Mino ARGENTIERI- Per Giuseppe Ferrara, a un mese dalla scomparsa

 

Lettere da Cinemasessanta



PER GIUSEPPE FERRARA

giuseppe ferrara mag

A un mese dalla scomparsa

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Giuseppe Ferrara (“Beppe” per i vecchi amici), indebolito da una lunga malattia, è stato stroncato da un improvviso arresto cardiaco, una sera di fine giugno (scorso), in tempo affinché la notizia fosse diffusa dal telegiornale della prima serata.

E’ stato un triste avviso per coloro che lo hanno conosciuto e ne hanno seguito l’instancabile attività di documentarista, che aveva imparato ad andare alla scoperta di una Italia spesso trascurata o ignorata dai film di finzione, quella degli operai e dei contadini. Fungevano da percorso alternativo queste ricognizioni, scaturendo da filoni letterari, indagini sociologiche e inchieste giornalistiche.

E Beppe che era nato critico e aveva esordito scrivendo una Storia del cinema italiano postbellico, si era impratichito dell’arte di racimolare i soldi necessari a materializzare su pellicola (ha odiato il digitale a prima vista) le sue aspirazioni nutrite. Passione e tenacia hanno avuto costantemente di mira un cinema ancorato alla poetica neorealista, arricchita da una vicinanza stretta alla cronaca, ai fatti, alla concretezza del documento drammatizzato.

Il suo maestro ideale (e dichiarato) è stato Francesco Rosi; ma penso che la sua profonda ambizione era  ‘fondere il rilievo del romanzesco involontario’, dunque basato su riscontri oggettivi, su racconti che hanno nomi veri ed entrano nel vivo e nel merito di persone e accadimenti. E non di rado, anche (e soprattutto), nei lati oscuri e tragici, ove aveva  ricomposto e lumeggiato brani, episodi, nodi criciali significativi della nostra storia (dal dopoguerra in poi). Ovvero la più ombrosa e malata, cosparsa di crimini mafiosi, corruzione, trafficanti di droga, morti misteriose, mene finanziarie, marciume nel vespaio dei partiti e nei freddi corridoi del Vaticano, ovunque l’immagine retorica del “Bel Paese” fosse contraddetta e sbugiardata.

Per questo motivo, Beppe è stato un autore scomodo e neanche amato dal “grosso pubblico”, nonostante godesse del consenso attribuitogli dalla critica più attenta per avvertire le qualità di un regista che aveva uno stile fluido, secco e scattante.

La sua è stata una lezione che riassumeremo in poche parole: ha cercato di salvaguardare la propria indipendenza a costo di sacrifici e di salti mortali non incrinando mai la tensione conoscitiva della sua opera; aver esercitato un’influenza sulle nuove generazioni di documentaristi semisconosciuti alle vaste platee ma che ci aiutano a dimenticare le brutture della maggioranza della produzione italiana

Autore: admin

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