fa più “scandalo” – e ottiene successo – è dodici anni dopo, nel ’75, di nuovo nell’Amleto, quando il regista e suo compagno Giancarlo Nanni le fa indossare i panni maschili del principe di Danimarca.  La stagione successiva, sempre con Nanni, la vede come Imogene, erede al trono del re di Britannia nel Cimbelino. In gran parte della scena, ancora in calzamaglia: il servo Postumo, infatti, per sottrarla all’omicidio commissionato dai rivali, la veste da uomo e la imbarca su una nave.

Nel 1988, nel Racconto d’inverno per la regia di Pietro Carriglio, muore a metà della tragicommedia: Ermione è trasformata in statua ma le lacrime del marito rompono l’incantesimo e torna a vivere. Di nuovo diretta da Nanni in Come vi piace nel ’94, per quattro dei cinque atti della commedia pastorale ha connotazione omoerotica dandosi il nome di Ganimede. All’epoca, la parte era recitata da un ragazzo: ma tutto sommato, come dimostrano anche i sonetti, per Shakespeare non faceva poi così tanta differenza a chi venisse rivolta l’istanza amorosa…

Amleto, 1963

Chiedo alla Kustermann: cos’è rimasto dei trascorsi drammaturgici shakespeariani nell’idea di mettere in scena i sonetti con Dichiaro guerra al tempo? «È un altro punto di vista», risponde: «Il sonetto shakespeariano ha un respiro minore del suo teatro, costretto com’è nella metrica dei classici quattordici versi. Ma è poesia pura, di sconvolgente contemporaneità. Penso al terzo dittico del sonetto 55: “Quando devasterà statue la guerra / e le truppe distruggeranno i marmi…”. Ebbene, non è successo tempo fa, di recente?».
Insisto sull’avanguardia, sul quel periodo irripetibile tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, che ha visto la coppia Nanni-Kustermann ricoprire una funzione di rilievo all’interno della cosiddetta “scuola romana”, dove emergono personaggi come Giuliano Vasilicò, Memè Perlini, Pippo Di Marca. Un critico dell’epoca la definisce «esile fanciulla dalla voce roca», da altri è denominata «la Duse dei teatri off». Anni in cui fanno scandalo i suoi nudi in scena, come nel Risveglio di primavera di Franz Wedekind. Al termine di una delle innumerevoli repliche in cui si aggira sul palcoscenico per gran parte del tempo a seno scoperto, a fine spettacolo sbuca dal sipario tirato e, immobilizzando gli spettatori sul punto di uscire, si piazza sulla ribalta a braccia conserte fissando la platea: «Finora voi avete guardato me. Adesso io guardo voi».

Signora Kustermann, cosa è rimasto di quel periodo? Un affascinante quindicennio di sperimentazione ha portato a qualche risultato? Ha prodotto qualcosa poi rimasto nel tempo? Che so, un modo di recitare, un’impostazione di regia? «Sono rimasti gli spettacoli, la magia di quei momenti, la loro bellezza», spiega con sicurezza. «Era un modo di lavorare senza l’ausilio della tecnologia, con un alto tasso di improvvisazione. Ma soprattutto, orientato a raggiungere una “estetica del bello” che, purtroppo, ora non riesco affatto a vedere. Oggi assisto sempre più a spettacoli dove l’estetica dominante si identifica con la ricerca del brutto».

Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann

Uscita in strada, in un caldo insolito per invocare Melpomene (in quanto in genere non frequento il teatro estivo), ho ringraziato la musa della tragedia per aver permesso di incontrare di nuovo un personaggio che è rimasto, da attrice-autrice, là dove sono rimasta io da spettatore-critico: al bello del teatro, meglio se dissacratore e alternativo, ma che con il brutto non vuole avere nulla a che fare. Aveva ragione Shakespeare nel sonetto 20: «nella perfezione  / della propria forma accoglie / tutte le forme umane, / e gli occhi degli uomini seduce, / e le anime femminili rapisce».

E nonostante nella sua poetica il tema dell’alimentazione sia uno dei più ricorrenti e misteriosi (un pasticcio può nascondere la vendetta, un banchetto l’amore, un bicchiere di vino gli eccessi della classe politica), girato l’angolo mi siedo nel primo bar incontrato a gustarmi un bel gelato, senza attribuire alla scelta grande importanza. Traslitterata, diventerebbe invece una delle tante metafore, non casuali, che nella drammaturgia shakespeariana nascondono importanti significazioni in grado di aiutare lo spettatore ad accoglierne il messaggio.

 

Dichiaro guerra al tempo

Manuela Kustermann e Melania Giglio

dai Sonetti di William Shakespeare

traduzione e adattamento Manuela Kustermann

regia di Daniele Salvo

costumi Anna Mode e Silvia Aimonino – luci Valerio Geroldi – fonico Stefano Recchia

musiche Pink Floyd, David Bowie, Queen, Rolling Stones, Rihanna, Elisa, Prince, Joni Mitchell, Peter Gabriel, Cat Stevens

produzione Festival della Versiliana, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Autore: admin

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